Bonomi, l’americano che vuole contare in Piazza Affari

Il nipote di Anna Bonomi Bolchini verso la prova dell’assemblea

L’assemblea dei soci della Bpm riunita alla fiera di Milano ha bocciato la modifica allo statuto necessaria a introdurre il voto a distanza nella cruciale assise del 22 giugno, quando i soci saranno chiamati ad approvare la modifica in Spa ibrida. Esultano i sindacati, che in un comunicato congiunto firmato da Lando Sileoni, segretario generale Fabi e Giuseppe Gallo, omologo di Fiba-Cisl, esprimono soddisfazione per la scelta dei soci dell’istituto di Piazza Meda. Rispondendo alle domande dei soci, Bonomi aveva però slegato la questione del voto da casa da quella della trasformazione in Spa, spiegando di «non avere gli elementi per fare una discussione su questo tema», ribadendo che il poter votare tutti è un «segno di civiltà». Per quanto molti osservatori vedano la vittoria dei no all’ordine del giorno come una prima bocciatura dello schema Bonomi, è tutto da dimostrare che il voto a distanza avrebbe portato un reale vantaggio all’attuale management.

«Quando fiuto un’iniziativa interessante, impazzisco se non mi ci butto dentro per raggiungere l’obiettivo», diceva sua nonna Anna, indimenticata sciura “compro io” della finanza meneghina. Ad animare Andrea Bonomi, nella sfida per la trasformazione di una banca cooperativa con 150 anni di storia in società per azioni “ibrida”, è il medesimo sentimento. Tuttavia, anche se il diretto interessato non lo ammetterà mai, lo stato d’animo con cui ha conquistato la Popolare di Milano è un altro: quello di rivincita. Una revanche nei confronti della storia, per rimettere la famiglia al centro della finanza milanese, attraverso un istituto di credito che gesisce gli impieghi di un tessuto economico vitale per il Paese. 

È però il secondo punto in agenda, la Spa “ibrida”, appunto – tramite una Fondazione in cui confluisce il 5% degli utili, che prevede una clausola di decadimento in caso di Opa a fronte di un indennizzo in denaro – il vero game changer per Bonomi l’americano. Oggi, dopo una settimana di litigi, veti, appelli e missive, che ha visto le dimissioni di tre consiglieri di sorveglianza (Federico Fornaro, Cesare Piovene e Alessandra Pontiggia) l’assemblea dei soci dovrà esprimersi non solo sui conti, ma sulla possibilità di cambiare lo statuto per consentire il voto a distanza nell’assemblea cruciale del 22 giugno. Una modalità che non convince i sindacati e non è detto che porti ai risultati sperati dal consiglio di gestione. Ieri il consiglio di sorveglianza ha bocciato I’esposto che (ai sensi dell’art. 52 del Tub) il consiglio di gestione aveva chiesto al consiglio di sorveglianza di valutare nei confronti del progetto “Idea”, alternativo alla Spa, presentato nella riunione del 4 aprile scorso dai consiglieri Maurizio Cavallari, Enrico Castoldi e Ruggiero Caffari Panico. 

Dal canto suo Bonomi, in una lettera indirizzata ai vicepresidenti del Cds Umberto Bocchino e Giuseppe Coppini, ha spiegato che le iniziative dei tre consiglieri «hanno posto a serio rischio la stabilità della banca e la possibilità di portare a compimento le iniziative di rafforzamento patrimoniale utili a garantire le sue prosepettive future», sottolineando il «tentativo di arresto del processo di rinnovamento in atto» oltre ai rischi del progetto alternativo alla Spa per le banche parte del consorzio di garanzia dell’aumento di capitale da 500 milioni per ripagare i Tremonti Bond. Massimo Masi, segretario generale della Uilca, ha invece denunciato, in una lettera aperta di risposta a un’altra missiva inviata il 24 aprile da Bonomi ai dipendenti per invitarli a votare a favore delle scelte aziendali – bollando come «fallimentare» la gestione precedente – che essa si configura come «un chiaro segnale di scontro». Per Banca d’Italia, racconta un consigliere di Piazza Meda, la Bpm è «è la prova del Budino»: via Nazionale sa bene di non potersi permettere un commissariamento dopo lo scandalo Monte dei Paschi. 

Quarantotto anni, Sposato, tre figli, è cittadino statunitense. Alle ultime presidenziali ha votato per Mitt Romney, anche se le sue idee sono di centrosinistra. Oggi fa la spola tra Milano, Londra e Lugano, dove ha sede BI-Invest, società che controlla il fondo Investindustrial, primo azionista della Bpm all’8,2 per cento. L’istituto di Piazza Meda, dove ha messo un chip da 80 milioni di euro, non è che la provincia di un impero da 3,2 miliardi di asset gestiti – tra gli altri, Gardaland, Eutelsat, Snai, Aston Martin – che nell’ultimo anno ha generato 7 miliardi di ricavi (+2% sul 2011), con un margine lordo di 1,4 miliardi (+14% sul 2011) e liquidità per 1,3 miliardi. Risultati non scontati, considerando che nel 2012 il 39% dei ricavi è stato generato dall’Italia e il 26% dalla Spagna, «e provate voi ad andare dagli americani a dirgli di investire in due Paesi in crisi», nota un banchiere, che individua in Filippo Aleotti e Dante Razzano, rispettivamente presidente e amministratore delegato di Investindustrial Advisors – Razzano è anche consigliere di gestione in Bpm – i due «fuoriclasse» che lo aiutano a condurre gli affari.

Quella della Popolare di Milano, prima banca fondata in città dopo l’unità d’Italia, è partita della sua vita, non un vezzo come potrebbe sembrare di primo acchito. Portata avanti con determinazione un po’ per scrollarsi l’eredità della nonna Anna Bonomi Bolchini – figlia di una portinaia, seppe diversificare un impero immobiliare aquisendo la Mira Lanza, la Rimmel, il Credito Varesino, Toro Assicurazioni, la Fondiaria, la Banca prealpina di Lugano – che onora ma non venera. Un po’ per difendere il padre Carlo, compagno di studi di Roberto Mazzotta (storico presidente Bpm) e ricordato come un manager distratto dalla passione per i motoscafi off-shore che a metà anni ‘80 si lasciò sfilare la BI-Invest da Mario Schimberni, presidente della Montedison di cui BI-Invest, tramite Gemina, controllava una quota del 17 per cento. Fu una delle prime scalate ostili nella storia di Piazza Affari. 

La Bpm è un grimaldello non tanto per far parte nel “salotto buono”, seppure per effetto della conquista dell’istituto sia entrato nelle stanze dei bottoni di Rcs, da dove si è dimesso di recente, e di Pirelli, quanto per porsi come homo novus della finanza italiana. Il suo è un progetto sinceramenta animato dalla volontà di cambiare, non solo nel fare banca, ma nella mentalità del business italiano. Per farlo ha due sponsor ingombranti: da un lato la Banca d’Italia, che dopo gli scandali che hanno coinvolto il Monte dei Paschi vuole evitare a tutti i costi il rischio di un commissariamento di uno istituto nella top 5 del Paese. Dall’altro Piazzetta Cuccia, che ha puntato su un candidato più giovane, dinamico ed estraneo al modus operandi dei grandi power broker. Tra i suoi collaboratori rimangono celebri le sue esternazioni nei confronti dei notai e della burocrazia, degli orari e dei bizantinismi di organi come la Camera di commercio di Milano.

«All’apparenza si dimostra posato, quasi fragile. A differenza di molti manager del private equity non è uno squalo, anzi ha una visione di medio periodo, non di lungo ma nemmeno da mordi e fuggi», dice chi lo conosce bene. Ciò non significa non sia consapevole dei propri mezzi. «Oggi sono tutti bravi, ma chi avrebbe scommesso sulla Ducati quando l’ho comprata?», ama ripetere. E in effetti la storia della casa di Borgo Panigale è emblematica, per due ragioni. La prima: acquisendone il 29,9% nel 2006 per 41 milioni di euro, salendo due anni dopo all’85% con un investimento complessivo da 390 milioni, Ducati è stata ceduta per 860 milioni, con un aumento del 6% delle quote di mercato italiano in sei anni. La seconda la racconta un sindacalista direttamente coinvolto nei negoziati in Piazza Meda: «I rapporti con i sindacati in Ducati erano ottimi, anzi, un modello per tutta l’industria metalmeccanica. Per questo mi stupisce l’atteggiamento che Bonomi ha assunto nei nostri confronti. Non lo riconosco più». 

Ecco perché la metamorfosi in Spa prevista dal piano Ovidio, messo nero su bianco dal consiglio di gestione e – a quanto denunciano i diretti interessati – non ancora sottoposto all’esame dei sindacati nella riunione dello scorso 16 aprile, è una questione delicatissima. Domani si avranno le prime indicazioni sulla presa del manager anglomilanese su Piazza Meda, che per diventare un manager di successo in Piazza Affari dovrà convincere, mediare, negoziare. «Bonomi si appoggia allo studio legale che lo segue, ascolta un paio di consiglieri e poi si comporta di conseguenza. Del mondo delle popolari sa poco. Poi ha sottovalutato il peso l’associazione “Amici”, che per quanto sia stata sciolta, si è riaggregata sotto altre forme nelle liste dei pensionati», racconta chi ha seguito i negoziati. Siamo ancora a Milano, mica a New York.