Sui debiti della Pa i tecnici peggiori dei politici

Oggi l’atteso decreto a tredici mesi dal primo annuncio

A un anno e mezzo dall’investitura dell’esecutivo Monti, a tredici mesi dal primo annuncio, a quattro mesi dall’entrata in vigore della legge comunitaria che impone il pagamento a 30 giorni, domani mattina approda in Consiglio dei ministri il decreto (leggi la bozza) che sblocca i crediti pregressi vantati dalle imprese nei confronti della Pa. Stando alle ultime stime, si tratta di uno stock da 100 miliardi di euro complessivi, esclusi i debiti fuori bilancio. Ora i tecnici si apprestano a metterci una pezza da 40 miliardi – indebitandosi e coprendo le spese per maggiori interessi con tagli ai ministeri, escluso il fondo sviluppo e coesione – dopo un anno di melina, annunci, smentite, e l’attesa di un’apertura europea sui vincoli del Patto di Stabilità. Previsto per fine aprile 2012, il decreto non ha mai visto la luce, stoppato dalla complessa due diligence condotta dalla Ragioneria generale dello Stato sui debiti commerciali, talmente difficili da monitorare che il manuale di contabilità Sec95 di Eurostat ha deciso di escluderli, assieme ai derivati, dal conteggio del debito.

Un capitolo controverso che, assieme al blocco degli investimenti dei Comuni – e al bizantinismo della creazione di tre fondi diversi per i crediti di Comuni, Regioni e Province e Asl – nei giorni scorsi è stato al centro del “vivace” confronto tra la Ragioneria generale e il ministero dello Sviluppo Economico. Nella penultima bozza del provvedimento, circolata nei giorni scorsi, si prevedeva di ridurre a 5 miliardi i 7,9 miliardi di debiti derivanti da spese in conto capitale che, essendo contabilizzati secondo un criterio di cassa (la transazione è registrata quando il pagamento viene effettuato e non quando la prestazione ha luogo) avvicinavano pericolosamente il deficit alla soglia del 3% del Pil fissata dai parametri del Fiscal compact, allontanando la chiusura della procedura per deficit eccessivo attivata dall’Ue nei confronti dell’Italia nel 2009. La questione non è ancora risolta, tanto che nella bozza che circolava questo pomeriggio si prevedevano interventi correttivi o rimodulazioni della spesa per abbassare l’asticella del deficit.

Spariscono invece i paletti sugli investimenti degli enti locali. Una sorta di patto di stabilità occulto che imbrigliava di fatto le spese correnti degli enti territoriali per i prossimi cinque anni, vietandone la sottoscrizione di prestiti e mutui a meno di aver rispettato il patto di stabilità l’anno precedente. Rimane la tripartizione dei fondi: 2 miliardi per i Comuni, 8 miliardi per Province autonome e Regioni e 14 miliardi per le Asl. Se l’aumento dell’Irpef regionale è scongiurato, quello della Tares, la nuova tassa sui rifiuti prevista per dicembre, potrebbe al contrario saltare all’ultimo. Gli enti territoriali a corto di liquidità potranno in ogni caso chiedere un’anticipo alla Cassa depositi e prestiti, entro il 15 maggio. 

Al netto delle limature delle ultime ore, la procedura di certificazione per le imprese rimane un ostacolo quasi insormontabile, ma soprattutto i tempi per ricevere il dovuto tutt’altro che certi. Le stime parlano di 4 mesi, e il motivo è intuibile: l’onere della prova spetta alle imprese, che devono registrarsi sulla piattaforma elettronica del Tesoro e certificare i debiti entro il 15 settembre. Non solo: se l’amministrazione pubblica non riconosce le proprie pendenze correttamente, i creditori possono nominare un commissario ad acta. E aspettare altri mesi in attesa che il commissario in questione si pronunci. Il tutto dopo un’attesa che già dura da 2-3 anni. In ogni caso, il criterio è cronologico: prima i creditori con più seniority, ed esclude i crediti ceduti pro soluto. 

Sugli atti di cessione le imprese non pagheranno tasse, mentre gli onorari dei notai sull’autenticazione dei medesimi sono dimezzati. Un modo per incentivarne la certificazione, ma anche per agevolarne la cessione a banche e intermediari finanziari. Stando alla relazione al Parlamento della Banca d’Italia, il 10% dei crediti sono stati ceduti con formula pro soluto (cioè senza la garanzia sulla solvibilità del creditore, ndr), per un ammontare complessivo stimato in 11 miliardi. 

Mentre Roma riuscirà a mettere un punto fermo all’iter soltanto la prossima settimana, ieri Madrid ha sbloccato altri 15 miliardi di crediti pregressi, dopo che quest’estate sono ritornati alle imprese 27 miliardi di euro. Troppo tecnici, i nostri tecnici: in Spagna «anche le spese in conto capitale sono rilevate ai fini dell’indebitamento netto in termini di competenza», riferisce via Nazionale. In Italia no.

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