Fiducia, governo, congresso: lo tsunami travolge il Pd

Democratici sull'orlo di una crisi di nervi. "Fuori i vecchi big dal nuovo esecutivo"

«È preoccupante quello che sta succedendo all’interno del Pd. I casi Marini e i 101 franchi tiratori per Prodi non hanno insegnato alcunché». All’ingresso della sede nazionale del Pd in via Sant’Andrea delle Fratte il malumore si percepisce ascoltando le parole di alcuni segretari provinciali e regionali. È il giorno delle comunicazioni ai vertici delle province e delle regioni. Sessanta giorni di corteggiamento al Movimento Cinque Stelle non sono serviti a nulla. La carta d’intenti, che i partecipanti alle primarie dello scorso 25 novembre hanno sottoscritto, è ormai cartastraccia. Nel giro di 24 ore la linea politica dei democratici è mutata. Si guarda al “governo di servizio”, dice Enrico Letta, forma raffinata per indicare un governissimo con il Cavaliere di Arcore.

Ma la base non ha affatto digerito che lo stato maggiore del Pd, e tutti i componenti della direzione, si siano consegnati al Capo dello Stato Giorgio Napolitano. «Perché a noi segretari provinciali risulta difficile convincere il popolo delle primarie». «Come potranno comprendere il cambio di linea e l’inciucio con Berlusconi?», si domandano segretari provinciali e regionali. E il diktat di Francesco Boccia, braccio destro di Enrico Letta, “chi non vota la fiducia è fuori dal Pd”, di certo non aiuta a rintuzzare le critiche e i malumori della base. Anzi, come spiegano, «legittima il dissenso».

Del resto, come rivela a Linkiesta un dirigente di una regione rossa, «il sondaggio Ipr Marketing parla chiaro: il 60% degli elettori del Pd dice “no” al governissimo con Berlusconi». Ecco perché quello che è rimasto dei vertici di Largo del Nazareno ha convocato i segretari provinciali e regionali del Pd di tutto lo stivale. Un incontro durato diverse ore, nelle quali il capogruppo alla Camera Roberto Speranza ha cercato di spiegare le ragioni «del cambio di linea politica». Il ragionamento seguito dal capogruppo è stato il seguente: «Le vicissitudini degli ultimi 60 giorni le conoscete. Abbiamo commesso degli errori in occasione dell’elezione del Presidente della Repubblica. La vicenda dei 101 franchi tiratori è gravissima. Ma il discorso di Napolitano non ci lascia alcuna alternativa. Dobbiamo dare un governo all’Italia, non possiamo andare alle urne con questa legge elettorale». A questo punto, raccontano, più di un dirigente ha sollevato alcune obiezioni del tipo: «Ha senso stare in questo governo ad una condizione: se questo governo farà qualcosa». I vertici locali hanno chiesto garanzie sulla durata e sulla composizione del governo, ma sopratutto sul programma. E dallo stato maggiore del Pd sono arrivate queste parole: «Il programma è e sarà ambizioso, affronterà le emergenze sociali, e alcune riforme chiave, come quella elettorale».

Tuttavia se da un lato ci si preoccupava della base, e del probabile “governissimo” con il centrodestra e i montiani, dall’altra si discuteva del futuro del Pd. Quando si terrà il congresso? E, sopratutto, chi traghetterà il partito fino al congresso? C’è chi preferisce un direttorio, c’è chi una reggenza. I bersaniani vorrebbero puntare sulla seconda ipotesi. E in questo caso il candidato prescelto alla reggenza sarebbe Guglielmo Epifani, ex segretario generale Cgil, e fedelissimo dell’ex segretario Pier Luigi Bersani. Ma questa soluzione non sarebbe gradita ai renziani, ai franceschiani e ai dalemiani. I quali preferirebbero un direttorio a tre con i rappresentanti delle principali anime del Pd.

In realtà nei corridoi del Nazareno circola con insistenza anche l’ipotesi di un interim a Matteo Renzi fino al congresso, ma il sindaco difficilmente accetterà perché «sei mesi da segretario annienterebbero per sempre il sogno di Matteo». Ecco perché la data dell’assemblea nazionale non sarebbe stata ufficialmente fissata. Dovrebbe essere il 4 maggio prossimo, come riferiscono alcuni democrat, ma potrebbe subire uno slittamento qualora non si trovasse la quadra tra le varie anime del partito.

Ma prima di tutto ciò «dobbiamo dare un governo al Paese», ripetevano ieri nei corridoi del Nazareno. Un altro grande tema di scontro all’interno del Pd è quello relativo alla formazione della squadra di governo di Enrico Letta. Chi andrà del Pd? Apparentemente nessuno ne parla, e le bocche restano cucite. Ma è il tema «centrale» sul quale starebbe vertendo lo scontro. Con Pippo Civati, Sandro Gozi, Rosi Bindi, Felice Casson, e altri parlamentari come Alessandra Moretti, pronti ad alzare le barricate, e a non votare la fiducia qualora i big del Pd si andassero a sedere con gli esponenti di punta del centrodestra. «È assurdo pensare ad un governo con Brunetta e Fassina. Vogliamo prima vedere squadra», tuonano. E i ribelli del Pd starebbero stilando un documento che si dice contrario al “governissimo”, e, sopratutto, alla presenza di democratici all’interno del governo. Ma la fronda non preoccupa lo stato maggiore del Nazareno. «Al novanta per cento ci sarà Graziano Del Rio», rincara un renziano di ferro. E poi starebbero salendo le quotazione di Massimo D’Alema, spinto da Giorgio Napolitano, e sul quale avrebbero detto sì i lettiani, i renziani e i giovani turchi. Ma le correnti Pd «si starebbero massacrando per la ripartizione dei ministeri». E uno come Dario Franceschini, raccontano, «starebbe facendo notevoli pressioni su Enrico Letta per un ministero di peso». Del resto proprio ieri l’ex capogruppo alla Camera avrebbe confidato ad un fedelissimo: «Ho le carte in regole. E potrei rappresentare i cattolici del Pd».


@GiuseppeFalci 

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