La finanza bussa a Bankitalia come ai tempi di Fazio

Le grane di Rocca Salimbeni

L’ultima volta che le Fiamme Gialle hanno bussato al civico 91 di via Nazionale a Roma, sede della Banca d’Italia, era venerdì 16 dicembre 2005. La perquisizione, disposta dalla procura della Capitale, aveva l’obiettivo di acquisire elementi utili a far luce sull’acquisizione di Bnl da parte di Unipol e sui rapporti tra il governatore Antonio Fazio e il presidente della compagnia assicurativa bolognese, Giovanni Consorte.

A differenza di allora, Palazzo Koch è parte lesa, come ha spiegato in una nota il procuratore generale di Siena, Tito Salerno, in quanto ostacolata nella sua attività di vigilanza dalle omissioni degli ex vertici di Rocca Salimbeni. Stamani l’arrivo dei due procuratori, Aldo Natalini e Giuseppe Grosso, in via Nazionale è dovuto tanto alla necessaria autorizzazione per il sequestro da 1,8 miliardi operato nei confronti di Nomura, una delle banche coinvolte nell’operazione capestro Alexandria – essendo un istituto di credito estero – sia alla collaborazione offerta da via Nazionale agli inquirenti, in cerca di elementi utili alle indagini. Il combattivo Elio Lannutti, presidente dell’Associazione consumerista Adusbef, non ha mancato l’occasione per sottolineare che è proprio nelle segrete stanze della Banca d’Italia che i pm senesi devono frugare in profondità per capire come mai l’autorità di vigilanza abbia girato la testa dall’altra parte negli ultimi anni. 

«Almeno Fazio aveva un disegno di sviluppo della finanza italiana, poi ha sbagliato perché non è andato a fare gli esami del sangue per capire chi erano davvero Ricucci e Fiorani», osserva provocatoriamente un banchiere che ha vissuto in prima persona la stagione dei furbetti. Di acqua sotto i ponti ne è passata: oggi il successore di Fazio, Mario Draghi, è alla Bce, mentre Anna Maria Tarantola, allora a capo della vigilanza (e amica di Fiorani), è alla presidenza della Rai. Tuttavia, nonostante la nazionalizzazione e l’ambizioso piano di rilancio di Rocca Salimbeni, le responsabilità dei controllori nel dissesto della terza banca italiana non sono ancora state verificate. C’è chi incolpa la cultura giuridica dei funzionari di via Nazionale, con scarsa propensione per l’analisi economica del diritto, altri invece ritengono che nessuno abbia voluto intaccare la credibilità internazionale di Draghi, per non comprometterne la corsa a Eurotower. Una corsa che necessitava in primis dell’appoggio del Pd, dominus in città, in banca e nella fondazione che la controlla. 

«Mps ha sempre avuto due difetti: è controllata dal potere politico locale e ha fatto un uso spregiudicato della finanza derivata», nota un analista che ricorda come le prime operazioni a destare qualche perplessità tra chi seguiva il titolo, furono – nel 2008 – le acquisizioni da parte di Sansedoni, veicolo controllato dalla Fondazione, di immobili di proprietà della banca, a sua volta azionista di Sansedoni. Insomma, troppi rischi, come evidenziato anche da un rapporto ispettivo interno, datato fine 2009, che sollevava non pochi rilievi sulle transazioni operate dall’Area finanza guidata da Gianluca Baldassarri. Secondo quanto risulta a Linkiesta, tali rilievi erano noti ai livelli intermedi della vigilanza, ma non arrivarono mai ai piani alti.

«L’obiettivo di Fazio era tagliare la marginalità di un istituto i cui servizi finanziari erano utilizzati da tutti gli italiani», osserva ancora il banchiere. E Fazio, che tra il 2002 e il 2003, stoppò l’acquisizione di Bnl proprio da parte di Mps, cambiò idea quando si trattò di Antonveneta. Uscito di scena Fazio, nel passaggio dal modello “banca di sistema” a banca industriale in grado di stare sul mercato, il peccato originale di Mario Draghi – riconosce una fonte interna a Palazzo Koch – è stato invece consentire che uno dei sei miliardi di aumento di capitale contestuale all’operazione Antonveneta fosse eseguito attraverso la sottoscrizione dei titoli convertibili Fresh da parte di JP Morgan. Il patto era: nessuno stop formale alle operazioni rischiose sui derivati in cambio di patrimonializzazione adeguata alle norme internazionali. In quell’occasione si discusse peraltro della possibilità di fare moral suasion per cambiare il management di Rocca Salimbeni. Una riflessione che è sempre rimasta sul piano teorico, mentre l’anno dopo l’istituto senese sottoscriveva i Tremonti Bond per 1,9 miliardi. Così, agli italiani, il salvataggio della più antica banca italiana, fondata nel 1472, è costato 3,9 miliardi di euro. D’altronde, «quando si entra nella stanza dei bottoni di un istituto importante, Bankitalia deve mediare. A Siena lo ha fatto per vent’anni», spiega un banchiere a Linkiesta. Esattamente fino a quando non interviene la magistratura.

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