Mps e Carige, con la fondazione la banca non funziona

Siena & Genova

Monte dei Paschi di Siena e Banca Carige, destini incrociati. Istituti simbolo delle rispettive città, nati a pochi anni di distanza: nel 1472 il primo e nel 1483 la seconda, entrambe ieri all’appuntamento con i propri azionisti. Carige è stata recentemente paragonata a Rocca Salimbeni, tanto per le turbolenze finanziarie quanto per l’invadenza della politica locale nelle scelte degli organi di governance. Eppure, oltre alla storia, la caratteristica saliente che le accomuna è il controllo in capo a una fondazione, al 34,17% della prima e al 47% della seconda. Percentuali che le rendono poco contendibili, come dimostra peraltro il tetto al 4% dei soci Mps (esclusa la fondazione). Un vincolo che, come ha ricordato Profumo, Bankitalia ha chiesto di eliminare. Sarà un caso, ma da un anno a questa parte il titolo dell’istituto più antico d’Italia ha perso il 21,4%, quello della banca ligure ha lasciato sul terreno il 29%, mentre il Ftse Mib – il principale listino di Piazza Affari – è salito del 13,6 per cento. Entrambe hanno aperto il portafoglio nella prima fase della crisi, nel 2008-2009, e lo dovranno aprire ancora.

Come è noto, l’ente guidato da Gabriello Mancini ha partecipato all’aumento di capitale da 5 miliardi funzionale all’acquisizione di Antonveneta, mettendo sul piatto 2,9 e sottoscrivendo il prestito convertibile Fresh, disegnato da JP Morgan, per altri 490 milioni. Poi ha rimesso mano al portafoglio nel luglio 2011, sottoscrivendo per circa un miliardo di euro il 48% (la quota di allora) la ricapitalizzazione di 2,15 miliardi a servizio del rimborso dei Tremonti Bond, indebitandosi nei confronti di un consorzio di 11 istituti di credito. Nella newsletter della fondazione, era l’agosto del 2011, la scelta fu giustificata così: «La verità è che il debito della Fondazione è servito a garantire il successo della ricapitalizzazione della terza forza del sistema bancario italiano, con in pancia, come le più importanti banche del nostro Paese, notevoli quantità di debito pubblico italiano. Un interesse nazionale con la I maiuscola». Infine, ha annunciato che parteciperà al nuovo aumento di capitale da un miliardo previsto per il 2014. La fondazione Carige ha invece versato 423 milioni nell’ambito dell’operazione straordinaria da 950 milioni di euro chiusa nella primavera del 2008, e forse dovrà pagare ancora se il piano di dismissioni da 800 milioni non sarà finalizzato.

Gli azionisti Mps, che ieri si sono espressi a favore dell’azione di responsabilità nei confronti dell’ex management, rinunciano ai dividendi dal 2008 (con l’eccezione del 2010), mentre lo Stato, attraverso il rimborso – sempre più probabile – dei Monti Bond sotto forma di azioni, diventerà azionista di minoranza. Il presidente, Alessandro Profumo, a proposito, nel corso dell’assemblea degli azionisti ha spiegato: «Avendo noi un rilevante supporto governativo, siamo soggetti all’autorizzazione del piano industriale della Commissione Ue. Un progetto nel quale si tornasse indietro sotto il profilo della governance, con il rischio di rivedere errori già compiuti, non verrebbe mai approvato», spiegando che con il Tesoro come azionista la fondazione «fallirebbe». Al “parco buoi” di Carige è andata un po’ meglio: quest’anno sono rimasti a secco, ma l’anno scorso i dividendi sono stati pari a 7 centesimi, tanto per le ordinarie quanto per le risparmio.

Forse con troppa generosità: il payout, cioè la percentuale dell’utile destinata ai dividendi, è stata del 69% nel 2009, del 71% nel 2010 e del 67% nel 2011. Significa che su 10 euro di utili, 7 sono andati alla Fondazione e 3 sono stati messi in cascina, a discapito della patrimonializzazione (il Tier 1 è ora al 9,6 per cento). Per Mps, invece, il payout nel 2009 si è assestato al 14% degli utili, dal 50% del 2008, ma già l’istituto aveva mostrato i primi segnali di difficoltà. Sia Rocca Salimbeni che la banca guidata da Giovanni Berneschi sono considerate care dagli analisti: escludendo il rafforzamento da 800 milioni, spinto da Bankitalia – che Berneschi nel corso dell’assemblea ha definito «una bastonata per i piccoli azionisti» se fosse stato realizzato attraverso un aumento di capitale e non con la dismissione di Carige Vita, Carige Danni, Sgr e il 20,6% in Autostrade dei Fiori Spa – tratta a 0,57 volte il patrimonio netto tangibile, mentre Mps quota a 0,5 volte (in media con il settore) includendo la prima tranche dei Monti Bond attraverso il conferimento di azioni ma escludendo l’aumento di capitale previsto per l’anno prossimo.

Nel corso dell’assise di ieri, che ha approvato un bilancio con una crescita dei crediti dubbi del 27,5% a 3,2 miliardi di euro in soli dodici mesi, Berneschi si è soffermato sul valore delle quote nel capitale di via Nazionale, uno dei punti interrogativi che aveva lasciato perplessi gli analisti – a fine 2011 era valutata 860 milioni, tra le 7 e le 12 volte in più rispetto alle altre banche – ma condizionando un’eventuale revisione a «un governo che dichiari scaduto il decreto Tremonti 262 del 2005, con cui l’ex ministro aveva provato a riportare sotto l’ombrello dello Stato il capitale di Palazzo Koch». Nessuna menzione per l’altro nodo che lascia perplesso il mercato: la crescita costante, messa a bilancio, del valore degli sportelli.

Sul fronte senese, a preoccupare è invece l’effetto sui depositi – meno 11 miliardi nel 2012 rispetto ai dodici mesi precedenti – delle inchieste. Un danno reputazionale che, per l’amministratore delegato Fabrizio Viola, è stato parzialmente assorbito nel 2013. Proprio ieri i Pm senesi hanno ascoltato due rappresentanti americani di Nomura, istituto che ha messo in piedi l’operazione Alexandria. Negli stessi minuti, nel corso dell’assemblea Gabriello Mancini, presidente della Fondazione Mps, ha affermato: «Noi abbiamo svolto il nostro ruolo di azionista nel rispetto della legge». Aggiungendo: «Il problema di fondo è il rapporto che ci deve essere tra Fondazione e istituzioni e degli indirizzi che le istituzioni danno alla Fondazione». Insomma, è colpa degli enti locali, che non volevano diluirsi sotto il 51 per cento. Il classico scaricabarile: l’azionista scappa, e pantalone paga.

Twitter: @antoniovanuzzo

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