Quirinale, “niente regole ma solo errori da evitare”

Parte la successione a Napolitano e torna in mente la vecchia profezia di Andreotti

È il match al quale tutti guardano, e dal quale dipenderanno le sorti della legislatura. Ma in questo caso non ci si candida. Anzi. Meglio stare in silenzio, preferibile far finta di nulla e lasciar passare ogni indiscrezione che trapeli sui giornali. «Non ci sono regole, ci sono solo errori da non fare», spiegava l’illustre Giulio Andreotti, più volte Presidente del Consiglio e ministro della Repubblica.

A una settimana dalla scadenza del mandato di Giorgio Napolitano nei corridoi del Palazzo non si parla d’altro. Anche perché «la partita del Colle», così come è stata ribattezzata da alcuni insider della partitocrazia italiana, è strettamente legata al governo che verrà. Sotto traccia circolano nomi, accordi tra partiti, «a noi il Colle, a voi Palazzo Chigi». è il mantra. Ma guai a fare calcoli. «Il candidato ufficiale non viene eletto mai o quasi mai perché nel voto segreto c’è la reazione dei peones contro le segreterie di partito», spiegano.

Infatti la storia dell’elezione del Presidente della Repubblica insegna come sia piena di candidati “trombati”, di candidati “super favoriti” dai bookmaker del palazzo, travolti poi dai franchi tiratori, «dai traditori». «Nel 1992 Arnaldo Forlani era il candidato ufficiale – racconta oggi al Messaggero Claudio Martelli – Non ce la fece per i franchi tiratori andreottiani. Dopo l’affondamento di Forlani, Andreotti cercò Craxi. Che mi disse: “Non ce la faccio più a dirgli di no. Pensaci tu”. Io andai da Andreotti che si mostrò più che mai umile. Nel corso del colloquio arrivò una telefonata. Lo vidi sbiancare. Quando abbassò la cornetta mi disse con un filo di voce: hanno ucciso Falcone. Non ci fu bisogno di altro: la sua candidatura, in realtà mai nata, era stata spazzata via».

Ecco cos’è la storia dell’elezione del Presidente della Repubblica. Il grande gioco del Quirinale nasconde sempre una sorpresa. E anche questa volta la partita non finirà così come la raccontano gli addetti ai lavori e i giornali.

Dicevamo, circolano diversi nomi: da Gustavo Zagrebelsky a Stefano Rodotà, passando per Salvatore Settis, Emma Bonino, Romano Prodi, Massimo D’Alema e Franco Marini. «Tutti nomi autorevoli», avvertono dal Palazzo. Ma «ognuno sta giocando la nomination in maniera differente». C’è chi come Massimo D’Alema, «che sogna il Colle da tempo», fugge dall’Italia in attesa che inizi il match. «È negli Stati Uniti, per l’appunto a New York: ormai sta più all’estero che qui», fa sapere un amico di vecchio data. L’ex presidente del Consiglio è fortemente preoccupato da una delle massime andreottiane: «Al Quirinale non può andare un leader di partito, né tanto meno di corrente». Quindi ha scelto un profilo basso: nessun intervista, nessun intervento a gamba tesa nel bel mezzo delle trattative con Giorgio Napolitano per la formazione del governo. Silenzio.

Stesso discorso vale per la leader dei radicali Emma Bonino. «Una fuoriclasse», avrebbe detto di lei Massimo D’Alema. Già protagonista della campagna “Emma for president” del 1999, che non andò a buon fine, “Emma” vuol star lontana dal toto-quirinale. Anche lei è fuori dal Paese da diverse settimane. Ora è in Egitto, lontana da riflettori ed interviste, dove si trova con amici di vecchia data con i quali adora trascorrere il tempo libero. Oltretutto ha persino declinato l’invito di Daria Bignardi, che avrebbe voluto Bonino alle Invasioni Barbariche. Anche se, come rivelano a Linkiesta, «sotto traccia Bonino lavora per il Colle: avrebbe persino ingaggiato una società per fare un po’ di lobbying» . Un segnale? Può darsi.

A ciò si aggiunge che secondo un recente sondaggio Ipr Marketing la Bonino riscuote il consenso più alto (per lei è il 32% degli interpellati), seguita a distanza da Mario Draghi (26%), e da Stefano Rodotà (19%). In queste settimane la radicale ha rotto il silenzio in un’occasione della composizione delle due commissioni di saggi: «Non voglio entrare nei criteri con cui è stata fatta questa scelta, sicuramente sono stati altri, non sono quali siano stati. Però – spiega – questi saggi non rispecchiano la società italiana, che è molto più complessa di così. E le donne sono una parte fondamentale di questa complessità. È come se in Sudafrica decidessero di formare una commissione composta da soli bianchi, oppure da soli neri». Un’uscita non casuale, che avrebbe avuto un secondo fine: «Perché non invertiamo la rotta, e proponiamo una donna al Quirinale?».

L’altro silente, a oggi (forse) il «super-favorito», è Franco Marini. L’ex presidente del Senato sarebbe fortemente gradito anche dal centrodestra e da Silvio Berlusconi. Infatti Marini teme di poter incontrare più dissensi «all’interno del Pd» che altrove. Ma essendo un democristiano, anche all’interno del partito democratico riuscirà facilmente a trovare la sintesi. D’altronde «dopo 14 anni di presidenti laici, prima o poi dovrà toccare ad un cattolico il Colle», mormora un deputato. E “Franco”, forte della scuola democristiana, segue (anche lui) gli insegnamenti del Divo Giulio: «Non ci sono regole, ci sono solo errori da non fare». Punto.

E poi ci sono gli editorialisti del quotidiano La Repubblica, Gustavo Zagrebelsky, Stefano Rodotà e Salvatore Settis. I quali non seguono un cliché ben definito, ma continuano a partecipare ai dibattiti, intervengono sulla stampa, e non credono che possa essere il loro turno. «Come si sa le decisioni concrete vengono prese all’ultimo. Prima ci sono i cosiddetti “ballon d’essai”, nomi che vengono lanciati in aria e poi cadono penosamente a terra. Siamo in quella fase», tuona il presiedente emerito della Corte Costituzionale Zagrebelzky. Più realista e meno tattico il giurista Rodotà: «Io al Colle? Fa piacere, ma è un ipotesi irreale». Mentre lo storico dell’arte Settis, probabilmente il più lontano dal Palazzo romano, continua ad insegnare in quel di Pisa, e a passeggiare sui Lungarni con sottobraccio La Repubblica. In rete è partita una petizione che lo vuole “Presidente della Repubblica” ma a lui non interessa. «Mi garba insegnare, semmai potrei fare il Ministro per la cultura», avrebbe confidato a un docente della Normale.

E da domani i tre si incontreranno con un altro candidato per la corsa al Quirinale. A Torino, in occasione della “Biennale Democrazia 2013”, organizzata proprio da Gustavo Zagrebelsky, ci sarà anche l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi. «Colui che si muove sotto traccia, e che starebbe trattando proprio con il M5s e con Casaleggio», avvertono. Così fra un seminario ed un altro non mancherà occasione di chiacchierare. «Ma non sul Quirinale», giurano.

@GiuseppeFalci 

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