Turchia e Israele si parlano di nuovo: merito di Obama

Distensione tra Ankara e Gerusalemme

Per gli analisti di tutto il mondo doveva essere un aut-aut. O rilancio del processo di pace, o rinvio sine die della soluzione del conflitto israelo-palestinese; o ritorno della politica americana – e “obamiana” – in Medio Oriente, o semplice politica di contenimento dello status quo. Invece la visita in Israele e Territori occupati del presidente statunitense Barak Obama si è risolta in qualcosa di diverso, che conferisce credibilità a quell’adagio popolare che vuole che “la verità stia nel mezzo”.

Non c’è stato nessun concreto rilancio del processo di pace, ma non per questo si è trattato di una visita grigia e priva di sorprese. Quello che il presidente americano ha realizzato è stata una totale riappacificazione con la società israeliana, nella sua totalità. Con il suo premier Bibi Netanyahu – con il quale i rapporti personali erano sempre stati difficili – e soprattutto con l’opinione pubblica, la quale da tempo guardava ad Obama con crescente sospetto. Era arrivata al punto da preferirgli il suo rivale Mitt Romney alle ultime elezioni presidenziali, con percentuali che in alcuni sondaggi superavano il 60%.

Obama in soli due giorni ha saputo prendere una alleanza che sembrava ai suoi minimi storici, e trasformarla in quello che sembra ora il rapporto più solido che l’America ha mai avuto con uno stato straniero, a eccezione, forse, della Gran Bretagna. Lo ha fatto nel suo stile, con charme e soprattutto con la grande potenza della sua retorica, sublimata nel discorso che ha tenuto giovedì 21 marzo a Gerusalemme. In poco più di 50 minuti il Presidente americano ha saputo toccare ogni singolo tasto sensibile della società israeliana. Dal riconoscimento e l’ammirazione per la storia del sionismo – unico baluardo di salvezza per il popolo ebraico – al paragone tra la fuga bibblica degli ebrei dall’Egitto e i miti fondativi dell’America e l’epopea degli afro americani. Soprattutto ha sottolineato a più riprese l’assoluta dedizione degli Stati Uniti per la sicurezza dello stato di Israele, fino ad arrivare quasi a paragonarla ad una questione sensibile per la stessa sicurezza interna dell’America.

È in questa chiave che ha parlato anche del processo di pace. Obama ha spiegato come esso sia un imprescindibile tassello della sicurezza israeliana, e di come a sua volta essa sia un requisito fondamentale per la futura prosperità dello stato ebraico. Ancora prima di vedere i risultati dei prossimi sondaggi, il successo della strategia di Obama è stato commisurabile nelle molte istintive standing ovation degli astanti, e dei molti occhi lucidi che si potevano intravedere nel pubblico composto prevalentemente da giovani. 

Ma quale è la strategia americana dietro a questa mossa pressoché inaspettata? Ebbene innanzitutto Obama sembra aver compreso che la via maestra per una soluzione definitiva alla questione israelo-palestinese passa in primis attraverso le percezioni del popolo israeliano riguardo la propria sicurezza. Piogge di razzi, rapimenti, ed attentati, sono stati in questi anni intervallati da guerre lampo contro Hamas a Gaza ed Hezbollah in Libano, rivelatesi sanguinose e mai risolutive. A tutto questo da due anni si sono aggiunte le tensioni dovute alle incerte transizioni della Primavera araba e la crescente percezione di trovarsi isolati e minacciati internazionalmente, con l’Europa che ha votato compatta a favore della membership palestinese alle Nazioni Unite e l’Iran sempre più determinato a dotarsi dell’arma atomica. Nel frattempo il rapporto con gli Stati Uniti – il fulcro della sicurezza israeliana – si è fatto sempre più freddo, soprattutto a causa dell’incapacità delle leadership di instaurare un rapporto di fiducia reciproca. 

Questo clima di isolamento e insicurezza ha lentamente intossicato il discorso politico israeliano, legittimando in maniera crescente le posizioni della destra radicale. Per i partiti di centro-sinistra, da sempre i principali portavoce del processo di pace, la questione palestinese si era trasformata in un “tabù”.Durante la campagna elettorale di gennaio Labour e Kadima hanno ritenuto necessario concentrarsi esclusivamente su temi economici e sociali interni, consapevoli che parlare di pace e di palestinesi avrebbe portato ad un sicuro autogol elettorale.

La visita di Obama è stata esattamente volta a questo: a sdoganare nuovamente il discorso politico del centro-sinistra israeliano sulla questione palestinese. E per farlo ha cercato di disinnescare quelle tensioni e quelle paure che negli ultimi anni hanno reso quasi impossibile perfino nominare il processo di pace. Obiettivo raggiunto? Staremo a vedere. La strada anche solo verso un vero sblocco dei negoziati è densa di notevoli ostacoli, a cominciare dal congelamento degli insediamenti, pillola amara che sarà difficile far digerire a Netanyahu e al suo partito.

Nel frattempo però Obama ha raccolto un primo grande successo: la riappacificazione tra Israele e Turchia dopo l’incidente della navy Marmara del 2010. L’Air Force One non aveva nemmeno iniziato le procedure di decollo dall’aeroporto di Tel Aviv quando il premier Netanyahu ha contattato il suo omologo turco Erdogan per esprimergli le scuse del suo paese per l’accaduto di tre anni fa. Poco dopo un comunicato ufficiale del governo di Ankara dichiarava completamente normalizzate le relazioni tra i due paesi, i due più potenti e stretti alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente. 

Questa mossa potrebbe servire nel lungo termine anche per la buona riuscita delle negoziazioni tra Israele e Palestina, ma nel frattempo ha l’effetto immediato di disinnescare quelle tensioni che si stavano pericolosamente accumulando nel Mediterraneo orientale,anche a causa delle dispute relative ai giacimenti di gas offshore recentemente scoperti al largo di Israele e Cipro. Forse Obama è ancora lontano dal poter cantare vittoria sulla questione palestinese. Ma poter dire di aver riportato un clima di disteso e collaborativo fra i due principali alleati in una regione sempre più pericolosamente instabile può far dormire al Presidente americano sonni un po’ più tranquilli.
 

*ISPI research assistant