Usa, lo stallo politico costa 750mila posti di lavoro

Usa, lo stallo politico costa 750mila posti di lavoro

«Sono tagli stupidi e non necessari, ma che ci costeranno 750mila posti di lavoro». Le parole del presidente statunitense Barack Obama non riescono a spiegare al meglio perché l’America deve tagliare la spesa pubblica per circa 85 miliardi di dollari, dall’oggi al domani. È colpa del sequester, il programma di tagli lineari alla spesa pubblica che poteva essere evitato attraverso un’intesa fra democratici e repubblicani di cui non si vede nemmeno l’ombra.

Main Street protesta, Washington si irrita e Wall Street torna al livello pre-crisi, incurante del sequester. L’unico a gongolare, strano ma vero, è Barack Obama. Gli Stati Uniti fanno fronte comune nel criticare Washington. «È tutta colpa di problemi politici nei quali la gente normale, che fatica tutti giorni, non è coinvolta», dice Margaret, 27 anni dell’Ohio, alla Cnbc. Ed è vero. Per via del mancato accordo fra democratici e repubblicani non è stato possibile trovare un compromesso per evitare i tagli automatici della spesa pubblica. Dai buoni pasti per gli indigenti ai tagli per alcuni settori della difesa, il sequester provocherà circa 750mila nuovi disoccupati.

Ma cosa è il sequester? In breve, è un taglio generalizzato della spesa pubblica. Secco e lineare, del valore di 85 miliardi l’anno fino al 2012, il sequester colpisce qualsiasi programma, progetto o attività federale, come spiega la legge che lo regolamenta, il Budget control act dell’agosto 2011. Si tratta dell’atto che ha permesso di innalzare il debt ceiling, il tetto del debito federale, sforato più volte negli ultimi due anni. In assenza di un deal fra democratici e repubblicani per tagli alla spesa pubblica (non lineari, ma mirati) da 1.200 miliardi di dollari, ecco che arriva il sequester a fare il suo dovere.

La banca d’affari J.P. Morgan lo ha definito «un immenso mostro, un blob che viaggia per gli Stati Uniti e taglia linearmente tutto quello che incontra, dalla difesa alla sanità». Non è la prima volta che gli Stati Uniti vanno nel panico per qualcosa di cui sarebbe facile trovare la soluzione. Così è stato per il debt ceiling. Nell’agosto 2011, proprio a seguito del mancato accordo fra democratici e repubblicani, è arrivato il primo downgrade del debito sovrano statunitense della storia. Standard & Poor’s tagliò il rating americano privandolo della tripla A, nonostante la confermata sicurezza dell’investimento nel debito Usa. Accordo trovato in extremis e poi via con il nuovo pericolo, il Fiscal cliff.

Il baratro fiscale da 600 miliardi di euro è stato per ora solo rimandato, ma a breve tornerà a farsi sentire nel dibattito politico americano. «La nostra posizione non è cambiata, siamo sempre convinti che sia la Casa bianca a dover fare marcia indietro e dare ascolto alla nostra richiesta di tagli più mirati», ha detto John Boehner, speaker repubblicano della Camera. Solo fra qualche mese ci sarà il nuovo dibattito, nel quale entrerà anche la discussione su come mai Washington ha lasciato scattare il sequester. Cosa succederà ora? Probabilmente meno di quello che in questi mesi si era detto.

I tagli sono già avvenuti e la firma di Obama sul pacchetto di sforbiciate per il 2013 non poteva essere procrastinato. Tuttavia, è possibile che la cifra dei nuovi disoccupati esplicitata da Obama sia minore. A dirlo con serenità è la Brookings Institution, uno dei più autorevoli think tank americani: «Non è chiaro l’impatto del sequester, ma è possibile che parte dei posti di lavoro tagliati nel pubblico venga reintegrato nel settore privato, che continua a essere migliore delle attese». La reazione peggiore potrebbe essere quella delle agenzie di rating. Standard & Poor’s si è detta preoccupata per lo stallo politico e la poca lungimiranza governativa. «Non ci sono previsioni per un taglio immediato del giudizio, dato che l’impatto del sequester sarà molto limitato», ha spiegato S&P. Più pesante invece Moody’s, che vuole capire che cosa succederà nei prossimi giorni. «L’inazione governativa rischia di essere più pericolosa dei tagli alla spesa pubblica», dice la seconda agenzia di rating più importante, che per ora mantiene il giudizio AAA per gli Usa. Analoga la posizione di Fitch, che considera pericoloso questo continuo ritardo nella vita legislativa americana, ma considera gestibile la crisi derivante dal sequester.

In altre parole, per il 2013 i tagli sono stati firmati da Obama e saranno effettivi dai prossimi giorni, prosciugando 85 miliardi di dollari di spesa pubblica per gli Usa. La sensazione è che però sia il frutto di una prova di forza di Obama. Nonostante questo sia il suo ultimo mandato, e forse anche proprio per questo motivo, il presidente sta conducendo una battaglia serrata contro Boehner e i repubblicani, considerati troppo dogmatici da Washington. «È chiaro che vincerà Obama, ha il coltello dalla parte del manico e adesso scaricherà la firma dei primi tagli sui repubblicani, aizzando l’opinione pubblica contro di loro», spiega una nota mattutina di Goldman Sachs.

Chi invece non sembra risentire degli effetti del sequester è Wall Street. I corsi azionari sono ai massimi livelli dal 2007 e la maggior parte degli operatori ritiene che il peggio, almeno per la borsa Usa, sia passato. I valori sono tornati alle quote pre-crisi, il Dow Jones ieri ha chiuso oltre i 14.000 punti, e pure stipendi e bonus stanno crescendo. Come dice Kenny Polcari di ICAP «il sequester è un problema che riguarda Washington e il suo rapporto con i cittadini, non riguarda Wall Street». Un altro esempio di quanto la finanza sia ormai scollegata con la vita politica a stelle e strisce. 

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