Lo spread tra Italia e Germania? È nei conti Unicredit

Ritorna l’utile ma aumentano i crediti dubbi

Una precisa fotografia dello spread tra Italia e Germania. Questa volta, però, la cartina di tornasole non è il classico rendimento dei titoli di Stato, ma il bilancio 2012 di Unicredit. Le attività austriache e tedesche portano dividendi alla capogruppo, mentre quelle Italiane rettifiche e svalutazioni. Piazza Cordusio chiude l’anno scorso con il ritorno all’utile per 865 milioni – rispetto alla maxi perdita di 9,2 miliardi evidenziata nel 2011 a seguito di svalutazioni per 10 miliardi – ricavi stabili a quota 25 miliardi e un margine lordo di 10 miliardi, -3,2% sul 2011 al netto delle operazioni di riacquisto di titoli ibridi (non più conteggiabili nel patrimonio di vigilanza) concluse nel corso dell’anno.

Le ragioni degli utili così risicati – il consiglio d’amministrazione proporrà un dividendo di 9 centesimi per azione – sono le rettifiche sui crediti: 9,6 miliardi di euro, +67,7% sul 2011. Le quali, come recita la nota diffusa ieri pomeriggio, sono state soltanto in parte controbilanciate «da €2,0 miliardi di affrancamento dell’avviamento ai fini fiscali». Proprio l’aumento degli incagli in Italia, passati da 44 a 56,7 miliardi in tre anni, è stato il tema al centro della conference call con gli analisti, i quali hanno espresso molte osservazioni soprattutto sul loro tasso di copertura, che sale dal 40,2 al 43,4% da settembre a dicembre 2012. Infatti gli accantonamenti relativi al quarto trimestre sono di 4,6 miliardi. Da qui deriva il rosso di 553 milioni iscritto a bilancio nello scorso trimestre. «Questo alto livello di accantonamenti è dovuto sia al persistere delle difficoltà del contesto economico, in particolare in Italia, sia a misure specifiche per un valore di 2,1 miliardi di accantonamenti adottate per migliorare la copertura di determinate categorie di crediti deteriorati in Italia», recita la nota. 

«La Banca d’Italia non ha condotto ispezioni fiscali», ha precisato l’amministratore delegato Federico Ghizzoni durante la call, aggiungendo che gli uomini del governatore Visco hanno esaminato 550 posizioni, verificando l’applicazione dei modelli di rating e l’auditing per 2,8 miliardi di attivi totali, «con l’obiettivo di definire potenziali gap sugli accantonamenti». Un gap che, ha spiegato ancora il top manager piacentino «è stato molto limitato, 60 milioni», specificando che via Nazionale «non ha chiesto di rivedere al ribasso il collaterale (le garanzie sui prestiti concessi, ndr) come è avvenuto per altre banche». Un altro dato preoccupante (vedi pag. 44 slides di presentazione) concerne l’aumento dei crediti passati dallo status di incagli, cioè di momentanea difficoltà, a sofferenze – irrecuperabili – pari mediamente a 6,4 miliardi di euro nel secondo semestre (4,7 miliardi nel secondo semestre 2011) a fronte di crediti recuperati per 2,8 miliardi (3,39 miliardi nella seconda metà del 2011). 

Crediti in sofferenza e recuperati (Fonte: pag 44 bilancio Unicredit)

Complessivamente scende anche il margine d’interesse – che indica la capacità della banca di fare utili nel business tradizionale, prestando soldi – si ferma a 14,3 miliardi nel 2012 (-6,3% sul 2011). Motivo? «La domanda debole da parte delle imprese», ha osservato Ghizzoni confrontandosi con gli analisti. Di quei 14,3 miliardi, un terzo arriva da Polonia ed Est Europa, economie che continuano a regalare sorrisi al management. Il quale è riuscito a uscire definitivamente dall’avventura kazaka vendendo alla KazNitrogenGaz ATFBank, operazione che porterà un beneficio di 8 punti base al Core Tier 1 (l’indice di solidità patrimoniale di una banca, ndr), che si è attestato al 9,2% stando a Basilea III, grazie anche alla vendita del 9% di Bank Pekao, la controllata polacca di cui lo stesso Ghizzoni è stato in passato il responsabile. 

Tutt’altra musica per Unicredit Bank AG, la controllata tedesca ex HypoVereinsbank che, forte di un Core Tier 1 addirittura del 18,3%, ha distribuito un dividendo straordinario di 1 miliardo, oltre al dividendo di 1,5 miliardi proposto per il 2012. Il tutto mantenendo un Tier 1 del 17,4 per cento. Gli incagli in Germania (pag 23 della presentazione) sono scesi da 9,4 a 8,4 miliardi con un tasso di copertura dal 45,7 al 46,6 per cento. Basta questo a dare il senso della balcanizzazione dell’Eurozona. 

Intanto il piano di deleveraging continua: nel 2012 ha portato una riduzione dei costi del 2,9 per cento. L’obiettivo è risparmiare 1,8 miliardi di euro attraverso tre iniziative: Project Gold, che punta a una riorganizzazione interna, la riduzione degli sportelli della rete italiana – dismettendone 350 dei 3.600 entro il 2015 – e tagli di 800 dipendenti. Infine c’è il progetto Newton, altri 1,3 miliardi di risparmi in un decennio attraverso la valorizzazione degli asset tecnologici, leggi piattaforme informatiche comuni. A servizio delle nuove politiche di remunerazione del management, che saranno a lungo termine, Unicredit prevede un aumento di capitale da 6 milioni di euro. 

Tutto fa brodo, ma è l’Italia, che vale ancora la maggioranza degli attivi ponderati per il rischio, a dover ripartire per allontanare la soluzione bad bank, a proposito della quale Ghizzoni ha riflettuto in conferenza stampa: «La bad bank vera e propria, nel suo significato tradizionale, richiederebbe l’intervento dello stato e quindi ha un impatto sul debito pubblico. Se deve esserci un impatto – ha aggiunto – che serva piuttosto per pagare i debiti della pubblica amministrazione: lo trovo molto più importante della bad bank, che non credo sia oggi una necessità per il sistema bancario italiano». La ripresa passa anche da qui, ed è per questo che la banca non ha fornito indicazioni precise sulla revisione del piano strategico né sulle tempistiche di restituzione dei prestiti della Bce tramite l’Ltro. 

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