La giornata più pazza in processione da Napolitano

Psicodramma Quirinale

La giornata matta si chiude così, con una strana folla pronta al linciaggio che si raduna attorno al Palazzo, lentamente, una piccola marea di gente gonfia, ciascuno con i suoi problemi e il suo rancore confuso, il cattiverio d’Italia, il peggio che viene a galla tutto insieme e tutto in una volta, una guazza oleosa di cui alla fine persino Beppe Grillo deve avere avuto paura. Persino lui, che pure l’ha agitata quella folla, ma che a un certo punto deve pure averla sentita estranea: alla fine non si è presentato, ma ha invitato alla calma. Mentre dentro quel Palazzo dissipato, lento, catatonico e inamabile, nel Parlamento debole e sottoposto al dileggio plebeo, è stato rieletto Giorgio Napolitano. Un uomo rispettato.

I partiti hanno fatto quello che dovevano. L’Italia politica ha un presidente con pieni poteri, un arbitro adesso capace di sciogliere lo stallo istituzionale che impedisce la formazione del governo. La rielezione di Napolitano, presidente a tempo, è come se avesse cancellato il semestre bianco: ora il Quirinale potrà anche indire nuove elezioni per trovare una cura al male dell’ingovernabilità. Napolitano riprenderà a lavorare da dove aveva lasciato qualche settimana fa, prima di incaricare i cosiddetti saggi, e dunque insisterà ancora su un governo di larghe intese che metta insieme il Pd e il Pdl sotto qualche forma: forse non proprio quella di un governo di soli politici, ma piuttosto, chissà, quella di “un governo delle eccellenze”. Come dice Anna Finocchiaro: un governo misto, uomini dei partiti e grandi personalità. Il presidente della Repubblica ha un suo primo ministro preferito che si chiama Giuliano Amato (o in alternativa Enrico Letta), proverà a costruire con lui il suo “governo del presidente”, un esecutivo di scopo, proiettato sull’orizzonte di uno o due anni e su alcuni precisi obiettivi: la riforma elettorale, le misure anticrisi, forse una nuova manovra economica. Poi il voto.

Una giornata lunghissima, terribile per il Pd martoriato, il partito che ha sfregiato orribilmente due dei suoi più illustri fondatori, prima Franco Marini poi Romano Prodi, e che infine, corroso dall’interno, ha forse trovato pace soltanto con le dimissioni di tutto il gruppo dirigente. Stefano Fassina, il giovane deputato socialdemocratico, l’economista, attraversa piazza Montecitorio al calar del sole e deve essere scortato dalla polizia perché la massa rigurgita un generico livore che gli si scaglia contro. “Traditore, traditore”. Lo spettacolo ha toni sudamericani, ma pure quella ricchezza un po’ fatua dell’Europa occidentale, dunque l’istinto plebeo si scarica a fronte di telecamera. E in diretta tutto trova una sua misura – un format? – per il baraccone televisivo. In piazza continuano a gridare, “Rodotà-Rodotà-infarto a Napolitano” (a proposito, ma il professore Stefano Rodotà si è dissociato?) e intanto, dentro, nel Palazzo, facce lunghe, sguardi lugubri, come se il Pd e chissà persino la democrazia stessa, fossero morti sul serio via wi-fi. A un certo punto il berlusconiano ed ex Radicale Peppino Calderisi, che ha lunga esperienza, osserva i suoi colleghi di sinistra e dice con ironia quello che un po’ tutti pensano: «Questi giovani del Pd entrano in fibrillazione emotiva per un paio di tweet. Calma, non è così che muoiono i partiti. Qui è finita una classe dirigente, ne deve solo venire un’altra. Il partito resta». Ma c’è anche chi piange, chi finge, chi strizza l’occhio sinistro a quella piazza che intanto gli sputa nell’occhio destro. E c’è chi invece ha paura sul serio dell’Italia rabbiosa, che si dà appuntamento via web, e poi piano piano comincia a raccogliersi alla notizia della rielezione di Napolitano. Ma questa volta, a differenza di Marini, oltraggiato dalla sua stessa parte politica, il Pd è riuscito a difendersi e a difendere la sua storia dall’assalto facinoroso: Napolitano è stato eletto, votato a grandissima maggioranza.

Una giornata bestiale, cominciata con i leader di partito ancora incapaci di trovare qualsiasi accordo tra loro, ma pronti a inginocchiarsi, a pregare persino, perché il vecchio presidente della Repubblica, stanco e fisicamente indebolito, restasse lì dov’è al Quirinale ancora per un po’. Pd e Pdl restano incapaci di coabitare e di prendere delle semplici decisioni insieme, come ai tempi del governo di Mario Monti, l’esecutivo più strano della terra: disconosciuto dagli stessi partiti che pure lo avevano sostenuto in Parlamento, quelle forze politiche che nel governo impopolare avevano preferito non mettere la faccia perché restare nell’ombra è preferibile all’assumersi responsabilità in momenti difficili. Non si capiscono, non riescono a parlarsi, non sanno accordarsi, ma hanno pregato a mani giunte il presidente uscente della Repubblica. Dunque il giorno in cui Napolitano è stato rieletto è iniziato con una mattina ambigua, a rischio di pioggia ma col sole. Silvio Berlusconi, poi Mario Monti e infine Pier Luigi Bersani. Tutti su verso il Colle. Il pellegrinaggio verso casa Napolitano è stato preceduto da telefonate notturne, insistenti litanie nasali: resta, resta, resta. Il presidente, anziano, non ne aveva nessuna voglia, erano mesi che lo aveva detto con chiarezza persino ruvida. Al direttore del Corriere Della Sera, Ferruccio de Bortoli, che aveva proposto per primo l’ipotesi di rieleggere Giorgio Napolitano, il portavoce del presidente Pasquale Cascella – e poi il presidene stesso – avevano risposto con tono deciso e sorprendentemente infastidito. Napolitano ha sempre considerato inopportune queste richieste. Ma ieri, alla fine, travolto dal caos italiano, Napolitano ha ceduto. Il presidente, che si è pure confessato “debole e stanco” ha accettato l’anomala ricandidatura e la rielezione perché ha visto l’abisso negli occhi dei tre capi partito giunti a pregarlo di trarli tutti fuori d’impaccio. Tre uomini diversi: Monti, l’ex tecnico sempre più debole, sconfitto dalla sua vanità; Bersani, l’ex segretario del Pd, l’uomo che sarà accusato di aver sfasciato il suo partito ma che forse, invece, era riuscito a tenere insieme per troppo tempo dei mondi lontani tra loro. E infine Berlusconi, il caudillo populista di duraturo e forse immortale successo. Perché mai adesso, questi tre, eletto Napolitano, dovrebbero riuscire a costruire un governo? Il presidente ci proverà, malgrado Berlusconi già pensi al voto anticipato, e sfogli quei sondaggi che adesso – con il Pd a pezzi – lo danno vincente su tutti gli avversari, compreso il giovane e rampante Matteo Renzi. Chissà. La giornata più pazza d’Italia si conclude così, con una speranza di normalità, e molti timori.

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