Telecom, Bernabè prende tempo sul dossier 3 Italia

Nominato un comitato dei saggi come Napolitano

Quinto Fabio Massimo, detto “temporeggiatore”, intorno al 200 a.C. riuscì a sconfiggere Annibale sfiancandolo con repentini attacchi e lunghe attese. Chissà se Franco Bernabè, presidente di Telecom, ha mai pensato di emularne le gesta. Dopo sei ore di riunione dove, a detta del finanziere franco-tunisino Tarak Ben Ammar, non c’è stata tensione, il cda dell’ex monopolista ha affiancato a Bernabè un comitato di quattro saggi: Julio Linares per conto di Telefonica, Elio Catania – presidente del comitato per il controllo e rischi vicino a Intesa Sanpaolo – il presidente di Generali, Gabriele Galateri di Genola, e infine l’indipendente Luigi Zingales, allo scopo di «verificare entro tempi ristretti l’interesse della Società alla prosecuzione del percorso» di integrazione con 3 Italia.

Sfiduciato a mezzo stampa pure da Marco Fossati, primo azionista al 5% che sostiene Telecom «si meriti una gestione migliore», Bernabè – in scadenza di mandato l’anno prossimo – avrebbe tirato fuori dal cilindro l’amicizia con il 12mo uomo più ricco del pianeta, Li Ka Shing, per provare a riformulare l’azionariato della società. D’altronde tutti i soci di Telco (Telefonica, Mediobanca, Intesa Sanpaolo e Generali) bramano dividendi cospicui per rientrare dell’investimento, del prestito soci, delle ricapitalizzazioni della holding. E le compagnie di Tlc necessitano di investimenti per decine di milioni di euro. 

Ai prezzi correnti, per salire al 29,9% aggirando Telco e l’obbligo di Opa, l’esborso del gruppo Hutchinson Whampoa – che ha cassa per 12 miliardi – sarebbe di 2,3 miliardi. Al contrario, con il conferimento di 3 Italia, l’esborso sarebbe soltanto carta contro carta. Su quest’ultimo aspetto, nella nota diffusa a mercati chiusi la società ha spiegato che il percorso di integrazione avverrebbe «eventualmente mediante conferimento o fusione per incorporazione, che il gruppo Hutchison Whampoa ha condizionato, tra l’altro, all’acquisizione di un’ulteriore quota azionaria in Telecom Italia, tale da farne l’azionista di riferimento della Società».

Secondo quanto risulta a Linkiesta, ciò che fa gola ai cinesi sono gli asset italiani, e dunque l’infrastruttura di rete dell’ex monopolista. Non a caso, recita ancora il comunicato, «il Consiglio di Amministrazione ha altresì deliberato di dare mandato al management a definire il percorso operativo di fattibilità per la separazione della rete di accesso». Un percorso già avviato nei mesi scorsi con la Cassa depositi e prestiti poi congelato dallo stallo politico e dal rinnovo dei vertici di via Goito, che però ora potrebbe subire un’accelerazione. Fonti vicine all’ente guidato da Franco Bassanini fanno sapere che sicuramente l’arrivo di un proprietario membro di un Paese non Ocse porrebbe due problemi: la strategicità e l’italianità dell’infrastruttura di rete, che Telecom valuta 13-15 miliardi di euro.

A intricare ulteriormente la matassa c’è un’altra questione: tramite il Fondo strategico italiano, la Cassa depositi e prestiti è azionista al 4,48% del Leone di Trieste, dopo il conferimento della quota di Banca d’Italia a seguito dell’incorporazione dell’Ivass, l’authority di vigilanza sulle assicurazioni, per evitare conflitti d’interesse. A sua volta, Generali è al 30,58% di Telco. Teoricamente, pur iscrivendo a bilancio una minusvalenza – che il mercato già sconta – se il numero uno della compagnia assicurativa, Mario Greco, decidesse di vendere, il titolo potrebbe beneficiarne. E dunque fare il gioco di Fsi, che si è impegnata a dismettere la partecipazione entro il 2015 retrocedendo a Palazzo Koch, «sotto forma di dividendi delle azioni privilegiate, le eventuali plusvalenze calcolate come differenza tra il valore dell’azione a fine 2012 (ultimi 5 giorni di negoziazione) e il valore di conferimento». Certo, esprimendo il voto a favore della lista di minoranza presentata da Assogestioni, il Fondo strategico non dovrebbe influenzare le decisioni del management di Generali in merito a Telco.

Secondo alcune interpretazioni che circolano sul mercato, a differenza dell’interesse di Sawiris, respinto e utilizzato per far pressione sulla Cdp per lo scorporo, i soci che non hanno risorse (Mediobanca) e probabilmente interesse (Generali) per ricapitalizzare la società guarderebbero con attenzione all’integrazione con 3 Italia, anche alla luce del tesoretto fiscale che deriva dalla deducibilità degli 8,6 miliardi di perdite accumulate dalla società guidata da Vincenzo Novari. I nodi da sciogliere, regolatori e finanziari, sono pressoché insormontabili, a breve termine.

Da qui la strategia di Bernabè in versione temporeggiatore, sfumata l’ipotesi di essere chiamato da Bersani sulla poltrona di Corrado Passera allo Sviluppo Economico. Ricapitolando:  i cinesi vogliono il controllo, e la marginalità di Telecom deriva ancora dalla rete. Difficile, dicono gli esperti, che diventino azionisti di minoranza di una società stile Openreach, così com’è difficile che un’infrastruttura strategica possa passare agevolmente di mano, tanto più in una fase d’incertezza politica. Vendere la rete abbatterebbe il debito, ma senza rete rimane l’elevata marginalità, anche se in calo sul 2011, di Brasile e Argentina. A dispetto dei mal di pancia, ai  grandi soci Bernabè il temporeggiatore fa ancora comodo. 

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