Pd: un governo al Paese, poi il via alla scissione

Guerra per bande

Sciolto il nodo Quirinale, inizia la «guerra» al Largo Nazareno. Un minuto dopo l’elezione storica di Giorgio Napolitano, la segreteria della «ditta» ha rassegnato le dimissioni. Come promesso Pier Luigi Bersani e gli amici del «tortellino magico» non hanno perso tempo. E sono state suggestive le lacrime del segretario Pd mentre il Presidente della Camera Laura Boldrini annunciava l’elezione «del vecchio Napolitano». Infatti alcuni parlamentari nei corridoi del Transatlantico parlano già di «fine politica del segretario», altri addirittura scandiscono parole forti del tipo: «Finalmente è finito l’incubo».

Ma la fine di un incubo apre una faglia al Nazareno. «Riposiamoci oggi e domani, e da lunedì penseremo al partito». La scissione è dietro l’angolo. Ma prima del match tutto interno che si celebrerà di qui a qualche settimana, il gruppo parlamentare dei democratici dovrà trovare una sintesi sul governo. E, come assicurano a Linkiesta, «non sarà affatto facile». Perché i vendoliani non ci staranno a un governissimo con il Cavaliere, e alcune anime del partito, come quella dei giovani turchi, non hanno alcuna intenzione di scendere a patti con il centrodestra. «Sarebbe una catastrofe», mormorano a taccuini chiusi. «La base chiede altro». Semmai si può pensare di ragionare su «un governo simil Monti senza marcatura politica», con tecnici d’area, che sarebbe ugualmente mal digerito dalla cosiddetta base del partito. Addirittura la formazione del governo potrebbe accelerare «il processo di uscita di alcuni parlamentari», si sussurra in ambienti democrat. Quando sarà delineato il futuro governo e prima che arrivi al momento della fiducia in aula, insomma, potrebbe esserci chi decida di lasciare e passare all’opposizione. E il primo a far valige potrebbe essere proprio l’ex direttore di Rainews24, Corradino Mineo, sceso in campo alle recenti elezioni come capolista al Senato della regione Sicilia.

Ma prima ancora di pensare alle beghe interne del Pd, «dobbiamo dare un governo al Paese», è il messaggio univoco che arriva da tutte le aree del Pd. «Un messaggio di responsabilità bisogna pur darlo ai cittadini, altrimenti scoppia una guerra civile», tuona un parlamentare di rito dalemiano. E per dirla con Matteo Renzi, «le parole sentite in questi giorni sono parole che costringono tutti i partiti, in particolar modo il Partito Democratico, ad avere il coraggio e l’intelligenza di andare in attacco e non di stare fermi in difesa».

L’area vicina al sindaco di Firenze guarda con maggiore attenzione alla formazione del futuro governo. Matteo è tornato nella sua città. Adesso vuole riflettere, vuole capire come rilanciare la leadership. Del resto «lui – racconta un fedelissimo – ha lanciato la candidatura di Prodi, ed è stato bocciato dalla nomenclatura di ex diessini ed ex popolari». Altrimenti «se l’operazione Prodi fosse riuscita avremmo preso in mano il partito», spiegano. Ecco perché l’idea di un governo presieduto da Giuliano Amato, che dovrebbe essere un governo a tempo della durata massima di un anno, verrebbe vista di buon occhio dal quartier generale del sindaco di Firenze. Mentre i franceschiniani, i fioriniani e lettiani, puntano a un governo sì “del presidente” ma che duri almeno due anni, e faccia ripartire il Paese. Anche perché qualora si tornasse alle urne con un Renzi alla guida del partito «sarebbero rottamati», spiegano.

Sciolto il nodo relativo al governo, che si dovrà concertare con il centrodestra e Scelta Civica, si passerà al partito. Come dicevamo, la paura che serpeggia al Nazareno è che davvero l’amalgama fra ex democristiani ed ex comunisti non abbia funzionato. La dichiarazione di ieri di Fabrizio Barca, neo tesserato del Pd, ha lasciato tutti a bocca aperta. «Incomprensibile il no a Rodotà o Bonino», ha twittato il Ministro per la Coesione Territoriale, già promesso “segretario”. Una dichiarazione che non è stata compresa da gran parte dei parlamentari che in Transatlantico reagivano così: «Barca, chi?». E la renziana Simona Bonafé chiedeva un passo indietro all’ex Ministro per la Coesione Territoriale; «Se fossi in Barca renderei la tessera del Pd». In realtà Barca ha voluto inviare un messaggio «chiaro» .

Raccontano a Linkiesta, che sarebbe deluso da come il Pd ha gestito la situazione attuale. Del resto, «la figura di Rodotà è in linea con la storia della sinistra italiana, e lui vuol ricostruire il Pd sulla base di una piattaforma socialdemocratica». Quindi consapevole che la base democrat fosse con Rodotà, avrebbe provato a conquistare la platea. «Un’affermazione infelice», replicano dal Nazareno. Ma che avrebbe riscosso successo nei circoli Pd sparsi in tutto lo stivale.

Tuttavia se nei prossimi giorni Barca dovesse subire pressioni dal Nazareno, «probabilmente gli chiederemo di lasciar perdere», virerebbe su SeL e Rivoluzione Civile, con i quali già dialoga alla luce del sole. In questo modo l’ex Ministro diventerebbe il promotore «del primo partito socialdemocratico italiano». E su questo nuovo contenitore potrebbero convergere uomini del Pd come l’ex segretario della Cgil Sergio Cofferati e il sindaco di Bari Michele Emiliano. Scalpitano anche i “giovani turchi” con i quali Barca ha ottimi rapporti. Tuttavia i figli della scuola dalemiana in queste ore preferiscono restare con le bocche cucite in attesa di comprendere cosa succederà all’interno del Pd.

Al Nazareno sono convinti, che dopo le dimissioni a catena di Bindi e Bersani, «inizierà la vera resa dei conti». Da più parti si evoca il prossimo congresso, che sarebbe già stato calendarizzato per ottobre ma si vocifera potrebbe essere anticipato. Nella fase antecedente al congresso il Pd verrà traghettato o dal vicepresidente Enrico Letta, oppure da una reggenza collegiale composta da rappresentanti delle varie correnti. Ma se Letta dovesse andare al governo, certo verrebbe meno il suo ruolo di candidato ’naturale’ a guidare il Pd verso il congresso, che forse potrebbe essere anticipato di un po’ rispetto all’autunno. «Da qui al congresso c’è tempo», dice ai cronisti il sindaco di Firenze. Tuttavia c’è già chi, come l’ex rottamatore Pippo Civati, non ha mai smentito di essere in lizza per la segreteria. E sarebbe pronto per scendere in campo. Sempre se il Pd esisterà. Amen.

Twitter: @GiuseppeFalci

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