Opportune et importunePapa Francesco e la continuità nascosta con Ratzinger

L’esordio del nuovo pontificato e la società dell’informazione

Dal semplice “buonasera” proferito in mondovisione per salutare i fedeli al conto dell’albergo saldato come un normale cittadino fino al rifiuto dell’auto blu, l’esordio di Papa Francesco è stato scoppiettante e lascia intuire che le sorprese di questo pontificato sono solo all’inizio. La sua elezione, d’altra parte, ha rotto in pochi minuti molti tabù: il primo Papa latinoamericano «preso alla fine del mondo», il primo gesuita, il primo a scegliere come nome quello, impegnativo, del Poverello d’Assisi. Un nome, un programma, appunto. I cattolici apprezzano, i media applaudono. Ma quello tra Francesco e il media system rischia di rivelarsi presto la storia (annunciata) di una grossa incomprensione. La civiltà mediatica, si sa, è vorace: reclama stili, gesti, segnali alla velocità della luce. O di un tweet. Li esalta, a volte banalizzandoli. Poi li butta nella spazzatura per passare ad altro. Non che il “potere dei segni”, come ripeteva l’indimenticato don Tonino Bello, non abbia alcun significato. Tutt’altro. Specie per il pastore della Chiesa universale.

Ma lo stile, o il carisma per dirla con Paolo, è solo un mezzo per l’unico vero fine, quello di sempre: annunciare il Vangelo di Cristo e la certezza, nella fede, che su di esso è ragionevole e razionale basare la propria vita e la propria morte. «La conoscenza di Dio senza la conoscenza della propria miseria genera orgoglio. La conoscenza della propria miseria senza la conoscenza di Dio genera disperazione», scriveva Pascal. In Cristo, aggiungeva l’autore dei Pensieri, ritroviamo Dio e la nostra umanità. Per questo è importante conoscerlo e credere in Lui.

«Se non confessiamo Gesù Cristo diventeremo una Ong pietosa ma non la Chiesa, sposa del Signore», ha detto Francesco nella sua prima omelia da pontefice nella Cappella Sistina. «La nostra vita», ha aggiunto, «è un cammino. Quando ci fermiamo, la cosa non va. Noi possiamo camminare quanto vogliamo, possiamo edificare tante cose, ma se non confessiamo Gesù Cristo la cosa non va. Quando non si edifica sulle pietre cosa succede? Succede quello che succede ai bambini sulla spiaggia quando fanno i castelli di sabbia, tutto viene giù, è senza consistenza». E citando il celebre scrittore francese Leon Bloy («un paramistico che dà voce a un misticismo selvaggio», lo stroncò qualche anno fa La Civiltà Cattolica, la rivista dei gesuiti) ha spiegato: «Chi non prega il Signore, prega il diavolo». Lo voglia o no, lo sappia o meno. Perché, ha spiegato il Papa, «quando non si confessa Gesù Cristo si confessa la mondanità del diavolo, la mondanità del demonio».

Al di là della differente sensibilità – Ratzinger citava Agostino, Balthasar e Habermas, Bergoglio preferisce Bloy e Holderlin – la continuità di Francesco con Benedetto XVI è innegabile: il primo compito della Chiesa non sono le riforme, come se fosse un governo politico, o fantomatiche aperture sui cosiddetti “diritti civili”, come vorrebbero alcuni, ma la testimonianza della fede. Qui sta la vera radice della crisi della Chiesa, in Europa e nel mondo. Ne era convinto Ratzinger, che non a caso ha indetto uno speciale Anno della Fede, ne è convinto Francesco.

E i media che c’entrano? Nel diluvio di elogi, analisi e commenti di questi giorni una parte della stampa laica ha tentato di collocare Bergoglio tra i progressisti estremi, dipingendolo agli antipodi rispetto al suo predecessore e alimentando l’attesa, totalmente falsa, che presto nel campo della morale, a cominciare dalla bioetica, grazie a Papa Francesco vedremo cambiamenti radicali che finalmente permetteranno alla Chiesa di mettersi al passo con i tempi.

Eppure, le prese di posizione di Bergoglio su questi temi sono chiarissime. Da arcivescovo di Buenos Aires si è opposto, con uno stile fermo e diretto che lo ha portato a scontrarsi apertamente con la presidenta argentina Kirchner, al matrimonio per le coppie gay. Lo stesso ha fatto con aborto ed eutanasia. Nel 2007 ha presentato un documento approvato da tutti i vescovi dell’America Latina in cui si stabilisce che sia proibito accostarsi all’Eucarestia per coloro che istigano all’aborto e all’eutanasia e, nel caso dei politici, facciano leggi che li favoriscano.

Nel libro-biografia El Jesuita ha difeso il celibato dei preti affermando che «se c’è un prete pedofilo è perché porta in sé la perversione prima di essere ordinato. E sopprimere il celibato non curerebbe tale perversione. O la si ha o non la si ha». C’è da scommettere che molti media, instancabili nel fare da megafono al politicamente corretto, resteranno delusi. E sono pronti a riservare a Papa Francesco lo stesso trattamento che toccò a Wojtyla: applaudito sui temi sociali e i “gesti rivoluzionari”, criticato aspramente e dipinto come reazionario sui temi etici e i principi non negoziabili. Se si depotenzia la fede cristiana del suo carattere di paradosso, di “scandalo”, come scriveva Paolo ai Corinzi, persino della sua apparente inattualità proprio perché valida in ogni tempo, essa non serve a nulla.

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