Crediti Pa, le imprese vedranno mai i loro soldi?

La battaglia con la Ragioneria generale e la benedizione Ue

Aggiornamento 4 aprile 2013 

Mario Draghi, nel corso della conferenza stampa che come di consueto segue la riunione del comitato direttivo della Bce, benedice il decreto per il pagamento della Pa prossimo venturo: «La misura di stimolo più importante che un Paese possa dare è restituire gli arretrati, che in alcuni casi valgono diversi punti di Pil».

Meno male che era un’emergenza. L’atteso decreto per sbloccare 40 miliardi su 91 totali (stime di Bankitalia) di debiti della Pa dovrà attendere ancora. Il consiglio dei ministri che avrebbe dovuto varare il provvedimento era atteso per le 10 di stamani, poi ieri in tarda serata è stato spostato alle 19 e infine rimandato al più tardi a lunedì. Intanto a Palazzo Chigi è terminato da poco l’incontro con l’Anci, l’associazione che riunisce i Comuni, e al ministero dello Sviluppo Economico è prevista una riunione con le associazioni delle imprese alle 18.30. In una nota ufficiale si legge che «Il Ministro dell’Economia e Finanze Vittorio Grilli, in accordo con il Ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera, ha fatto presente al Presidente del Consiglio l’opportunità di proseguire gli approfondimenti necessari per definire il testo del decreto sui pagamenti dei debiti commerciali della P.A. Pertanto il Consiglio dei Ministri previsto per oggi si terrà nei prossimi giorni».

Sussurrando, sono in molti a rallegrarsi che la misura sia saltata. Troppo complicata l’impostazione della bozza licenziata dai tecnici della Ragioneria generale dello Stato. Non a caso Carlo Sangalli, numero uno di Rete Imprese Italia, ha definito il documento di lavoro «una falsa partenza». Sono quattro le criticità rilevate da chi ha esaminato a fondo il documento. Primo: la creazione di tre fondi separati per liquidare i debiti della Pa: uno per i Comuni (2 miliardi), addirittura gestito dal ministero dell’Interno e non da quello dell’Economia, uno per Regioni e Province (9 miliardi) e un altro per le Asl (15 miliardi). Cosa significa in concreto? Un esempio: un’impresa che lavora per conto di Comune e Asl, ad esempio una società informatica, deve attivare due procedure distinte presso due diversi ministeri. Secondo, le tempistiche della certificazione dei crediti da parte del settore pubblico: l’onere della prova spetta alle imprese, che nella bozza circolata ieri sera avevano 20 giorni di tempo per registrarsi sulla piattaforma del Tesoro. Peccato che non è chiaro in che ordine e in quanto tempo i crediti siano effettivamente conteggiati e saldati. Un’incertezza insostenibile: le stime parlano di 4 mesi almeno. Terzo, la creazione – a fronte della possibilità di sforare il patto di stabilità – la creazione di una sorta di “secondo patto di stabilità” dai parametri ben più stringenti. Quarto, i tagli ai ministeri per finanziare gli interessi di mora sui ritardi degli enti locali.

«Bastava copiare la Spagna», è la riflessione dei tecnici che in questi giorni hanno messo a punto il testo. Un modello suggerito anche dalla Banca d’Italia nella relazione al Parlamento della scorsa settimana. Il decreto con cui l’esecutivo Rajoy ha sbloccato 27 miliardi di crediti è di sole 8 pagine, attraverso un unico fondo gestito dal ministero dell’Economia. Madrid, oltretutto, rileva le spese in conto capitale ai fini dell’indebitamento netto in termini di competenza, al contario di Roma, dove i debiti da spese d’investimento influenzano il deficit. Per questo, la scorsa settimana, non aveva convinto – il presidente dell’Istat Enrico Giovannini ha parlato di «elemento di preoccupazione» – la decisione di sbloccare subito 7,9 miliardi riferiti a questo capitolo, avvicinando così il deficit italiano al 3% del Pil, tetto massimo imposto dai vincoli del fiscal compact. Una cifra poi ridottasi a 5 miliardi nell’ultima versione della misura. 

Per quanto riguarda il “secondo patto di stabilità interno”, i lacci e lacciuoli cambiano a seconda dell’ente che richiede l’assistenza dei fondi del ministero, ma hanno tutti il medesimo effetto: irrigidire la capacità di spesa dei prossimi anni. I Comuni a corto di liquidità che decidono di attingere al fondo sottoscrivendo di un piano di ammortamento a rate costanti dal rendimento pari per il 2013 ai Btp a tre anni (2,45% alle 17.00), per il triennio successivo non possono impegnare spese correnti in misura superiore all’importo annuale minimo dei corrispondenti impegni effettuati nell’ultimo triennio. Non possono poi indebitarsi per finanziare gli investimenti, né tantomeno prestare garanzie per la sottoscrizione di nuovi prestiti o mutui da parte di enti e società controllati o partecipati.

Stesso schema per le Regioni, alle quali non solo è vietato sottoscrivere nuovi prestiti o mutui per i 5 anni successivi, ma anche effettuare spese per investimenti a meno di aver rispettato il patto di stabilità l’anno precedente o di avere un bilancio in equilibrio strutturale. Le Regioni che chiedono ossigeno finanziario al ministero non possono inoltre superare – al netto delle spese per la sanità –l’ammontare minimo annuale delle spese correnti dell’ultimo triennio. Tirando le somme, onorare gli impegni con i propri creditori chiedendo una mano al ministero, almeno stando a quanto emerso finora, costerà caro agli enti territoriali per i prossimi anni. Se non altro, guardando il bicchiere mezzo pieno, è scomparso definitivamente l’aumento dell’addizionale Irpef regionale. Un paradosso in meno di un documento che, allo stato attuale, è a dir poco barocco. 
 

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