Maroniani, Tosi e Zaia: la lotta per bande della Lega

Viaggio in un partito che Bersani vorrebbe sedurre ma che rischia di sciogliersi

A sentirli parlare, ora, mentre evocano metafore belliche, condite da proverbi popolari, sembra di assistere a un déjà vu. Sì, perché chi oggi cerca di alimentare la fronda contro il segretario federale della Lega, il neogovernatore Roberto Maroni, ricorre agli stessi termini usati un anno fa dai barbari sognanti. I pretoriani di Bossi, rimasti ai margini del partito padano, e i militanti delusi dal nuovo corso della Lega 2.0 si sono trasformati in aspiranti rottamatori della nuova classe dirigente leghista. Accusano Maroni e maroniani di essere cortigiani di Berlusconi, dopo aver invocato per mesi la rottura del sodalizio di Bossi con il Cavaliere. Messi da parte, ora sono gli ex cavalieri del cerchio magico a sognare di fondare un partito, che riporti la Lega alle sue origini. Lo ripetono come un mantra. Anche se sono soldati senza un generale, che li guidi, attendono con ansia il raduno a Pontida, il 7 aprile, nella speranza che il neogovernatore venga contestato.

«La nave della Lega è affondata»; «La vittoria lombarda è stata come Waterloo, o peggio come Caporetto» perché «non si può fermare l’acqua del diluvio con le mani». Le metafore si sprecano, ma loro, soprattutto quelli che non sono stati ricandidati per essere eletti in Parlamento, mettono il dito nella piaga della batosta elettorale subita dal Carroccio e gridano vendetta. Annunciando di voler rifondare la Lega. O anche solo di voler menare le mani per fargliela vedere ai quei ragazzini, che hanno fatto a pezzi l’identità del movimento padano, senza alcun rispetto per il Capo, che una volta tutti chiamavano l’Umberto.

In via Bellerio, quei pochi rimasti fedeli a Bossi, dopo che il Carroccio ha preso la guida della Lombardia sintetizzano: «Sta venendo giù tutto», dicono. «I mattoni di via Bellerio si sono trasformati in macerie», racconta, furioso, l’ex senatore parmigiano Giovanni Torri, ex responsabile della sicurezza di Maroni, quando era ministro del Welfare. Per lui non esistono maroniani o bossiani, ma solo «leghisti autentici e leghisti atipici». E come altri, anche lui spera che Bossi dica, faccia, qualcosa. O che magari Marco Reguzzoni esca dalla zona d’ombra per rivendicare il posto al sole perduto. Tutti convinti che la Lega sia morta l’estate scorsa, quando a Bergamo fu messo in scena uno psicodramma: la serata delle scope, per evocare pulizia e rinnovamento-dopo lo scandalo sull’uso illecito dei rimborsi elettorali da parte dell’ex tesoriere Francesco Belsito- con un Umberto Bossi trasformato in un prigioniero politico, attonito e in lacrime.

E non perdonano a Maroni di aver venduto l’anima al diavolo, ad Arcore, per diventare governatore della Lombardia, nonostante per anni abbiano sostenuto il sodalizio di Bossi con Berlusconi. «Se la linea è quella di Flavio Tosi, è l’obbiettivo è quello di diventare come la Csu della Baviera, possiamo anche andare tutti a casa perché la Lega è morta e sepolta», spiega Alberto Torrazzi, ex deputato di Crema, oggi tornato a fare l’ingegnere. E preferisce parlare dei limiti del progetto Tosi, per prenderla alla larga. «Prima esisteva un progetto comune, ora si parla del modello Verona, Milano, Bologna. Ognuno va per la sua strada, seguendo la propria corrente. Tosi è bravo a amministrare l’esistente, ma il progetto autonomista della Lega è stato vanificato». Torrazzi, come altri militanti della sua sezione, è in attesa della nuova tessera di partito, che non arriva. «Le tessere sono state fermate. Voglio vedere se hanno il coraggio di mandarci fuori», annuncia, spavaldo. Sia per i pretoriani di Bossi, sia per i militanti che si sono sentiti traditi dall’accordo di Maroni con Berlusconi, il segretario federale del Carroccio «ha deleghestizzato il partito padano». Ecco perché nel frattempo chi non è stato espulso o emarginato, ha alzato bandiera bianca, o se ne è andato senza far rumore, dicono i detrattori di Maroni, pronti a far di conto di tutte le sezioni chiuse per mancanza di militanti o commissariate per conflitti interni.

Come scrive del resto Stefania Piazzo che, lasciata la sua breve direzione alla guida de La Padania, esprime sul suo giornale on line www.piazzolanotizia.it l’amarezza di tutti gli epurati. «La Lega sparita, anzi no assorbita dalla lista civica di Maroni, poi magari un congresso per confluire o essere federata a un nuovo soggetto politico sponsorizzato dal sindaco di Verona? Non è già in atto la fase dello smantellamento, di annientamento di quel che resta, che prenderà un’altra forma, un altro nome?», chiede in un editoriale. C’è chi si lamenta perché in Parlamento c’è ancora Roberto Calderoli, che prima, quando era colonnello di Bossi, però, andava benissimo, ora accusato di voler «fare gli inciuci con Pierluigi Bersani per formare il governo».

Lo stesso Roberto Calderoli che, in qualità di ministro della Semplificazione, era accusato dai maroniani di essere il pontiere di Silvio Berlusconi. E c’è chi grida allo scandalo perché, per formare il gruppo al Senato, la Lega si è rivolta al calabrese Paolo Naccarato, ex collaboratore di Francesco Cossiga, eletto grazie alla lista dell’ex ministro Giulio Tremonti, anche lui benvoluto da Bossi (malvisto da Maroni) e ora diventato una bestia nera per gli antimaroniani. Insomma i ruoli si sono ribaltati. E chi è rimasto fuori dai giochi rivendica una purezza, che prima era il vessillo dei maroniani.

«Se in Lombardia, con le epurazioni, hanno ucciso i figli della famiglia del vicino, in Veneto il clan di Tosi ha persino ammazzato i figli suoi», chiosa invece un dirigente della Liga Veneta. E infatti è proprio in Veneto, dove si sta combattendo una lotta corpo a corpo. Non in nome di Bossi, ma contro Flavio Tosi. E quindi in nome di Zaia. In Veneto, là dove è in atto una guerra fra bande. Con feriti e morti su entrambi i fronti. A colpi di espulsioni, dimissioni, sospensioni di dirigenti locali e commissariamenti di sezioni, che sono all’ordine del giorno. Con uno sguardo fisso alle prossime elezioni amministrative, visto che a maggio si vota anche per scegliere il sindaco di Vicenza e, soprattutto, di Treviso.

Alla riunione della direzione nazionale della Liga Veneta, a Padova, convocata per analizzare la batosta elettorale e trovare una soluzione per tutti in conflitti in atto, si è presentato un gruppo di militanti per contestare il segretario della Liga veneta, Flavio Tosi. Risultato: la sezione provinciale di Venezia è stata commissariata perché ha ottenuto i peggiori risultati elettorali, anche se probabilmente questa punizione è servita a Tosi per regolare dei conti aperti con i suoi avversari. Un errore tattico grossolano per Luca Zaia, che ora raccoglie il dissenso contro Tosi, visto che una parte degli ex rottamatori, prima seguaci del sindaco scaligero, sono passati sul fronte opposto. Uno scontro destinato ad acuirsi se la Liga veneta, passata dal 35% dei consensi delle elezioni regionali nel 2010 al 10% delle recenti elezioni politiche, perderà anche le elezioni comunali nella roccaforte trevigiana. «Se perdiamo Treviso, la Liga veneta imploderà» dicono i dissidenti, bossiani zaiani, antitosiani, che dir si voglia.

Nel frattempo in Lombardia si continua ad aspettare che Bossi dica qualcosa. «Ci siamo fatti da parte, per non essere investiti dal treno della sconfitta elettorale», dicono alcuni, «ma non abbiamo fatto un passo indietro». «Lasciamoli giocare», insiste un altro epurato, Giacomo Chiappori, sindaco di Diana Marina, considerato politicamente vicino all’ex tesoriere Francesco Belsito. «Poi loro fondano un altro partito e noi ripariamo il motore della nave, che si è incagliata». In attesa di un’improbabile riscossa, aspetta anche lui di vedere cosa accadrà a Pontida il 7 aprile. Un appuntamento, che è atteso come una resa dei conti per i detrattori del leader della Lega. Convinti che sarà quello il momento il momento giusto per guardarsi in faccia. Anche se a guardare in faccia loro, sembra stiano tutti aspettando Godot.  

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