Opportune et importuneNo al denaro: ma la Chiesa di Francesco non è una Ong

Sicuri che il problema sia lo Ior?

Non c’è dubbio che lo Ior stuzzichi molto l’interesse dei media e di chi attorno ad esso, non sempre a torto, ha costruito una fitta ragnatela di leggende nere, intrighi, scandali e misteri. Nel corso dell’omelia della messa celebrata mercoledì mattina a Santa Marta Papa Francesco ha fatto un cenno esplicito alla banca vaticana: «Gli uffici sono necessari, tutto è necessario… ma fino a un certo punto», ha detto, parlando a braccio. È bastato questo per far dire a molti che papa Francesco ha intenzione di abolire l’Istituto per le opere di religione nell’ambito di un repulisti più generale degli organismi curiali. I media, si sa, sono molto “clericali” quando si parla di questi argomenti e puntualmente ignorano tutto il resto.

La riflessione di Francesco, in realtà, era molto più ampia e riguardava più che le prospettive dello Ior la natura stessa della Chiesa che non deve mai considerarsi, ha detto il Papa con parole dure ma chiarissime, «un’impresa che fa patti per avere più soci». Come dire, l’efficacia della Chiesa non si misura nel successo, nell’efficienza delle sue strutture, nell’organizzazione come se fosse una multinazionale d’affari con l’hobby della religione. Non è un caso che papa Francesco abbia detto queste cose durante l’omelia di una normale celebrazione feriale dove ad ascoltarlo ci sono molti cardinali, sacerdoti e religiosi, la maggior parte dei quali lavora in Vaticano. Perché in fondo sa che queste cose vanno anzitutto ribadite all’interno della Chiesa e non al suo esterno. Perché sa, forse, che i pericoli maggiori per la Chiesa arrivano oggi da una certa nomenclatura ecclesiale che parla e si occupa di tutto ma tace sull’essenziale e da quelle tentazioni mondane da cui non sono esenti molti suoi uomini: arrivismo, denaro, corsa a privilegi ed affari.

«La strada che Gesù ha voluto per la sua Chiesa è un’altra», ha detto il Papa, quella «delle difficoltà, la strada della croce, la strada delle persecuzioni». La Chiesa, ha aggiunto, incomincia «nel cuore del Padre. Noi, donne e uomini di Chiesa, siamo in mezzo ad una storia d’amore: ognuno di noi è un anello in questa catena d’amore. E se non capiamo questo, non capiamo nulla di cosa sia la Chiesa».

Non è la prima volta che il Papa parla del rischio che la Chiesa si trasformi in una Ong o una sorta di associazione di beneficenza su scala internazionale. Lo disse già all’indomani della sua elezione nella prima messa da pontefice nella Cappella Sistina. In quell’occasione, non a caso, ad ascoltarlo c’erano tutti i cardinali appena usciti dal Conclave.

Anche mercoledì scorso Bergoglio ha parlato del rischio per la Chiesa di puntare tutto sull’organizzazione e di diventare «un po’ burocratica». In quel caso, ha avvertito, «perde la sua principale sostanza e corre il pericolo di trasformarsi in una Ong. E la Chiesa non è una Ong. È una storia d’amore».

Sa, papa Francesco, che proprio all’interno della Chiesa ci sono tanti che lavorano per estinguere anziché alimentare il fuoco della fede. Sa che parlare di strutture, burocrazia, uffici è un modo subdolo, ma efficace, di allontanare i fedeli e negare l’evento su cui la Chiesa intera si fonda, la Resurrezione di Cristo, e la certezza che grazie ad essa saremo salvati alla fine dei tempi. «Quando l’organizzazione prende il primo posto, l’amore viene giù e la Chiesa, poveretta, diventa una Ong. E questa non è la strada», ha detto Bergoglio.

Non bastano i soliti convegni e dibattiti e neppure le tanto agognate “riforme” (Ior compreso) se la fede si affievolisce, se l’interrogativo su Dio cessa di essere tale. Ed è quello che sta accadendo oggi in vaste zone del mondo, a cominciare proprio dall’Europa.

Certo, non si può negare che il futuro dello Ior, al centro di innumerevoli scandali negli ultimi decenni, sia stato uno dei tempi più discussi nelle congregazioni generali prima del Conclave. Molti porporati, come il nigeriano Onaiyekan, ne hanno chiesto la chiusura, altri, come il brasiliano Odilo Pedro Scherer (che è anche membro della Commissione di vigilanza) lo hanno difeso.

In ogni caso, le parole di papa Francesco non lasciano presagire ad una sua chiusura tout court. Sarà riformato, come gran parte della complessa macchina vaticana, ma non abolito. L’ipotesi più probabile è che il dossier Ior venga affidato al cardinale Giuseppe Bertello, ex nunzio apostolico in Italia e uno degli otto “saggi” nominati dal Papa.

L’obiettivo probabilmente è quello di riportare la banca sotto il controllo della Pontificia commissione per lo Stato della Città del Vaticano, di cui Bertello è presidente sul modello dell’Apsa, l’amministrazione del patrimonio della sede apostolica, oggi guidata dal cardinale Domenico Calcagno. Senza dimenticare che papa Francesco, da arcivescovo di Buenos Aires, era stato aiutato dallo Ior a risanare i conti dell’arcidiocesi argentina ai tempi della crisi economica.

Lo Ior non è solo scandali e leggende nere. Anche di questo, si presume, Francesco terrà realisticamente conto quando dovrà affrontare la questione. Consapevole, però, che non è lo Ior il problema della Chiesa ma chi, dall’interno, vuole ridurla ad una multinazionale della religione. 

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