Kaesong, dove le due Coree lavorano insieme

Dietro le minacce di guerra resiste l’economia quotidiana

Come il canarino in miniera. Se il canto tranquillizzava chi lavorava sotto terra e dava l’allarme, se fosse morto per il livello di monossido di carbonio, così il complesso industriale di Kaesong dà il segnale dello stato delle relazioni tra le due Coree. All’indomani dell’annuncio del taglio della linea di comunicazione militare che serve tra l’altro l’area industriale congiunta, gli impiegati sudcoreani si sono recati al lavoro regolarmente, attraversando il confine: anche in mancanza della linea usata per coordinare il passaggio di lavoratori e mezzi da e verso il complesso, uno dei risultati della politica di distensione tra i due Paesi e una delle fonti di valuta per il regime di Pyongyang.

In questo lembo di terra ci sono 123 piccole e medie imprese sudcoreane che danno lavoro a oltre 50mila nordcoreani Un esperimento duraturo, capace di resistere anche alla politica di intransigenza verso il Nord seguita a Seul negli ultimi cinque anni, sotto la presidenza Lee Myung-bak. Sulla poltrona di Lee alla Casa Blu siede ora Park Geun-hye, uscita vittoriosa dal voto di dicembre e, pur venendo dallo stesso partito conservatore del predecessore, fautrice, stando agli impegni presi in campagna elettorale, di un nuovo approccio verso il regime di Kim, detto della fiducia.

Kaesong, nel sudovest del Paese eremita, 170 chilometri dalla capitale Pyongyang e appena 10 dalla Zona militarizzata che divide Nord e Sud della penisola fu, assieme al complesso turistico del monte Kumgang, un’intuizione di Chung Juyung, fondatore del colosso Hyundai, nato a Nord del 38esimo parallelo e definito da Time uno dei più grandi imprenditori asiatici.

Come scrive Aidan Foster Carter, coreanista e analista tra gli altri per la Economist Intelligence Unit, fu la forza finanziaria di Chung e la sua guida personale a trasformare la cosiddetta “politica del sole splendente” dell’allora presidente Kim Dae-jung «da sogno a proposta pratica di business». Secondo Carter, come spiega in un intervento al Korea Economic Institute, il primo miracolo del complesso industriale è esistere. Il secondo fu invece resistere all’affondamento della corvetta Cheonan a marzo del 2010, nel quale persero la vita 46 marinai e imputato alla marina del Nord. Come ritorsione il presidente Lee vietò qualsiasi scambio commerciale tra le due Coree, eccezione fatta per il complesso industriale, ricorda l’analista britannico.

Nel 2012, sottolinea il Financial Times, la produzione ha toccato i 470 milioni di dollari, in aumento del 17 per cento rispetto all’anno precedente, «numeri che sono noccioline, ma mostrano, in miniatura, per quanto possibile, la strada ovvia che dovrebbe seguire Seul». 

Entrambi i Paesi hanno bisogno del complesso industriale, riassume la questione Yu Byounggyu, dello Hyundai Research Institute, in un colloquio con il portale accademico 38north.org, «per questo la Corea del Sud continua a sostenerlo e proprio perché le piccole e medie imprese sudcoreane ne hanno bisogno è probabile che continuerà a crescere». D’altronde un operaio nordcoreano costa ai sudcoreani 128 dollari al mese secondo i dati del ministero per la Riunificazione. I salari hanno registrato un costante aumento dai 68 dollari del 2006. Il ritmo degli aumenti sul minimo salariale è stato del 5 per cento annuo dai 50 dollari di partenza. Ma questo, nota Stephan Haggard del Peterson Institute for International Economics avrebbe fatto si che la paga minima di quest’anno fosse di 67 dollari. Il resto sono straordinari. Le ore lavorative medie, ricorda, sono state 61 alla settimana nel 2012. Un monte ore eccessivo che dipende, forse, dal fatto che Pyongyang ha di fatto potere assoluto su chi assumere o licenziare, sottolinea Haggard, e non dalla volontà degli operai di lavorare di più. Anche perché è ancora da capire quanto, con il cambio dollaro won, resti in tasca agli operai e quanto invece si prenda il regime.

Le minacce che le recenti tensioni tra le due Coree possano avere ripercussioni su Kaesong restano dunque al momento tali senza essere messe in pratica. Un altro segno che sembra andare in controtendenza rispetto alla retorica bellicista dell’ultimo mese sono gli sforzi di Pyongyang per attirare visitatori. Secondo fonti diplomatiche citate dal Daily Nk il direttore dell’ufficio turistico nordcoreano, Kim Do-jun, è stato a Pechino e Xian per esortare i tour operator locali a incoraggiare i cinesi ad andare in Corea del Nord in viaggio. L’emissario di Pyongyang avrebbe dato rassicurazioni sulla sicurezza, spiegando alla controparte che non c’è niente da temere.

Non scoppierà alcuna guerra, sono le parole attribuite a Kim, che tra le altre richieste ha fatto pressioni per aumentare i voli della compagnia nordcoreana Air Koryo sulla tratta per Pechino. Al momento sono tre, li si vorrebbe portare a cinque a settimana, che sommati ai voli Air China fanno otto. Senza contare l’annuncio nei giorni scorsi di nuovi cantieri per i collegamenti ferroviari nella provincia nordorientale cinese di Jilin, al confine con la Corea del Nord.




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