Pd alla conta finale, se passa Marini muore il Partito

La rivolta interna contro la scelta del segretario Bersani

«Oggi muore il Pd, vedremo come andrà a finire a Montecitorio». C’è sconforto nelle parole dei renziani uscendo dall’assemblea dei grandi elettori di centrosinistra che si è tenuta ieri sera al Teatro Capranica, a pochi passi da Montecitorio, menre fuori monta la protesta dei semplici militanti: «traditori». A tarda notte nei vicoli del centro nevralgico del potere politico italiano ci sono ancora drappelli di parlamentari che parlottano e pensano che il Pd abbia le ore contate.

Perché al teatro Capranica, lì dove Pier Luigi Bersani festeggiò la vittoria delle primarie proprio contro Matteo Renzi, si verifica «una tragedia, un suicidio in diretta del più importante partito della sinistra italiana». Una riunione fiume che avrebbe dovuto ratificare la decisione presa dai piani alti di Largo del Nazareno di scendere a patti con l’avversario di sempre, il Cavaliere di Arcore. «Su Franco Marini c’è la maggioranza dei grandi elettori di centrosinistra», ripetono tutto il giorno in Transtatlantico i popolari del Pd. E non importa che il “prescelto futuro leader del centrosinistra”, l’amato ed odiato sindaco di Firenze, abbia inviato una lettera al direttore del quotidiano La Repubblica ponendo la questione: «Non basta essere cattolici per il Colle». Del resto, rumoreggiava  l’altro ieri un parlamentare popolare in Transtlantico, «quanti vuoi che siano i renziani? Trenta, quaranta, cinquanta. Vabbé, li sostituiremo con quelli di Scelta Civica che sono sessanta…». Semplice. 

Al Nazareno dunque non si aspettano uno scenario che «puntualmente» si verifica. Lo sottovalutano. Non pensano che una nomination come quella di Franco Marini possa essere un boomerang che faccia addirittura ringalluzzire Matteo Renzi. I bersaniani e i popolari si mostrano sicuri di avere già vinto al supernenalotto: «Abbiamo nuovamente messo in minoranza Renzi, sono tutti con noi». Ormai «Amato è cotto, e D’Alema è out». Ma basta fare un giro alla buvette per comprendere cosa sarebbe successo di lì a poco. A pochi metri ci sono i renziani che guardano con una certa diffidenza la sicumera dei compagni di partito: «Non voteremo mai Franco Marini. Lo abbiamo già detto in mille salse». Minuto dopo minuto cresce l’insofferenza. Anche Pippo Civati, un tempo rottamatore insieme a Matteo Renzi, e oggi battitore libero del Pd, fa spallucce: «È vero: hanno trovato l’accordo su Marini. Ne penso malissimo, ma non chiedete a me…Non si capisce nulla». E anche una come Marianna Madia, seduta nella scorsa legislatura accanto a Massimo D’Alema, e considerata filobersaniana, avverte su twitter: «Non solo i renziani non lo voteranno #facilepronostico #Marini». 

L’ansia sale. E si avvicina la conta interna ai 500 grandi elettori del centrosinistra. Nichi Vendola si sfila immediatamente: «Nulla contro Franco Marini ma la sua candidatura sarebbe la fine del centrosinistra e un’operazione di restaurazione». Mentre il sindaco di Firenze non cambia rotta e continua a tratteggiare la stessa linea: «I nostri parlamentari non lo voteranno. Questa sera (ieri per chi legge, ndr) lo diranno con chiarezza al gruppo, noi non siamo franchi tiratori ma ci opponiamo a questa scelta alla luce del sole».

I renziani e il sindaco di Firenze quindi non ci stanno. Leggono dietro la scelta di Franco Marini un disegno che porterà dritto dritto ad un incarico pieno a Pier Luigi Bersani. «Noi abbiamo dato tre nomi: Prodi come prima scelta, poi D’Alema e per ultimo Amato. E loro cosa fanno? Propongono l’unico che abbiamo scartato. Sono folli…».

Fin qui nulla di nuovo sotto il cielo di Largo del Nazareno. Del resto, spiegano uomini vicini al segretario, «all’interno dei renziani ci sono anche vecchi ex democristiani. Vuoi che non votino Marini, che è stato anche ministro di un governo Andreotti?». Ma lo scherzo, se possiamo definirlo tale, è dietro l’angolo. A nulla è valso l’incontro D’Alema-Renzi, del quale si è tanto discusso nei giorni precedenti, «perché Massimo è andato lì per sé stesso, mica per Marini». A nulla è valso il lavorio delle ultime ore di Dario Franceschini, fra i big sponsor dell’ex Presidente del Senato, e uno dei “pontieri” fra il mondo bersaniano e la galassia del sindaco di Firenze. Perché al netto dei renziani, «i franchi tiratori potranno superare quota 100». Un numero impressionante che potrebbe far saltare i piani della segretario di Largo del Nazareno. D’altronde, come argomenta a tarda sera un dalemiano, «se Marini non ce la fa alla prima votazione muore tranquillamente. E Bersani può preparare le valige». Infatti i numeri potrebbero non essere dalla parte di Marini. 

In assemblea al Capranica su 500 presenti votano poco più di trecento delegati. A favore di Marini in 220, contrari 90. Il governatore della Sicilia, Saro Crocetta, uno degli amministratori più dialoganti con Bersani, boccia l’ipotesi, e si oppone convintamente. E persino una bersaniana di ferro come Alessandra Moretti si astiene: «Questa sera mi sono astenuta sul voto a Marini – scrive in un post su Facebook – perché ritengo che il nostro candidato alla presidenza della Repubblica debba trovare una più ampia condivisione nel gruppo parlamentare Pd nonché riscontrare maggiore consenso nella nostra base». «Siamo alle comiche finale», scherzano in tanti.

Oltretutto, come raccontano a Linkiesta, «l’assemblea è stata gestita malissimo. Durante lo svolgimento diversi parlamentari, fra questi anche i giovani turchi, hanno chiesto di rinviare a stamattina per trovare una condivisione. Il rinvio è stato messo ai voti: in 160 si sarebbero opposti, e in 130 sarebbero stati favorevoli. Ma stiamo parlando di un’assemblea di 500 persone…». Anche se il punto vero è un altro. Federico Gelli, renziano, ed ex vice presidente della Regione Toscana, spiega che «noi renziani abbiamo appreso dell’accordo su Marini dalle agenzie di stampa. Il dato preoccupante è il metodo oltre che il nome. Per prima cosa avrebbero dovuto trovare una condivisione all’interno del partito. Fra le altre cose alle luce degli interventi sembrerebbe che non siano state fatte le opportune verifiche». Del resto anche nelle file dell’area dalemiana ci sarebbero alcune defezioni. E oggi con il segreto dell’urna le defezioni potrebbero «addirittura» aumentare. E in seconda votazione, una volta annientato Marini, «Massimo potrebbe tornare in pole position». Per Massimo si intende D’Alema. Un nome passato ieri in secondo piano. Ma, come assicurano dal Palazzo, sarebbe la seconda scelta del Cavaliere, e, soprattutto, non dispiacerebbe a Matteo Renzi. Ovviamente «sempre se il Pd esisterà», sorridono dal Nazareno.

@GiuseppeFalci

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