Too big to fail: il ritorno perverso delle mega banche

La finanza fa il suo giro

Le banche Too big to fail, troppo grandi per fallire, esistono ancora. E sono ancora più grandi di prima. Mentre Wall Street viaggia ai massimi storici e l’economia americana corre, fra Pil in crescita quasi del 3% e disoccupazione in calo, le banche si riscoprono più pericolose. Non solo. Per resistere alla tempesta dei mutui subprime, a cui poi è seguita la crisi dell’eurozona, gli istituti di credito meno viziosi hanno assorbito quelli più sotto stress, diventando a loro volta più vulnerabili. Il risultato è che, rispetto a ciò che era l’universo finanziario prima del 2007, i rischi sistemici non sono diminuiti, bensì aumentati.

Altro che deleveraging. Il fenomeno della riduzione delle attività, comprese quelle più azzardate, per molti versi non è mai avvenuto. «Il problema è che il deleveraging non c’è mai stato in modo concreto», avverte Richard Koo, numero uno di Nomura Research. Secondo l’economista «i tagli al personale, la riduzione degli impieghi e la diminuzione del leverage sono specchietti per le allodole». La verità è che fra i banchieri mondiali «non c’è mai stato il vero cambiamento di mentalità che sarebbe servito per andare verso una finanza davvero nuova». È sempre la logica dell’estremizzazione del profitto a spingere i banker. Nonostante la crisi subprime, nonostante il fallimento di Lehman Brothers, nonostante gli eccessi di un certo modo di fare banca, nonostante gli scandali per trade sbagliati (vedi UBS e J.P. Morgan su tutti), tutto è tornato quasi come prima della crisi iniziata nella primavera del 2007.

Tutto è cambiato affinché non cambiasse nulla? No, secondo Huw Pill, capo economista europeo di Goldman Sachs. «Al contrario del 2007, ora c’è molta più responsabilità, un certo modo di intendere la finanza si può dire che non esiste più», afferma. Il riferimento è al leverage, cioè il rapporto fra capitale di base e capitale investito. E Pill ha ragione. Come spiegato durante una conferenza della Federal Reserve di Dallas dagli economisti Șebnem Kalemli-Özcan, Bent Sørensen e Sevcan Yeșiltaș, il leverage delle banche d’investimento statunitensi è passato da un livello medio di 43, il massimo storico toccato nella prima fase del 2007, a un livello di 20 nel 2009, dopo il crac Lehman Brothers. Ora tuttavia, come invece fa notare la Fed di New York, le investment bank americane sono tornate intorno a quota 30. Nonostante la riforma finanziaria voluta da Barack Obama.

Il Too big-to fail esiste, resiste e continua anche nell’opacità. È il caso dello shadow banking, il sistema bancario ombra. Secondo l’ultimo rapporto settoriale dell’organo internazionale di vigilanza finanziaria, il Financial stability board (Fsb), la stabilità finanziaria è più a rischio oggi che nel 2008. Colpa della dimensione, della sistemicità e del rapporto di leverage degli asset degli intermediari finanziari non bancari, o Non-bank financial intermediaries (Nbfi). Secondo il Fsb il valore complessivo degli Nbfi ha toccato quota 67.000 miliardi di dollari, a fronte dei 26.000 miliardi del 2002 e ai 62.000 miliardi del 2007. È statunitense la fetta più grande, circa 23.000 miliardi di dollari, seguita a poca distanza dall’eurozona con 22.000 miliardi. Più staccato il Regno Unito, 9.000 miliardi di dollari. Mai è stato così elevata la quota degli asset delle Nbfi.

Gli ultimi stress test effettuati dalla Federal Reserve hanno evidenziato la vulnerabilità delle banche americane. Ancora una volta, come e forse di più di cinque anni fa, quando crollò Lehman Brothers, il pericolo è dato dagli eccessi. Asset troppo rischiosi, attività troppo spinte e la voglia di tornare in fretta ai ricavi del periodo pre-crisi hanno prodotto effetti contrari a quelli voluti dai politici americani, Obama in testa. Secondo la Fed in caso di shock sistemici, Goldman Sachs rischia perdite fino a 20 miliardi di dollari. Nemmeno J.P. Morgan, il colosso finanziario guidato dal re di Wall Street Jamie Dimon, è al sicuro.

Sono diverse le colpe. Se il Too big-to fail non è morto, ma anzi è aumentato, è a causa della crisi finanziaria provocata dall’esplosione del mercato immobiliare statunitense. Lo ha spiegato anche Nouriel Roubini, il Dr. Doom dell’economia, durante il Workshop Ambrosetti di Cernobbio. «Bank of America ha preso Merrill Lynch, J.P. Morgan ha preso Bear Stearns e gli esempi di salvataggi bancari tramite acquisizione possono ancora essere di più», dice Roubini. Sono quindi nati istituti bancari che della banca tradizionale hanno solo il nome. Queste mega-bank hanno assorbito le banche quasi fallite, inglobandone gli asset più illiquidi (per non dire inesigibili). Quello che è nato, come ha spiegato nel marzo 2012 il capo economista di HSBC Stephen King, è un sistema finanziario fatto di banche zombie, che per salvarsi sono diventate talmente grandi che non possono fallire.

Una delle altre ragioni, paradossalmente, è la risposta della classe politica. La demonizzazione della finanza effettuata dopo il crac Lehman Brothers ha provocato rabbia nelle persone, ma non ha risolto i problemi che erano presenti a livello di sistema. «Non è una questione di regole», dice Ray Dalio, patron del fondo hedge Bridgewater. La vulnerabilità degli istituti bancari globali, non solo statunitensi, è una questione di mentalità. «Ci possono essere tutte le regole del mondo, ma queste sono fatte per essere infrante nel caso uno lo volesse», ha affermato durante una conferenza londinese delle ultime settimane. E dato che l’attitudine di buona parte della finanza mondiale è rimasta invariata, i rischi non sono stati eliminati. Sono stati solo trasferiti.