Wulff, in aula un processo tutto mediatico senza prove

Il ruolo determinante dei media e il pericolo di una stampa moralizzatrice

L’ex capo di stato tedesco Christian Wulff, finirà dunque sotto processo, questo ha fatto sapere la procura generale di Hannover. Sui mass media italiani, la vicenda dell’ex capo di stato tedesco Christian Wulff non trova più spazio. Comprensibile, abbiamo ben altri problemi.

Eppure, questo caso ha un che di emblematico per i tempi che attraversiamo, per il ruolo della stampa della stampa, in generale. Le dimissioni il 17 febbraio del 2012, dopo nemmeno due anni dall’elezione di Wulff alla prima carica della Germania, avevano trovato una grande eco anche all’estero. Perché si trattava del secondo capo di Stato di seguito che rimetteva il suo mandato, ma soprattutto perché le dimissioni di Wulff erano diretta conseguenza dell’annuncio da parte della procura generale di Hannover di essere in procinto ad aprire un’indagine su di lui.

I fatti sui quali la magistratura intendeva indagare risalivano all’epoca in cui Wulff era ancora governatore della Bassa Sassonia. Si sospettava che durante l’esercizio di quella funzione avesse approfittato del suo ruolo e favorito alcuni amici imprenditori. Sotto i riflettori degli inquirenti erano finiti: due vacanze sull’isola molto esclusiva di Sylt, e un breve soggiorno a Monaco in occasione dell’Oktoberfest del 2008. In tutti questi casi non era chiaro chi avesse saldato il conto, se Wulff o il suo amico produttore cinematografico David Groenewold, che in cambio avrebbe ottenuto un finanziamento per la realizzazione di un film da parte di Siemens (e grazie all’intercessione di Wulff). La somma che non torna ammonta a 770 euro.

Condannato preventivamente
La procura generale ha messo sul caso una squadra di ventiquattro tra inquirenti e magistrati, incaricati di scandagliare e rivoltare ogni singola pietruzza della vita di Christian Wulff. Strada facendo si è passati dal sospetto di abuso d’ufficio all’ipotesi di corruzione e concussione. Ma, tredici mesi dopo l’avvio delle indagini, non sono state trovate prove fondate né per l’uno né per l’altro reato. E proprio per questo aveva fatto un certo clamore la notizia di un paio di settimane fa, secondo la quale la procura si diceva disposta ad archiviare il fascicolo, a patto che Wulff e Groenewold si assumessero la “responsabilità penale” (così si legge nel documento della procura) e fossero disposti a pagare rispettivamente un’ammenda di 20mila e 30mila euro. Detto altrimenti, annotava il mensile di politica e attualità Cicero, “Wulff dovrebbe ammettere la colpa, senza essere sottoposto a un processo”. C’era da chiedersi, proseguiva Cicero, se la procura, così facendo “non voglia salvarsi la faccia”. Non sarebbe stato meglio raccogliere più indizi, prima annunciare l’indagine contro un capo di Stato?

Esecuzione mediatica
Domande e critiche giuste, ma ciò nonostante curiose, visto che la stampa l’aveva ai tempi condannato altrettanto frettolosamente. Per chi ha seguito la vicenda da una certa distanza, cioè dall’estero, la campagna mediatica contro Wulff era apparsa ben presto incomprensibile: perché tanta animosità?, veniva da chiedersi. Stupiva soprattutto l’accanimento della Bild Zeitung, considerando che Wulff per anni era stato uno dei politici più corteggiati dal tabloid. Bild aveva accompagnato la sua ascesa politica, dalla culla, si potrebbe dire, all’elezione a capo di Stato. Aveva seguito con empatia la separazione del governatore dalla prima moglie, ne aveva ricevuto e pubblicato le confessioni su quel matrimonio andato in pezzi, ed era stato (vista l’esclusiva a raccontarlo “in presa diretta”) una sorta di terzo testimone di nozze, della seconda unione, con Bettina. Proprio per questo sarebbe, la domanda alla quale fino a oggi non è stata data risposta, dovrebbe essere: perché Bild a un certo punto gli ha dichiarato guerra? Perché ha tirato fuori un fatto che risaliva ai tempi in cui Wulff era ancora governatore e che era già stato oggetto di un’interrogazione parlamentare.

Nel 2008 Wulff aveva infatti avuto un credito di 500 mila euro, a un tasso di assoluto favore, dalla moglie del suo amico e imprenditore Geerken. Nel 2010, i deputati dell’opposizione al Landtag della Bassa Sassonia gli avevano chiesto riferire in proposito, e in particolare di spiegare se avesse relazioni di affari con Geerken. Lui aveva risposto di no (senza specificare che un rapporto d’affari c’era invece con la moglie di Geerken, e che il tasso di favore ottenuto era stato deciso dall’amico imprenditore).

Bild, questa storia la ritira fuori un anno dopo, con Wulff ormai capo di stato. Fa circolare le voci, che Wulff allora non avesse detto la verità, e poi passa all’attacco vero e proprio. Il capo di Stato era all’estero, quando la redazione gli comunicava che all’indomani avrebbe pubblicato le carte riguardanti quel prestito. Lui aveva chiesto di attendere il suo ritorno. Bild si rifiuta. Lui allora aveva chiamato direttamente il direttore Kai Dieckmann sul cellulare. Ma era scattata la segreteria telefonica, lì Wulff aveva lasciato un messaggio tra il disperato e il minaccioso. Wulff non avrebbe potuto fare favore più grande al tabloid. Certo, senza autorizzazione del capo di Stato, Bild non poteva renderne pubblico il contenuto, ma poteva riferire di questo tentativo di intimidazione. A quel punto la stampa intera si era gettata, come un branco famelico, sul capo di Stato. Era iniziato il battage che Wulff fosse inadatto a rivestire un ruolo istituzionale così importante. La sua reticenza nel dire la verità, screditava il più alto scranno della Repubblica federale. C’era stato anche una sorta di processo in diretta televisiva, con due moderatori, uno in quota Ard, l’altro in quota Zdf (i due canali pubblici nazionali) in veste di pubblica accusa. Uno show down che non aveva riabilitato Wulff, ma ciò nonostante pareva essere tornato un minimo di quiete. La stampa sembrava intenzionata a mollare la sua preda. E invece, da lì a poco, tutto sarebbe ripartito, e con maggiore animosità. Ora, a essere indiziate erano un paio di vacanze e un soggiorno a Monaco per l’Oktoberfest, pagate dall’amico produttore cinematografico Groenewold… Qualche settimana dopo la procura generale di Hannover comunicava di essere in procinto di aprire un fascicolo contro di lui. A quel punto Wulff, pur ribadendo di non aver commesso alcun atto illecito, si dimetteva “per non danneggiare l’alta carica che rivesto”.

Il pericolo di una stampa moralizzatrice
Wulff da allora è scomparso dalle scene. Le poche immagine di lui, mostrano un uomo dimagrito, ingrigito anzi tempo e solo: anche il secondo matrimonio è naufragato. Wulff ha deciso di non patteggiare, vuole una riabilitazione totale, per questo preferisce sottoporsi a un processo. E, secondo la stampa, che ora fa autocoscienza, ha buone chance di uscirne assolto. Ma non è questo il punto.

Il punto a ben vedere è un altro. Anzi sono due. Il primo è la domanda già posta precedentemente: perché la Bild Zeitung gli si è voltata contro? La seconda riguarda il potere dei media. La loro capacità di aizzare l’opinione pubblica. E’ vero che durante i momenti più cruenti della vicenda Wulff, c’era anche chi trovava eccessivo l’accanimento dei giornalisti contro Wulff. Oggi invece, stando a un recente sondaggio, la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica dice di non provare alcuna pietà per lui. Il che dimostra quanto la tentazione dei media di ergersi a tutori della morale possa risultare irresponsabile.
Una critica che, facendo i dovuti distingui, si può applicare anche un campo ben più vasto: quello della politica europea. La denigrazione reciproca è diventata una sorta di campionato europeo tra i media. Con la stampa tedesca che non perde occasione di dipingere i cosiddetti paesi periferici, mediterranei, come sanguisughe attaccate ai sudati risparmi della Germania; mentre i media degli altri paesi non perdono occasione di rendere la pariglia, dipingendo i tedeschi come nazisti redivivi. Il fair play intanto è stato mandato in soffitta, e non c’è nessuno che fischi i continui falli commessi. Ma come dimostra la vicenda Wulff, l’opinione pubblica pur opponendo una certa resistenza all’indottrinamento, alla fine cede.  

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