Da Roma e Ue lo stesso verdetto: i conti non tornano

La crisi italiana

Oltre il 130% del Pil. È questo il punto in cui arriverà il debito italiano nel corso del 2013. Mai era stato così. La conferma arriva dal governo, che ha rivisto al rialzo le stime del rapporto fra debito e Pil proprio nel giorno in cui la Commissione europea ha lanciato l’allarme sugli squilibri macroeconomici all’interno dell’eurozona. La recessione continuerà per buona parte del 2013, dice il governo italiano, e solo sul finale dell’anno potrebbero esserci novità positive per l’economia. Il tutto a patto che l’attuale assetto, fra riforme e misure in cantiere, sia mantenuto.

Il timore è quello di un deragliamento dal programma di consolidamento fiscale. La Commissione europea sta monitorando con attenzione i conti pubblici italiani. Dopo i 16 mesi del governo guidato da Mario Monti è il momento di tirare le somme. Certo, non è solo un caso italiano. Sono infatti 13 i Paesi con squilibri macroeconomici rilevanti: Belgio, Bulgaria, Danimarca, Finlandia, Francia, Italia, Malta, Paesi Bassi, Regno Unito, Slovenia, Spagna, Svezia e Ungheria. E i dissesti sono tali da richiedere un controllo approfondito. La stessa Commissione Ue non ha usato mezzi termini, alla luce dell’attuale situazione di questi Paesi: «Si impone dunque un deciso impegno per le riforme strutturali in modo da garantire che tali squilibri vengano eliminati in modo ottimale e che possano essere create le condizioni per una crescita sostenibile e per la creazione di posti di lavoro». Un messaggio rivolto soprattutto alle nazioni più grandi, Francia e Italia.

Roma nel frattempo ha approvato il Documento di economia e finanza (Def), che ha sancito alcuni fatti che gli investitori davano già per certi da alcuni mesi. Il primo è l’aumento del rapporto fra debito pubblico e Pil, che per il 2012 si è attestato a 1.565,9 miliardi di euro e per il 2013 toccherà quota 1.573,2 miliardi. Solo nel 2014, secondo le stime del governo, si tornerà sopra quota 1.600 miliardi di euro. Il risultato è che il coefficiente debito/Pil è stato rivisto al rialzo, dal 126,1% delle previsioni dello scorso settembre al 130,4% di oggi. Più di 4 punti percentuali di differenza. Il secondo è l’entità della recessione nell’anno appena trascorso. Il Pil nel 2012 è calato di 2,4 punti percentuali. Colpa soprattutto del maggiore carico fiscale introdotto dal governo Monti e resosi necessario al fine di mettere in ordine i conti pubblici. Nello specifico, il deficit è tornato verso il livello richiesto dal Fiscal compact, ovvero il 3% del Pil. Tuttavia, nel corso di quest’anno il deficit aumenterà leggermente a causa del 20 miliardi di euro di arretrati che l’Italia pagherà alle imprese con cui ha debiti. A questi faranno seguito altri 20 miliardi di euro nel 2014. Una spinta che, nelle intenzioni del governo, dovrebbe aiutare le società italiane nell’affrontare la recessione e aggirare il credit crunch.

La restrizione del credito bancario, infatti, è una delle principali preoccupazioni della Commissione europea. Più la crisi avanza, più gli squilibri fra Nord e Sud della zona euro aumentano, più le banche dei Paesi periferici sono costrette a trovare forme alternative di profitto. Due i motivi. La Banca centrale europea ha deciso l’anno scorso di ridurre a zero il tasso d’interesse per i depositi overnight, che forniva una fonte di guadagno agli istituti di credito che parcheggiavano liquidità presso la Bce. L’obiettivo di Francoforte era chiaro: ripristinare i canali del credito nelle economie in cui questi erano interrotti. Il problema è che è avvenuto l’esatto opposto. All’abbassarsi dei tassi d’interesse di rifinanziamento della Bce, si sono alzati i tassi retail richiesti dalle banche di Spagna e Italia. È questo il maggior spread possibile, nonché il più pericoloso. E poi c’è il secondo motivo. Gli investitori stranieri preferiscono allocare le proprie risorse presso Paesi considerati sicuri. È il fenomeno del fly-to-quality, che ha colpito (e continua a colpire) Italia e Spagna, lasciando loro pochi spazi di manovra. «Difficile frenarlo in assenza di stabilità politica», avverte UBS.

In questo scenario di difficoltà per l’economia italiana è stato proprio lo stallo politico derivante dalla inconcludenti elezioni di febbraio ad aver peggiorato la situazione. Nonostante i lavori del Parlamento siano iniziati, l’incertezza è ancora elevata. Le riforme sono ciò che serve all’Italia per evitare di essere ancora una volta l’epicentro della crisi dell’eurozona. In altre parole, il miglior antidoto per il male italiano, che potenzialmente può diventare il male europeo.

«Occorre che il prossimo governo italiano continui con il processo di riforme». Così Mario Monti ha dettato la linea per ciò che dovrà fare il prossimo esecutivo. Ma il prossimo inquilino di Palazzo Chigi, e il suo staff, avranno anche un altro compito, ben più difficile. Convincere gli investitori stranieri a tornare ad acquistare i titoli di Stato. Operazione difficile, stando ai dati elaborati oggi da Barclays. Secondo la banca britannica, infatti, al netto degli acquisti di Francoforte, la quota di bond governativi detenuti dagli stranieri è calata dal 51% del luglio 2011 al 36% del gennaio 2013. Se da un lato le misure, per ora solo sulla carta, della Bce stanno tenendo bassi i tassi d’interesse e ci sono esternalità positive dalle recenti decisioni di politica monetaria della Bank of Japan, dall’altro l’incertezza politica italiana rischia di peggiorare il clima intorno al Paese. Sia economico sia finanziario.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

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