Niente unione bancaria, in Ue si litiga sulle virgole

Al tavolo sono arrivati una serie di no da parte del ministro tedesco Schäuble

Avanzare sull’unione bancaria nell’anno delle elezioni in Germania – si vota il 22 settembre – si sta rivelando decisamente complicato. All’Ecofin informale di Dublino si è toccato con mano come Berlino continui a frenare. Venerdì sera si è assistito a una discussione che i presenti descrivono «a volte anche molto aspra» per le impuntature del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble, che è riuscito a imporre ai colleghi una dichiarazione foriera di problemi futuri, visto che si dice apertamente che «gli stati membri sono pronti a lavorare costruttivamente su una proposta di cambiamento dei Trattati». Il Trattato di Lisbona prevede una «modalità veloce» per le modifiche del testo, ma ci vogliono comunque 27 ratifiche e Londra è già pronta a sfruttare l’occasione per l’obiettivo di David Cameron di «rimpatriare» molti poteri ceduti a Bruxelles.

A Dublino l’occasione formale per parlare di modifiche dei trattati è stata la spinosa questione della divisione di poteri tra la futura vigilanza bancaria Ue (Ssm, che dovrebbe partire a giugno-luglio 2014) in seno alla Bce e la politica monetaria. Berlino ha voluto affermare che, qualora vi sarà un cambiamento di trattati, si dovrà «adattare» il regolamento del Ssm per meglio definire la divisione. In cambio, certo, Schäuble ha dovuto accettare la frase: «Gli stati membri riaffermano il loro impegno all’urgente completamento di tutti gli elementi concordati dell’unione bancaria» con quella parolina, «concordati», anch’essa imposta da Schäuble per limitare nettamente il campo d’azione. A lungo il ministro aveva rifiutato di citare la sola espressione «unione bancaria», sostenendo che l’impegno dei leader a giugno 2012 non ne parla ma si riferisce solo alla vigilanza Ue.

In realtà, se ormai l’Ssm è cosa fatta – già questa settimana dovrebbe avere il via libera dei ventisette ambasciatori a Bruxelles degli Stati membri, per partire tra giugno e luglio 2014 – restano anche qui alcuni punti difficili. Soprattutto, la questione della possibilità di ricapitalizzazione diretta delle banche da parte del meccanismo salva–stati permanente (Esm). A giugno 2012 i leader avevano concordato che questa sarebbe stata possibile una volta che l’Ssm fosse in piedi, ma Berlino ha già di fatto ottenuto che (salvo soluzioni ad hoc), varrà solo per il futuro, e cioè per crisi bancarie nate già sotto supervisione Ssm – niente da fare per Spagna e Irlanda, insomma. Soprattutto, il solito drappello di “nordici” guidati dalla Germania (c’è anche l’Austria, la Finlandia e l’Olanda) vuole che comunque, anche quando la ricapitalizzazione sarà diretta, gli stati debbano metterci del loro, si parla del 10-20 per cento. «Sorveglianza Ue o meno – spiegava una fonte eurogruppo di uno di quei paesi – non ci fidiamo, vogliamo evitare qualsiasi rischio di azzardo morale». Il pieno taglio del cordone ombelicale tra crisi bancarie e Stati va insomma a farsi benedire.

La prossima, vera, rogna, riguarda la seconda “gamba” dell’unione bancaria, essenziale per un pieno funzionamento anche della vigilanza Ue: e cioè il meccanismo di risoluzione delle crisi bancarie. La Commissione ha già avanzato lo scorso anno una proposta di direttiva, che ha introdotto il famoso “bail-in” (e cioè il coinvolgimento di azionisti, detentori di bond e anche di depositi oltre la soglia di garanzia di 100.000 euro) per ridurre l’impatto sui contribuenti. Sulla direttiva non ci sono particolari problemi, la grana riguarda invece l’autorità europea di risoluzione, che dovrebbe, in coordinamento con la vigilanza Ue, decidere quali banche in crisi vadano chiuse e quali ricapitalizzate. Il commissario al Mercato Interno Michel Barnier, vuole presentare una proposta in merito a giugno. A Dublino Schäuble ha fatto fuoco e fiamme.

Secondo il tedesco, sulla base di un parere giuridico degli avvocati del suo ministero, «la base legale per una simile authority Ue è estremamente risicata» e «noi non potremo compiere dei passi su una base giuridica incerta» nel timore di ricorsi alla Corte costituzionale di Karlsruhe. Il tutto mentre nella capitale irlandese Barnier ribadiva la necessità di questa autorità Ue, sostenuto dal vicepresidente della Bce Vitor Constancio, affermando che essa «può esser creata senza modificare i trattati». Secondo Schäuble, invece, senza modifiche si può al massimo creare al massimo una «rete» di autorità nazionali preposte alla risoluzione delle crisi bancarie. Alcune fonti Ue spiegano però che «la cancelliera Merkel è molto più aperta di Schäuble» e che «anche i tecnici delle stesse Finanze tedesche sono apparsi molto meno drastici».

Si vedrà se davvero una pura sortita autonoma di Schäuble. Solo che i problemi non sono finiti: Barnier a giugno presenterà anche la creazione di un fondo «comune» per affrontare i costi delle risoluzioni di banche di dimensioni transfrontaliere (vedi il caso Dexia o Fortis). «Solo fondi nazionali – ha detto a Dublino anche Constancio – non basteranno». Qui la questione si fa molto più difficile per Berlino, che difficilmente accetterà di usare soldi tedeschi per salvare direttamente banche in crisi all’estero. Barnier, fanno capire fonti comunitarie, su questo punto potrebbe rassegnarsi pur di avere l’autorità Ue di risoluzione.

C’è poi la terza gamba dell’unione bancaria, l’armonizzazione della tutela dei depositi bancari. La Commissione ha presentato una proposta di direttiva per l’armonizzazione e il coordinamento dei sistemi nazionali. Bruxelles vorrebbe vedere un fondo comune, ma Berlino non ci sente e anche la Corte Costituzionale tedesca ha già fatto capire che senza modifiche alla Costituzione tedesca, non si potrà chiedere ai tedeschi di garantire i depositi di cittadini di altri Stati. Insomma una strada ancora in salita, il sogno di Barnier di vedere un’unione bancaria completa entro il 2015 sembra sempre più un miraggio.  

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