Renzi premier? Al prossimo giro. Ora serve al partito

Modello Blair. Il rischio di bruciarsi e la necessità di una rifondazione democratica

«Se l’obiettivo era quello di affidarci a Napolitano, forse sarebbe stato meglio Renzi». All’uscita della direzione nazionale del Pd un parlamentare di rito democristiano sintetizza come può lo stato di salute del Pd: «Ma cosa abbiamo deciso oggi? Perché ci siamo riuniti? Non abbiamo discusso su alcun nome…». Matteo Orfini, enfant prodige della scuola dalemiana, e reo di aver proposto “Renzi premier delle larghe intese”, si prende pure alcuni fischi. Ma non proferirà parola su quanto detto la sera prima negli studi di Piazza Pulita: «Secondo me Matteo Renzi potrebbe essere il Presidente del Consiglio delle larghe intese».

Succede qualcosa nella lunga mattinata che precede la direzione nazionale di Largo del Nazareno. L’ipotesi Matteo Renzi prende forma nelle prime ore della giornata. Ci sarebbe il “sì” di Scelta Civica, e, sopratutto, dei montezemoliani, che guardano da tempo con molto interesse alle performance del sindaco di Firenze. E anche ad una fetta del Pdl, sopratutto a quella più giovane, non dispiacerebbe un premier «talmente vicino a noi, da non sembrare del Pd». Ci sarebbe anche il “sì” della maggioranza del partito democratico, che troverebbe la sintesi attorno al “giovanotto fiorentino”. Anche l’avversario di sempre Pier Luigi Bersani avrebbe pronunciato parole positive sull’ipotesi Renzi premier delle larghe intese. «In questo modo rintuzziamo chi come la Bindi avrebbe detto “no” all’ipotesi Enrico Letta», è il ragionamento che si ripete nei corridoi della sede del Pd.

Tuttavia nonostante gli effetti positivi dell’uscita di Orfini durante la lunga direzione non si discuterà «mai» del nome di Matteo Renzi. «Ed è stato un bene» sbotta un neo parlamentare renziano. «Quell’Orfini è un comunista. Questi sono tutti trappoloni per Matteo. Questi qui sanno che se vince Matteo non toccheranno palla». In realtà, spiega un dalemiano di ferro a Linkiesta, «Orfini non ha voluto bruciare Renzi. Ma era un modo per fare pressioni su chi come Bindi e altri storcono il naso all’idea che Giuliano Amato o Enrico Letta possano fare il presidente del Consiglio della larghe intese». Infatti il nome del sindaco di Firenze arriva per davvero sul tavolo del Capo dello Stato. E lo dimostra l’intervento in direzione di uno dei pupilli di Giorgio Napolitano, Umberto Ranieri, ultimo erede della tradizione “migliorista”. Il pupillo di “re Giorgio” si è alzato e ha proposto la candidatura di Matteo Renzi per “le larghe intese”: «Sarebbe una scelta coraggiosa che risponderebbe ad una domanda politica, un passo importante nella ricostruzione del rapporto tra politica e cittadini. Spero che a Renzi non manchi la consapevolezza della complessità dell’impresa ma d’altra parte il sostegno a Renzi anche da chi lo criticava è il segno che si può trovare un unita’ vera e non strumentale sarebbe una scelta coraggiosa che risponderebbe ad una domanda politica, un passo importante nella ricostruzione del rapporto tra politica e cittadini».

L’intervento di Ranieri scatena il brusio dei componenti della direzione. «Come mai interviene proprio oggi?». «Vuoi vedere che Napolitano darà l’incarico a Renzi?». Ranieri, spiegano a Linkiesta, è sì il responsabile del mezzogiorno del Pd, ma centellina le uscite. Sopratutto dopo la sconfitta alle discusse primarie di Napoli preferisce stare in silenzio. «Ma rimane pur sempre un consigliere, oltre ad essere un allievo, di Giorgio Napolitano». Raccontano di un fitto colloquio tra il Capo dello Stato e Umberto Ranieri. Un fitto colloquio nel quale il pupillo di Napolitano ha tessuto le lodi del “giovanotto fiorentino” «perché Matteo può conquistare anche i grillini e realizzare le vere larghe intese». Ma il “vecchio saggio”,  che risiederà ancora per sette anni al Quirinale,  avrebbe voluto tutelare Renzi ed il Pd. Altrimenti, mormorano voci quirinalizie, «chi sarà il prossimo leader del Pd?».

@GiuseppeFalci