Uno strano banchiere. Finché ce n’è, lui comanda

Vita, opere (e miracoli) del presidente della Fondazione Cariplo Giuseppe Guzzetti

«Se chiama il vescovo di Milano o il Papa lui corre, gli altri aspettano», racconta chi lo conosce bene. Giuseppe Guzzetti, avvocato di Turate, classe 1934. Presidente “a vita” della fondazione Cariplo, azionista forte di Intesa Sanpaolo e grande elettore dei suoi organi di governance, e presidente dell’Acri, la lobby delle fondazioni. Cambia l’Italia, la sua classe dirigente un po’ meno, le alleanze politiche e gli assetti finanziari, e intanto lui governa. Felpato, sottotraccia, ma governa. Potentissimo. Forse infastidito a leggere gli strali di chi si è accorto un po’ in ritardo di come funziona il salotto buono, e da chi, da tempo, sostiene che l’unico criterio per gestire una banca sia la massimizzazione del dividendo per i propri azionisti.

Non si è mai definito un banchiere. Per dirla à la De Benedetti, è un power broker. Come Cesare Geronzi, e l’amico Giovanni Bazoli. D’altronde, osservava qualche anno fa un banchiere cattolico come Roberto Mazzotta, «nei tempi di mezzo la scena è tutta per gli uomini di relazione». Sveglia alle 5, Santa Messa alle 6, in fondazione alle 7. Vita di provincia, una villa alle porte di Como assieme al figlio avvocato e alla sua famiglia, l’altra figlia sta a Londra. Lontano quanto basta dalla peccaminosa mondanità della fu capitale morale. Schivo e attentissimo alla sua immagine. «Vive con tale intensità il lavoro che si determina una sovrapposizione completa tra vita privata e fondazione Cariplo», osservano i suoi collaboratori. 

Il suo è un mestiere difficile da comprendere, almeno quanto capire come mai per erogare risorse al terzo settore su un territorio sia necessario decidere le sorti del consiglio d’amministrazione di un istituto di credito. «Guzzetti è profondamente diverso da Giovanni Bazoli, è un gradino più avanti rispetto alla missione religiosa», notano. E mentre non si sbottona mai sulle lotte di potere che si consumano all’interno della principale banca domestica del Paese – da ultimi gli attriti con il consigliere delegato Cucchiani sulle nomine del consiglio di gestione – si entusiasma quando nel corso dei consigli d’amministrazione, a Palazzo Melzi d’Eril, si decide quale progetto finanziare, a fondo perduto. Perché, al netto di una certa liturgia, è lui il padrone.

Iscritto alla Democrazia cristiana dal 1953, si laurea alla Cattolica con il prof. Feliciano Benvenuti, economista legato agli industriali veneti poi nominato curatore dei beni della Sade nel passaggio all’Enel, tra cui la diga del Vajont. Profetico l’argomento di tesi: la Cassa depositi e prestiti, che all’epoca in Italia non esisteva. Accentratore come quelli della sua generazione – Bazoli è del ’32, Prodi del ’39, Berlusconi del ’36, Amato del ’38 – occupa una casella precisa nella storia dello scudocrociato: la corrente della sinistra democristiana lombarda di Giovanni Marcora, tra gli ispiratori del dialogo con i socialisti. La sua sponda bresciana era Mino Martinazzoli, ammiratore di Papa Montini, teorico del “cuore a sinistra e portafoglio a destra” e ricordato di recente da Bazoli con «struggente nostalgia». Entrambi, Bazoli e Guzzetti, erano amici stretti del cardinal Martini.

Entrambi, Guzzetti e Bazoli, legati al Corriere. «È il sigillo giudiziario a una gestione molto oscura e compressa da inquietanti manovre di poteri occulti». Così, da presidente della Regione Lombardia (lo fu dal 1979 al 1987), l’avvocato di Turate liquidava nel 1983 l’arresto di Angelo Rizzoli e Bruno Tassan Din, editore e amministratore delegato del Corriere della Sera. È l’anno successivo alla morte di Roberto Calvi, numero uno del Banco Ambrosiano, coinvolto nel 1981 nello scandalo P2 e definito dallo stesso Tassan Din (ampio foraggiatore della Dc) «un rubinetto» per i continui prestiti al giornale di via Solferino. Piccola curiosità: da avvocato, Guzzetti difese il parroco di Drezzo, paesino nel comasco, contro Roberto Calvi, che non voleva concedere l’accesso alla strada che porta alla cappelletta dell’Assunta, all’interno della villa di sua proprietà. Contenzioso risolto ottenendo da Calvi l’apertura del passaggio una volta l’anno, per l’appunto in occasione della festa dell’Assunta.

Mentre Bazoli si occupa della ristrutturazione dell’Ambrosiano e poi via via allo sviluppo della principale banca italiana, Guzzetti negli anni salirà ai piani alti di Cariplo. Come allora, la passione degli “arzilli vecchietti” (copyright Diego Della Valle) per il Corriere è rimasta, vista la ricapitalizzazione da 600 milioni di euro di Rcs, che non piace a nessuno degli altri soci: Rotelli, Pesenti e i Benetton. Né, dicono, al consigliere delegato Enrico Cucchiani.

E proprio Bazoli, nel febbraio 1997, rispondeva con un “no comment” alle domande del Corriere sulla lettera d’intenti che Cariplo aveva indirizzato all’Ambroveneto. Tre mesi dopo sarebbe andata in porto la fusione da cui nacque Banca Intesa. Guzzetti, presidente dell’omonima fondazione che controllava Cariplo Spa, spiegò che l’offerta di Bazoli era «più convincente» rispetto a quella della Comit, che aveva messo sul piatto 2.500 miliardi di lire per il 30% della maggiore cassa di risparmio lombarda. «Certo, le affinità pesano: affinità politiche, e perché no, affinità di cultura e tradizione» scrisse La Stampa commentando i retroscena dell’accordo, un biglietto d’ingresso degli industriali veneti nel mondo milanese. Il conglomerato, con attivi per 250mila miliardi di lire, era secondo solo al Sanpaolo Imi di Torino, 260mila miliardi. Con il quale convolò a nozze nel 2007. «Ci aspettiamo un pingue dividendo straordinario per contanti», commentava Guzzetti in attesa dei primi conti di Intesa Sanpaolo post operazione. In effetti, quei 38 centesimi per azione restano un miraggio.

Ironia della sorte, è toccato a Cucchiani, chiamato al posto di Corrado Passera diventato ministro dello Sviluppo Economico, pulire il bilancio svalutando 10 miliardi di avviamenti derivanti dalla fusione. Non solo: oggi quel sistema valoriale ancien régime tra Chiesa e Municipio influenza un istituto i cui utili 2012 – pari a 1,6 miliardi, dividendo a 6 centesimi – derivano in gran parte dal contributo di 642 milioni (utile netto a 24,4% sul 2011) della divisione corporate e investment banking, cioè da trading stile Wall Street e consulenza. Eppure, nota chi lo conosce, «i tutori delle casse di risparmio non si sono mai convinti della separazione tra banche e interessi generali. Guzzetti, a quasi 80 anni, continua a pensare che ci sia necessità di svolgere una funzione duplice: attenuare la spinta mercatistica e tenere un rapporto con le comunità locali. Per lui la banca è un elemento che accompagna lo sviluppo economico, e quindi deve esserci una relazione fondamentale con il sistema politico». Per quanto, ufficialmente, essa sia negata con forza: «Questa falsità che noi siamo il tramite per mandare la politica in banca deve finire una volta per tutte», ha affermato Guzzetti a margine di un convegno lo scorso 15 febbraio.

Massimo Mucchetti, ex vicedirettore (bresciano) del Corriere oggi senatore Pd, scriveva nel 2007 a proposito dei power broker Bazoli & Guzzetti: «Secondo questa teoria, il banchiere Giovanni Bazoli sarebbe riuscito a costruire la prima banca italiana grazie ai favori del premier (Romano Prodi, ndr), come lui cattolico democratico e allievo di Nino Andreatta. E ora, con l’aiuto delle fondazioni bancarie egemonizzate dal fido Guzzetti, il campione nazionale si accingerebbe a esercitare la sua influenza su tutta l’alta finanza, dalle Generali alla Telecom, emarginando Mediobanca e giocando nuovi strumenti finanziari come il Fondo Italiano Infrastrutture».

Se, paradossalmente, la crisi ha avuto l’effetto di rinverdire la foresta (tuttora) pietrificata, l’abilità del power broker è rimasta tale nonostante girino molti meno soldi e nonostante istituti come il Fondo monetario ancora recentemente abbiano messo nel mirino, governance e missione della fondazioni italiane. Basta andare a riprendere la nota congiunta della Compagnia di San Paolo – primo azionista di Intesa presieduta dall’ex sindaco Pd di Torino, Sergio Chiamparino – e Cariplo sulla lista comune depositata qualche giorno fa in vista del rinnovo dei vertici, che vede per la terza volta in cima alla lista Giovanni Bazoli. Comunicato in cui si sottolinea che «la coesione con cui abbiamo lavorato fino ad oggi rappresenta davvero un ottimo punto di partenza per la fase che seguirà». Nota a margine: l’ex presidente della Compagnia di San Paolo è Angelo Benessia, avvocato il cui studio fu chiamato come advisor legale da parte del Monte dei Paschi per l’operazione Antonveneta.

Sono tre i “capolavori” che testimoniano l’abilità di Guzzetti, eletto senatore a fine anni ‘80 nel collegio Cantù-Malnate e relatore a Palazzo Madama della legge 142/90 sul riassetto degli enti locali. Il primo e più recente, riguarda la conversione delle azioni privilegiate delle fondazioni nella Cassa depositi e prestiti, guidata da Giovanni Gorno Tempini, manager bazoliano e presieduta da Franco Bassanini, grande amico di Giuliano Amato, che nel 1990 ha firmato la legge che le istituiva assieme a Guido Carli. A fronte di un esborso da 750 milioni e una diluizione intorno al 15%, hanno ottenuto la prerogativa di nominarne il presidente. Piccolo particolare: la perizia della Deloitte aveva quantificato l’esborso in 5 miliardi di euro.

Il secondo è la vittoria su Tremonti, che voleva rimettere le fondazioni sotto l’ombrello pubblico per attingere alla loro enorme riserva di liquidità. Un’offensiva tramite la quale il professore di Sondrio tentò di uscire dall’orbita berlusconiana, ma che alla prova dei fatti risultò sterile e minoritaria in Parlamento. Se infatti la finanziaria del 2002, firmata da Tremonti, metteva in dubbio il regime privatistico degli enti, l’anno dopo Corte Costituzionale si pronunciò con le sentenze 300 e 301, affermando al contrario che le fondazioni sono «persone giuridiche private dotate di piena autonomia statutaria e gestionale». Interpretazione ribadita dal presidente emerito della Consulta, Gustavo Zagrebelsky, che siede in diversi organi della fondazione Cariplo. Non ultimo, da eurocommissario alla Concorrenza, si dimostrò a favore delle fondazioni anche il leader di Scelta Civica, Mario Monti.

Nemmeno Silvio Berlusconi, terzo successo, è riuscito a sconfiggerlo. Nel duemila il Polo aveva indicato Bruno Ermolli, ai vertici di Fininvest e già membro del board della fondazione, come vicepresidente di Intesa. Un blitz che non riuscì grazie alla capacità di mediazione dell’avvocato di Turate, che coalizzò gli uomini del centrosinistra e della Lega bypassando il vicepresidente di Palazzo Melzi d’Eril di sponda berlusconiana, Carlo Sangalli, spedendo alla vicepresidenza Gianpio Bracchi, oggi numero uno del private banking. Stessa cosa successe qualche anno dopo al momento del rinnovo in Fondazione Cariplo. I berluscones puntavano a portare su quella poltrona il fidato Ermolli, ma Guzetti, giocando abilmente di sponda con Roberto Formigoni, riuscì a tenersi per sè la strategica postazione.  

Chi critica Guzzetti è fuori, come spiega a Linkiesta uno dei tanti con cui il numero uno di Cariplo ha rotto i rapporti dopo aver ascoltato i dubbi sull’efficienza del sistema fondazioni. Rilievi rispediti al mittente senza troppi giri di parole e nome segnato a vita sulla lista nera. «Il sistema di terne nominate dagli enti locali sembra il massimo della democrazia, in realtà è l’essenza della collusione, che non premia il merito e la trasparenza ma la spartizione tra Comuni, partiti, sindacati. Tutti d’accordo». «Come è tipico del mondo cattolico, Guzzetti ha propensione per il potere e quindi non si fa alcun problema nell’esercizio delle prerogative di un uomo di potere, ma sempre pensando di fare del bene», spiega chi gli è vicino.

È «la difesa dell’italianità». La logica escludente del Libro d’Oro, introdotto nel 1315 a Venezia per certificare l’appartenenza all’oligarchia mercantile, inizio della fine della mobilità sociale e del conseguente declino della Serenissima, come raccontano gli studiosi Daron Acemoglu e James Robinson in Why Nations Fails. Soltanto che qui lo scopo non è il business, ma il no profit. In teoria. Come già detto, contro l’opacità delle fondazioni si è espresso con estrema chiarezza il Fmi. Il vero peccato originale del sistema, come altri in Italia, è però un altro: non produrre nuova classe dirigente: «Non hanno avuto le Frattocchie», se la ride qualcuno. Per questo, è destinato a sgretolarsi. 

antonio.vanuzzo@linkiesta.it

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