Napolitano chiede il governo della “non sfiducia”

Come nel 1976. Intanto Berlusconi annuncia: "vedrò Bersani, serve un governo"

Guarda al 1976 il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. E lo ha detto oggi in un discorso al Senato dedicato all’esponente del Pci Gerardo Chiaromonte. Un modello, quello del 1976, sul quale dal Colle vorrebbero puntare per risolvere l’odierna impasse istituzionale. Anche nella situazione attuale, spiega Napolitano, bisognerebbe avere una «visione della politica come responsabilità cui non ci si può sottrarre, e di cui si deve rispondere in primo luogo a se stessi». Un messaggio che punta a dare una scossa al Pd, ancora arroccato sulla linea del segretario Pier Luigi Bersani: «Mai con il Cavaliere».

Ma cosa successe nel 1976? Più in dettaglio la storia politica nazionale racconta che nel giugno di quell’anno, quando si celebrarono le elezioni, non ci fu alcun vincitore. Anzi. Ce ne furono due di vincitori: da una parte la Democrazia cristiana forte del 39,2%, e dall’altra il Partito comunista con il 34,4%, record storico per il Bottegone. E allora cosa fare, come comportarsi? Consegnare un governo al Belpaese, o tornare alle urne? Insomma, uno scenario abbastanza simile a quello attuale.

Quell’anno, a differenza di oggi, si misero da parte le ideologie, e si decise di consegnare al Paese un governo di «solidarietà nazionale» «imposta da minacce e prove che per l’Italia si chiamavano inflazione e situazione finanziaria fuori controllo e aggressione terroristica allo Stato democratico come degenerazione ultima dell’estremismo demagogico». E Napolitano, allora componente della segreteria del Pci, fu uno dei promotori di un processo di avvicinamento fra i comunisti e i democristiani in un momento di grave difficoltà politica e sociale. Un avvicinamento impensabile fino a quel momento ma non «impossibile», come dimostrò la storia. E il Capo dello Stato, tra i leader della corrente “migliorista”, riformista e più aperturista al dialogo con i socialisti e con il mondo occidentale, ebbe ruolo di cucitura, impegnandosi «in prima linea al fianco di Enrico Berlinguer nella scelta e nella gestione di una collaborazione di governo con la Democrazia cristiana dopo decenni di netta opposizione. E ci volle coraggio – sottolinea il presidente – per quella scelta di inedita larga intesa e solidarietà, imposta da minacce e prove che per l’Italia si chiamavano inflazione e situazione finanziaria fuori controllo».

Così iniziò la stagione dei governi ribattezzati della “non sfiducia”, o governi delle “astensioni” che avviarono un dialogo e un confronto fra democristiani e comunisti. Su proposta dello Scudo Crociato, si avviò quindi un tavolo tra tutte le forze del cosiddetto “arco costituzionale”, senza il Movimento sociale italiano, per una suddivisione delle cariche istituzionali, con una spartizione delle altre cariche (vice presidenti, segretari e questori dei due rami del Parlamento) sulla base della percentuale raggiunta. Nasce il cosiddetto “consociativismo”, la prassi di permanente consultazione e suddivisione di cariche e spesa pubblica tra i maggiori partiti italiani, soprattutto Dc e Pci, che sfociò nella elezione di Pietro Ingrao a presidente della Camera. L’esecutivo fu “un monocolore” Dc a guida Giulio Andreotti, e per la prima volta nella storia all’interno della squadra di governo poté annoverare un ministro donna, Tina Anselmi.


Twitter: @GiuseppeFalci

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