Opportune et importuneUn Papa sceriffo? Sì, ma la Chiesa non è solo Vatileaks

I cardinali riuniti in Conclave dovranno tenere conto non solo di corvi e lobby

Quando domani i cardinali elettori alzeranno lo sguardo verso l’imponente Giudizio Universale affrescato da Michelangelo nella Cappella Sistina vedranno raffigurato un episodio che è la negazione di tutto ciò che è terreno. E, anche, della Chiesa stessa. Scorgeranno un uomo muscoloso e dallo sguardo accigliato, Pietro il pescatore di Galilea, che restituisce al Cristo Giudice le chiavi del regno dei cieli. Perché il tempo è finito, la Storia non c’è più. E anche la Chiesa ha concluso definitivamente la sua missione.

In basso, sui tavolini allestiti per l’occasione, ogni porporato apporrà un nome sulla scheda, sotto la scritta: «Eligo in summum pontificem». Tempo ed eterno, visibilità e mistero, già e non ancora s’intrecceranno dunque in un rito che è anche, al netto delle ricostruzioni fantasiose di vaticanisti e scrittori noir, la rappresentazione più autentica e ieratica della Chiesa stessa e della sua intima natura: nel mondo ma non del mondo. Pellegrina nel tempo per “dissolversi” nell’eternità. Custode, non proprietaria, della verità di quell’Uomo che duemila anni fa tra le polverose strade della Palestina ebbe l’ardire di proclamarsi Figlio di Dio e finì condannato al supplizio infamante degli schiavi. E dopo la Risurrezione affidò alle mani fragili e infedeli di un uomo che l’aveva rinnegato nell’ora più buia il compito di portare a tutti gli uomini l’annuncio che, offerta a tutti, una Speranza c’è. E che su di essa si può basare la propria vita e la propria morte. In ogni tempo, anche quello di oggi. E sotto ogni cielo.

Ai vegliardi assisi sotto le volte della Sistina per scegliere il 266esimo successore di Pietro torneranno in mente, forse, i versi di Giovanni Paolo II nel Trittico Romano: «Conclave: una compartecipata premura/ del lascito delle chiavi del Regno./ (…) Non dimenticate: Omnia nuda et aperta sunt ante oculos Eius./ Tu che penetri tutto ­indica!/ Lui additerà». Quasi un sollievo nel fardello della responsabilità. «Lui additerà», appunto. Lo Spirito Santo, senza il quale, chiosò Joseph Ratzinger, teologo e pontefice, la Chiesa si ridurrebbe a un’agenzia umanitaria e non invece il luogo dove abita il suo fuoco, «fiamma che arde, ma non distrugge; che, anzi, divampando fa emergere la parte migliore e più vera dell’uomo». Quello Spirito della cui presenza, oggi, dubitano molti cattolici, a cominciare da tanti preti che parlano di tutto ma tacciono sull’essenziale.

Le discussioni su Vatileaks, i veleni di una Curia pletorica e corrotta, gli scandali e le infedeltà di tanti figli della Chiesa perderanno, di colpo, d’importanza. O, forse, saranno considerate sotto la giusta luce. Da perfetto agostiniano, Benedetto XVI non si scandalizzava del peccato dell’uomo. Semmai del contrario. Sapeva che la Chiesa fino alla fine della storia dovrà fare i conti con quel mysterium iniquitatis che non di rado ne macchia la veste e lacera il volto. Ma non ha l’ultima parola. 

«Servirà un Papa sceriffo», è la diagnosi-richiesta che arriva dai media. Un pastore energico che tenga saldo il timone nella burrasca tutt’altro che passata. Può darsi. Ma la Chiesa, per fortuna, non è solo questo. E in quel Senato supremo che domani si raccoglie nella Sistina essa è tutta rappresentata. Le infamie di alcuni, certo, ma anche il coraggio di altri che nei luoghi più remoti e ostili del pianeta annunciano Cristo “Via, verità e Vita” rischiando la vita ogni giorno, in prima persona, per adempiere all’antica promessa: «Mi sarete testimoni fino agli estremi confini della terra». 

C’è l’Europa, cuore dell’Occidente secolarizzato, dove nel 2010 – informa l’Annuario Statistico della Chiesa – i nuovi sacerdoti sono scesi di 905 unità rispetto al 2009. Qui l’età media del clero aumenta, le chiese e i seminari si svuotano. E la fede di chi crede è sbeffeggiata e derisa pubblicamente da quel mondo che si ritiene saggio e avveduto e liquida come retaggio ingenuo e infantile l’adesione a Cristo. Qui dove alcune leggi proposte dai Parlamenti offrono dell’uomo una visione caricaturale e falsa. E dove ciò che è giusto e sbagliato lo decide chi detiene il potere. 

C’è l’Africa, dove il numero dei cattolici è in costante e forte crescita: dal 2009 al 2010 si è registrato un aumento di 6.140.000 unità. Qui la Chiesa gestisce numerosi istituti di beneficenza e assistenza: tra i quali 1.150 ospedali, 5.312 dispensari, 198 lebbrosari. «Polmone spirituale dell’umanità», l’ha definita di recente il cardinale Robert Sarah, presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum.

C’è l’Asia, dove oggi la Chiesa vive una stagione di rinnovato vigore ed entusiasmo. Solo nelle Filippine ci sono 71,9 milioni di cattolici. Esemplare il caso della Corea del Sud dove i cattolici sono oggi il 10 per cento e nel 2020 arriveranno al 20. Una vitalità, portata dai primi missionari nel fatidico ’68, testimoniata anche dai numeri del clero: 4.455 sacerdoti coreani e 166 stranieri; 34 vescovi, e un cardinale. Il 69 per cento dei preti coreani ha tra i 23 e i 40 anni, mentre 1.587 sono i candidati al sacerdozio nei sette seminari del paese. Tutto il contrario nella Corea del Nord, uno dei Paesi più feroci al mondo per le persecuzioni anticristiane. Attualmente sono tra i 50 e i 70 mila i cristiani detenuti nei campi di lavoro forzato perché accusati di sfidare la Juche, l’ideologia imposta da Kim Il-Sung che dal ’53 educa le coscienze all’individualismo massimalista e al culto del Caro Leader.

C’è l’America Latina con il primato del Brasile che conta 159,7 milioni di cattolici e le innumerevoli sfide sul tappeto: dalla strumentalizzazione della fede in chiave politica da parte dai leader della sinistra populista, alla “concorrenza” delle sette evangeliche che predicano che la ricchezza e il successo mondani sono un segnale di “predestinazione”.

C’è infine il grande problema della persecuzione dei cristiani. Secondo la World Watch List 2013, pubblicata da “Porte Aperte”, che monitora la libertà di culto nel mondo, i Paesi dove più alto è il numero dei cristiani perseguitati e uccisi sono Arabia Saudita, Afghanistan, Iraq, Somalia, Maldive, Mali, Iran, Yemen e Eritrea, otto dei quali a maggioranza musulmana. Tra le new entry degli ultimi mesi ci sono inoltre la Tanzania (24° posto), il Kenya (40°), l’Uganda (47°) e il Niger (50°) che, con l’Eritrea e le stabilmente minacciosissime Somalia (5°) e Nigeria (13°), testimoniano la deriva estremista del risveglio islamico in corso in Africa. Anche in India è lunghissima la lista delle violenze anticristiane commesse dai nazionalisti indù: 170 attacchi di grave o media entità nel solo 2011 secondo il Global Council of Indian Christians.

Di tutto questo, non solo di corvi e lobby, i cardinali riuniti in Conclave sotto gli affreschi di Michelangelo dovranno tenere conto nella scelta del pontefice chiamato a guidare la Chiesa universale, testimoniare della verità e dell’autorità del Vangelo e difendere il gregge dall’assalto dei lupi. Una Chiesa divenuta arida dove è stata fecondata da secoli di Vangelo e fertile laddove il Vangelo è arrivato da poco.