Via Fani, il rapimento di Aldo Moro, 35 anni fa

Terrorismo

«Un agguato agghiacciante: pochi minuti dopo le 9 un commando composto da dodici terroristi ha massacrato i cinque uomini di scorta e ha rapito Aldo Moro. È stata un’azione di tipo militare che non permetteva margini di errore, eseguita da professionisti, tiratori scelti». Così esordisce l’articolo della Stampa che spiega quanto fosse successo il 16 marzo 1978 a Roma, in via Fani, ovvero il rapimento di Aldo Moro e l’uccisione della sua scorta. Una data, questa di 35 anni fa, destinata e rimanere scolpita per sempre nella memoria degli italiani.

Rileggere il film degli avvenimenti di allora fa davvero impressione: un’azione che le Brigate rosse conducono con «geometrica potenza», come avrebbe scritto Franco Piperno, leader di Potere Operaio, nella rivista Metropolis. «Il presidente nazionale della Dc», scrive Fabrizio Carbone nella Stampa, «esce di casa alle 9. È diretto a Montecitorio, ma prima vuole fermarsi alla chiesa di Santa Chiara, in piazza dei Giochi Delfici. Come ogni mattina in via di Forte Trionfale 79 sono parcheggiate la 130 ministeriale blu e l’auto di scorta della polizia, un’Alfetta bianca. Moro sale sulla prima e si siede a sinistra, accanto ha il pacco dei giornali, una bozza del discorso che Andreotti pronuncerà in Parlamento e le tesi di laurea dei suoi studenti che dovrà discutere a mezzogiorno all’università.

Guida la 130 il carabiniere Domenico Ricci; accanto c’è Oreste Leonardi, il maresciallo maggiore che da anni è “l’uomo-ombra” di Moro. Gli uomini di scorta sono tre: Raffaele Jozzino alla guida, Francesco Zizzi e Giulio Rivera. Le due automobili percorrono a velocità sostenuta la strada che porta a via Trionfale; alle 9 e 5 minuti imboccano via Mario Fani. L’agguato sta per scattare, cronometrico. Parcheggiata a destra, a poche decine di metri dallo stop segnaletico parte di colpo una Fiat 128 familiare che ha la targa argentea del corpo diplomatico. Sia la vettura di Moro che l’Alfetta di scorta sono costrette alla frenata brusca. La 130 sterza e riesce a fermarsi a pochi centimetri, ma la vettura di scorta la tampona.

È un attimo e si scatena la guerra: sei-sette uomini armati sbucano sparando dal muretto del bar “Olivotti”. Gli occupanti della 128 massacrano a freddo Ricci e Leonardi; gli altri sventagliano i mitra contro Jozzino, Ricci e Rivera. Quest’ultimo ha la forza di uscire dall’Alfetta e di sparare tre colpi con la sua calibro 9 lungo. Ma anche lui viene falciato e poi finito da una raffica.

Una manciata di secondi, non più di un minuto. L’on. Aldo Moro è seduto in macchina, impietrito. Si avvicina un uomo e lo trascina fuori per i piedi, con violenza. Moro viene sbattuto di peso su una 128 blu che intanto è sopraggiunta. Poi si forma una specie di corteo: in testa una 132, seguita da due 128, una bianca e una blu».
Comincia così uno dei periodi più bui della storia dell’Italia repubblicana, che si concluderà 55 giorni dopo con il ritrovamento del corpo del leader democristiano racchiuso nel bagagliaio di una Renault 4 parcheggiata in via Caetani.

Ma ora concentriamoci su quel 16 marzo di 35 anni fa. Il Paese è sotto choc, i sindacati si mobilitano immediatamente, dichiarano lo sciopero generale, nel pomeriggio le piazze di tutta Italia si riempiono di lavoratori che manifestano ammutoliti. «Forse mai, in così breve tempo, era stato possibile raccogliere tanta gente nella più grande piazza romana, quella antistante la basilica di San Giovanni. Più di duecentomila lavoratori, provenienti dai centri della provincia e dai quartieri periferici, hanno accolto prontamente l’invito della federazione Cgil-Cisl-Uil a riunirsi per testimoniare con la loro presenza, ordinata e sommessa, lo sdegno dell’intero movimento sindacale, del Paese, per il tragico attentato all’on. Moro e agli uomini della sua scorta. Non solo la piazza era completamente gremita, anche le strade di accesso, per centinaia di metri, erano stipate di operai, impiegati, donne, giovani, pensionati, tutti visibilmente commossi», scrive ancora il quotidiano torinese.

Era previsto che il giorno stesso il presidente del Consiglio incaricato, Giulio Andreotti, chiedesse la fiducia al Parlamento, cosa che avviene, in un’atmosfera drammatica. Il monocolore democristiano ottiene la fiducia sia alla Camera, sia al Senato, votano a favore, accordando l’appoggio esterno, quasi tutti i partiti (si sfila il Pli, che si era astenuto sul governo precedente) e, soprattutto, vota a favore il Pci, segnando il ritorno in maggioranza del più grande partito comunista dell’Occidente, per la prima volta dal 1947. Il presidente della Repubblica, Giovanni Leone, parla di «episodio sconvolgente e gravissima sfida allo Stato».

Arrigo Levi firma un fondo intitolato «Con i terroristi non si tratta». Il direttore della Stampa scrive: «In questa catena di delitti infami – che i terroristi in carcere a Torino hanno accolto con canti e grida d’entusiasmo – sta tutta l’ignominia delle Brigate rosse, rosse solo del sangue delle loro vittime». E poi conclude: «È impossibile non collegare il rapimento di Moro, principale artefice della difficile alleanza tra partiti che dà una così larga maggioranza al nuovo governo, con questo particolare momento politico: la coincidenza tra il rapimento e il dibattito sulla fiducia non è certo casuale. Ma il solo effetto politico che è dato vedere o immaginare è appunto il rafforzamento dell’unità tra le forze politiche costituzionali. Questo attacco infame allo Stato democratico è perciò già fallito».

Alla fin fine Arrigo Levi, uno dei giornalisti più lucidi che l’Italia abbia avuto, aveva ragione. Il giorno più lungo, che è anche il più nero, della Repubblica italiana, il 16 marzo 1978, segna l’inizio della fine per le Brigate rosse. Da quel momento origina la reazione dello Stato, spesso improvvisata, talvolta scomposta, in alcune occasioni discutibile (le leggi antiterrorismo volute dal ministro dell’Interno, Francesco Cossiga, sanciranno una limitazione delle libertà individuali), che sarà continua e incalzante. Dopo molte altre vittime, attraverso il doloroso contributo di sangue di tutori dell’ordine e magistrati, le Br usciranno sconfitte.

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