Nel calcio, come in Italia, la meritocrazia è assente

I rilievi del garante della concorrenza

Più che una segnalazione, è la cartina di tornasole di un Paese. Chi è convinto che il calcio sia una metafora della vita, e chi pensa che il merito vada dimostrato e premiato sul campo, sobbalzerà sulla sedia a leggere la richiesta dell’Antitrust – al Governo e al Parlamento – di modificare il sistema di ripartizione dei diritti televisivi dei club, gestita dalla Lega Calcio. Non si tratta di scommesse farlocche, di partite pilotate, di imbrogli o arbitri venduti, ma di un miliardo di euro, cioè la principale fonte di sostentamento delle squadre di serie A.

In estrema sintesi, la ripartizione di quel miliardo di euro che il garante per la concorrenza ha chiesto di riformare e di affidare a un soggetto terzo rispetto alla Lega presieduta da Maurizio Beretta, riconfermato nonostante i conflitti d’interesse derivanti dal suo ruolo di capo delle relazioni esterne di Unicredit – principale sponsor della Champions League e banca che ha curato il passaggio della Roma dai Sensi all’imprenditore Usa Di Benedetto – non tiene minimamente in considerazione i risultati sul rettangolo verde. Detta in altre parole: su 100 euro di ricavi che la Lega Calcio riconosce al club, solo 5 dipendono dalla classifica. Tanto per dare un termine di paragone, in Inghilterra 25 euro sui 100 di prima sono legati alle vittorie ottenute nel corso della stagione.

Questo sistema di distribuzione dei ricavi è frutto del decreto Melandri 9/2008, che introduceva la centralizzazione della compravendita dei diritti televisivi, affidandola ad un’unica controparte, ovvero la Lega Calcio. Per non creare scompensi in un sistema che fino ad allora si basava sulla negoziazione individuale a livello di club, il decreto prevedeva una ripartizione così suddivisa: 40% della torta da dividere in parti uguali, 30% in base al bacino d’utenza e 30% in base al risultato sportivo. A sua volta, il peso del bacino d’utenza è suddiviso tenendo conto, per il 5%, della grandezza del Comune della squadra e il 25% allocato in base ai tifosi, individuati attraverso indagini demoscopiche commissionate dalla Lega stessa. 

Il problema è che il 30% distribuito in base al merito non si riferisce all’ultimo campionato, ma in base a tre criteri: la stagione conclusa, i risultati ottenuti dal 1946 a oggi, e il posizionamento negli ultimi cinque anni. Un metodo nato per attutire il contraccolpo del passaggio dal vecchio al nuovo sistema per Juve, Inter, Milan e Roma, che è scaduto l’anno scorso. In attesa che la Lega stabilisca i nuovi criteri, il decreto, all’articolo 26, prevede due criteri minimi: «La quota delle risorse da distribuire in parti uguali fra tutti i partecipanti a ciascuna competizione non può essere comunque inferiore al 40 per cento» e «La quota determinata sulla base del risultato sportivo non può essere inferiore alla quota determinata sulla base del bacino d’utenza». 

La Lega Calcio non solo ha pensato bene di ripetere i criteri utilizzati negli anni precedenti – mantenere lo status quo è uno sport nazionale – ma ha anche stabilito che ogni risorsa incrementale raccolta dopo questa stagione sarebbe andata interamente alle prime 10 squadre. In queste condizioni, chi ha voglia di investire nel Siena, nel Palermo, nel Genoa o nel Pescara, citando i team a rischio retrocessione in base all’attuale classifica? È lo stesso garante a ribadirlo senza troppi giri di parole: «La remunerazione del merito sportivo agevolerebbe il conseguimento dell’equilibrio tra i partecipanti alle competizioni e stimolerebbe gli investimenti nello sport anche da parte di nuovi entranti. Per converso, qualora, la quota delle risorse sia allocata secondo criteri che premiano in buona parte la storia e la notorietà di un club, gli investimenti volti a sviluppare club minori per portarli a competere ad armi pari non potrebbero produrre un’adeguata remunerazione in tempi ragionevoli e, quindi, non verrebbero effettuati». 

Non basta. Ad aggravare la situazione delle piccole squadre di provincia c’è un’altra questione: a fronte delle aspettative di ricavo stimate dalla Lega Calcio, i club possono chiedere alle banche di anticiparli sotto forma di finanziamenti a fronte della loro cessione futura. Un sistema che se si inceppa travolge chi non fa grandi numeri sul bigliettaggio, sul merchandising o sullo stadio di proprietà. I diritti televisivi sono inoltre il principale fattore da cui dipende l’andamento borsistico delle squadre quotate. E dunque sono gli stessi tifosi che, in base alla loro propensione a guardare la partita sul divano di casa e non allo stadio, a determinare il valore del titolo per gli azionisti, magari loro stessi tifosi. Un gioco dell’oca dove, come in Italia, la meritocrazia non è stata convocata.

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