Colpita al cuore la culla della rivoluzione americana

Atto di terrorismo a Boston. Usate due pentole a pressione. Obama: non abbiamo paura

Quando Linkiesta telefona al Consolato generale d’Italia a Boston, in Italia è quasi l’una di notte. A Boston, invece, quasi le sette di sera. Solo un’ora prima il presidente Barack Obama ha promesso ai suoi concittadini che «scopriremo chi ha fatto questo e perché. Qualsiasi individuo responsabile, qualsiasi gruppo responsabile, sentirà tutto il peso della giustizia.» Al telefono la voce del nostro console, Giuseppe Pastorelli, è secca. Ferma. «Come ho detto anche ad altre testate giornalistiche, qui abbiamo un’unità di crisi, e due team sul territorio che stanno andando negli ospedali per verificare un’eventuale presenza di connazionali feriti. – spiega – Siamo anche in contatto con le autorità locali per avere da loro informazioni ufficiali. Al momento, ma la situazione è in costante evoluzione e non si tratta di dati confermati, non sono riportati feriti italiani. Con tutte le cautele del caso però, la situazione è molto complessa e il quadro è ancora incerto e non definitivo.»

Il diplomatico italiano ha ragione. Sono pochissime le certezze, in quella che il governatore del Massachusetts, Deval Patrick, ha definito “una giornata raccapricciante”. Sembra che i morti siano almeno tre, incluso un bambino di otto anni, e oltre centoquaranta i feriti. Le due esplosioni, verificatesi in rapida successione nei pressi del traguardo della Maratona di Boston, hanno sconvolto tutta la nazione, da costa a costa. Le foto su internet di corridori feriti, sangue ovunque, gente in lacrime, devastazioni, fanno pensare più all’Iraq travolto dagli attentati suicidi, che alla culla della Rivoluzione americana. È stato colpito un simbolo della passione americana per lo sport, la socialità e l’integrazione. A loss of innocence, come titola un articolo pubblicato sul sito di Runner’s World, la rivista podistica più autorevole del mondo.

«La Maratona di Boston è un evento sportivo storico, importante, che è stato macchiato da un’orrenda tragedia. – conclude Pastorelli – Le autorità americane stanno rispondendo con prontezza.»
Poco dopo aver sentito il console, Linkiesta riesce a contattare Nicola Orichuia, giornalista romano, fondatore della rivista Bostoniano. «Per fortuna non ero in centro quando ci sono state le esplosioni. Ho sentito un paio di miei conoscenti che erano lì, non lontano. – racconta – Ci si sente quasi paralizzati quando succede una cosa come questa così vicino a casa, non si sa che cosa pensare.» Subito dopo le esplosioni, continua Orichuia, «ci sono state così tante telefonate da dare problemi alle linee. Pure io cercavo di chiamare un familiare, e la mia telefonata finiva su altre linee. Ho chiamato un estraneo. Ho ricevuto una telefonata da una persona dal Canada che di sicuro non cercava me.»

A peggiorare la situazione ha contribuito il clima, freddo ma bello, che ha riempito la città di spettatori curiosi. Soprattutto giovani. «Boston è una città universitaria, dove abito io per esempio ci sono tanti studenti della Boston University, e per gli studenti vige la tradizione di andare a vedere la maratona in vari punti del percorso. Inoltre oggi è festa in tutto lo stato, non ci sono lezioni…». La Maratona di Boston ha infatti luogo in occasione del Patriots’ Day. Anzi, essa è nata per commemorare proprio un episodio della Rivoluzione americana: la disperata “cavalcata di mezzanotte” del bostoniano Paul Revere, che riuscì ad allertare le milizie rivoluzionarie dell’arrivo dei britannici, con cui si sarebbero poi scontrate nella battaglia di Lexington del 19 aprile 1775.

E in effetti organizzare un attentato a Boston, scenario del “massacro di Boston” (5 marzo 1770) e soprattutto del Boston Tea Party (16 dicembre 1773) all’origine della Rivoluzione americana, significa colpire un emblema della memoria patriottica americana. Chiunque sia stato il responsabile dell’atto terroristico, difficilmente poteva ignorare il valore simbolico del giorno e del luogo prescelti. Naturalmente è prematuro cercare di capire chi ci sia dietro l’attentato. Potrebbe essere una tragica espressione del terrorismo islamista. O del fanatismo di destra, pronto a scatenare una nuova guerra d’indipendenza contro il “socialista” Obama. Oppure si potrebbe trattare del gesto di un folle. Non a caso il presidente statunitense ha invitato i suoi concittadini a non saltare a conclusioni affrettate.

Verso le tre del mattino Linkiesta riesce a sentire il professor Steven Weber, docente di scienze politiche e direttore dell’Institute of International Studies a Berkeley, in California. «Io definirei quanto è accaduto a Boston un atto terroristico, a prescindere dall’autore o dalle ragioni dell’attentato. Potrebbe volerci qualche tempo prima che si abbia risposta a questi interrogativi.» Secondo l’accademico americano, «nei prossimi giorni la Casa Bianca ci aggiornerà sui progressi delle indagini, e manterrà un atteggiamento calmo. La miglior risposta al terrorismo è non essere terrorizzati.» 

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