Nonostante i subprime, il sogno Usa resta la casa

Il mattone, come in Italia, è lo status symbol per antonomasia

SANTA CRUZ (California) – Gli allievi del workshop di Claudine Desiree imparano a costruire «cob houses», case d’argilla e paglia: sono ecologiche, ma soprattutto, dicono, permettono un’alternativa a una vita spesa a pagare un tetto sotto cui vivere.

I signori con questo tipo di hobby costituiscono un gruppetto variegato: gente scottata dalla grande crisi cominciata nel 2008, pensionati appassionati di muratura, ex hippy in cerca di nuove occupazioni, studenti, persone da sempre sensibili a un modello di vita sostenibile. Si tratta di una piccola pattuglia di sognatori arrivata alla conclusione che indebitarsi fino alla carotide per comprare una casa sia un’idea bizzarra. Specie se le case sono poi caserme da quindici camere e oltre, e quindi presentano costi di manutenzione micidiali.

Eppure, nonostante la severa recessione del 2008 scatenata da una corsa alla casa drogata da crediti spazzatura, i famosi mutui subprime, concessi a gente ben sotto gli standard ottimali, la scuola di pensiero di questi muratori di argilla e paglia che si esercitano pestando i piedi in un mix di sabbia, acqua e sterpaglie dalle parti di Santa Cruz in California, è largamente minoritaria. Anche oggi la maggioranza degli americani – con o senza i reali mezzi per permetterselo – vogliono comprare una casa. Resta lo status symbol per antonomasia.

Da mesi su giornali e riviste specializzate, con interviste e studi realizzati su commissione spesso da loro stessi, i protagonisti del mercato immobiliare strillano che i tempi di magra caratterizzati da parole come «pignoramenti» e «crediti cattivi» sono (quasi) finiti. Gridano che ora sta arrivando la generazione Y, quei 90 milioni di persone di età compresa tra i trenta e i dodici anni, una corazzata anche più imponente dei baby boomers, che a partire dai loro rappresentanti più maturi (i trentenni) si stanno affacciando sul mercato immobiliare. Stiamo diventando una nazione di gente che paga l’affitto ed è sempre più orientata a non comprare una casa per non incorrere in disavventure?, si chiedeva retoricamente in un recente articolo su Forbes il chief economist di Trulia, un’azienda che sulla sua piattaforma online mette in rete venditori, con potenziali compratori e affittuari. «Macche’,» si autorispondeva il chief economist. «È solo una leggenda metropolitana, il 93% della generazione Y oggi in affitto spera di potersi comprare una casa in un prossimo futuro».

«Questa generazione è arrivata al momento giusto», ha spiegato Fred Ehle, vice presidente di PulteGroup. «Quello dei ‘millenari’, i nati dal 1982 al 2001, rappresenta il più alto numero di compratori potenziali che fanno il loro ingresso sul mercato. Ci potrebbero aiutare a rientrare nelle spese dopo un paio d’anni praticamente buttati, ma bisogna fare uscire questi ragazzi dalle case di mamma e papà creando un po’ di lavoro». La percentuale di disoccupazione dei «millenari» si aggira intorno al 10% superiore di più di due punti rispetto alla media generale oggi sul 7.7 percento.

I «millenari» si orientano a comprare perché la vulgata vuole che con la recessione i prezzi siano calati e ne valga la pena. Questo in realtà non è esattamente vero. Se si guarda con attenzione all’andamento dei prezzi si vede come in effetti sono scesi a un ritmo molto minore di quello che sarebbe stato lecito attendersi. Recentemente il sito immobiliare Zillow ha calcolato che se un americano dal reddito medio di 52.513 dollari compra una casa dal prezzo medio di 157.400 spenderebbe solo il 12.6% delle sue entrate per pagare il mutuo. Questo è più di un terzo meno di quanto avrebbe dovuto sborsare prima della recessione, quando un mutuo per la stessa tipologia di casa gli sarebbe costato su per giù il 20% delle sue entrate. Ottimo, quindi. Ma anche troppo bello per essere vero. L’inghippo è che la capacità percepita di far fronte ai pagamenti maschera il fatto che le case restano sopravvalutate. Quando la bolla era a pieno regime i prezzi erano gonfiati alla grande: ora sono scesi, ma non abbastanza rispetto a quello che gli americani guadagnano. Ma via, queste sono quisquilie per chi si è già messo nell’idea di invitare gli amici al party per festeggiare l’acquisto della nuova casa.

I «millenari», inoltre, aspirano al villone con piscina, alla classica casa a due piani e perfino a bilocali e monolocali perché l’americano medio ritiene che investire la maggior parte della sua ricchezza sul mattone sia ancora la scommessa migliore. Anche qui ci sarebbe da discutere. L’americano medio investe tre quarti della sua ricchezza su casa e azioni e ha un debito più grande di un quarto dei suoi asset. In sostanza così facendo non diversifica e si espone a grossi rischi, lo stesso errore lo ha messo in gravi difficoltà a fronte della crisi scoppiata cinque anni fa.

Ma d’altronde l’idea di dormire sotto un tetto proprio sembra una costante antropologica dell’uomo, un’aspirazione difficile da sopprimere facendo i noiosi conti della serva. Insomma, se all’indomani del crac molti americani recitavano il mea culpa e giuravano di aver capito la lezione che se una casa è troppo facile da comprare la fregatura e’ dietro l’angolo, oggi il loro rapporto con l’idea di comprarne una sembra aver rimosso quel ruvido ricordo. Con buona pace dei pionieri californiani delle casupole di argilla del terzo millennio e della filosofia votata all’estremo low cost.