Prestiti alle imprese, il buco nero delle nostre banche

Credit crunch

La settimana delle trimestrali si apre con un report di Mediobanca Securities che non lascia spazio a interpretazioni: lo “spread” tra il tasso di copertura dei crediti dubbi delle banche italiane rispetto a quelle europee è pari a 21 miliardi di euro. Per questo, gli analisti Andrea Filtri, Antonio Guglielmi, Riccardo Rovere e Andres Williams propongono la creazione di una bad bank da 18 miliardi – rispetto ai 33 miliardi ipotizzati lo scorso ottobre – a cui conferire incagli e sofferenze.

Una mossa che «potrebbe stimolare la disponibilità di credito per far ripartire l’economia dopo la disciplina fiscale di Monti, mentre le istituzioni europee difficilmente potrebbero negare all’Italia questa possibilità visto il precedente spagnolo e il contributo dell’Italia all’Esm (il fondo salva-Stati permanente, ndr), pari a 125 miliardi». Uno scenario, tuttavia, difficilmente realizzabile in quanto lo stallo politico non permette al Paese di avere sufficiente autorità per negoziare con le istituzioni europee, notano ancora da Mediobanca.

Secondo i calcoli di Piazzetta Cuccia il tasso medio di copertura dei crediti dubbi (incagli, sofferenze, crediti ristrutturati, crediti scaduti) degli istituti italiani è del 39% rispetto a una media europea del 53 per cento. Con una situazione piuttosto differenziata da banca a banca: dal 24% del Banco Popolare, che la scorsa settimana ha lanciato un profit warning annunciando rettifiche sui crediti per 650 milioni – al 43% di Unicredit e Intesa Sanpaolo. Uno scenario preoccupante soprattutto alla luce della stretta di Bankitalia sugli accantonamenti con l’introduzione del criterio del “pronto realizzo”, che implica uno sconto del 20-25% rispetto al fair value delle garanzie reali sui prestiti. Un bagno di sangue: i dati dello scorso gennaio di Bankitalia evidenziano un aumento delle sofferenze del 17,5% rispetto allo stesso periodo del 2011, a quota 30 miliardi di euro. 

Tasso di copertura crediti dubbi banche italiane e spagnole a confronto

Mediobanca – che annovera tra gli azionisti rilevanti Unicredit all’8,6% e Mediolanum 3,38% – tuttavia è piuttosto ottimista sulla possibilità degli istituti di allineare il grado di copertura dei crediti dubbi alla media europea lasciando inalterato il monte dividendi. Come? Primo: aumentando il tasso di copertura subito dell’1,3%, livello giudicato dagli analisti il massimo disponibile senza intaccare i dividendi. Secondo: destinando gli utili del quarto trimestre dell’anno a servizio dei crediti dubbi, operazione che vale altri 2,5 punti percentuali di copertura. Terzo: 2,9 punti percentuali abbassando all’8-9% il capitale di vigilanza Core Tier 1 (capitale azionario e riserve di bilancio provenienti da utili non distribuiti al netto delle imposte, ndr). Quarto: 3,9 punti percentuali applicando i rating interni previsti da Basilea III, secondo cui le perdite attese possono essere completamente assorbite con gli accantonamenti e, nel caso non bastasse, dedotte dal patrimonio netto tangibile. 

Lasciando stare i dettagli contabili, «l’ipotesi di ridurre arbitrariamente il capitale di vigilanza a servizio della copertura sembra piuttosto difficile», spiega a Linkiesta un analista indipendente della City di Londra, sotto garanzia di anonimato. Con la bad bank gli istituti di credito iberici hanno incrementato il loro tasso di copertura dal 40 al 60% – attraverso Sareb, veicolo da 50 miliardi partecipato al 45% dalle banche e al 55% dal Governo attraverso il Frob, il Fondo de Reestructuración Ordenada Bancaria (Frob) lanciato da Zapatero – ma esportare il modello implica non soltanto la presenza di un governo, ma anche il coordinamento della Troika Ue, Bce e Fmi. 

La società di consulenza Oliver Wyman, che ha condotto la due diligence degli istituti iberici, ha scoperto che il 57% dei crediti dubbi nei libri della banche spagnole era legato ad attivi immobiliari. Calcolando il valore degli asset immobiliari a garanzia dei prestiti, nota ancora Mediobanca, il tasso di copertura sale al 133% rispetto al 98% della media degli istituti comunitari. Un’altra professione di ottimismo: il valore di mercato medio di un capannone oggi, per quanto non sia scoppiata una bolla immobiliare come a Madrid, è rimasto sostanzialmente stabile (+0,6%) tra 2010 e 2011 secondo i dati dell’Agenzia del Territorio

L’ultimo campanello d’allarme, invece, è costituito dai crediti scaduti da più di 90 giorni. Il consulente Fabio Bolognini ha calcolato, basandosi sui bilanci al 30 settembre 2012, che il tasso di copertura su questa tipologia di crediti varia dal 14% di Unicredit al 3,3% della Banca popolare dell’Emilia Romagna. Ovviamente, soltanto le banche sanno quanti di essi sono destinati a diventare “non performanti”, cioè se si tratterà di esposizioni momentaneamente irrecuperabili a causa di una difficoltà temporanea del debitore – gli incagli – oppure se andranno perdute a causa dell’insolvenza del debitore, finendo nel novero delle sofferenze. Al netto delle statistiche, i principi di sana e prudente gestione evocati dalla Banca d’Italia, in un Paese in recessione, richiedono di andarci con i piedi di piombo. 

A margine dell’Assiom Forex di Bergamo di inizio febbraio, i rappresentanti delle banche italiane avevano lamentato la disparità di trattamento dei crediti ristrutturati, che via Nazionale, a differenza dell’istituto centrale spagnolo, include nel novero dei crediti dubbi. Nel corso del suo intervento all’Accademia dei Lincei, la scorsa settimana, il numero uno di Palazzo Koch, Ignazio Visco, ha spiegato che: «Un elemento essenziale per garantire la stabilità sistemica è il metodo di misurazione delle attività ponderate per il rischio (risk-weighted assets, Rwa), che costituiscono il denominatore dei coefficienti di adeguatezza patrimoniale. È stato affermato – credo a ragione – che le metodologie di calcolo adottate dai vari istituti, soprattutto in giurisdizioni diverse, potrebbero non essere comparabili». Intanto, mentre a livello internazionale si cerca una quadra non penalizzante per i rispettivi sistemi finanziari, gli istituti di credito annaspano. Tanto che, come dice a Linkiesta un hedge fund manager, sapere oggi qual è il vero bilancio di una banca «è come sapere quanti angeli ci sono in cielo». 

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