Addio Don Gallo, prete tra San Francesco e Mick Jagger

Oltre a quello che ha detto, bisogna ricordare il modo in cui comunicava

Solo lui poteva coniare slogan come questo: «Peccato che Gesù sia un prete. Se fosse un politico avremmo trovato il nostro leader».

Solo lui poteva dire cose come questa: «Io non posso accettare che la gerarchia della Chiesa sia contro le donne e le discrimini: io voglio che che le donne diventino sacerdoti».

Solo lui poteva affrontare una questione complessa come la legalizzazione delle sostanze stupefacenti in questo modo: «Le droghe? Quelle naturali sono pur sempre un prodotto di nostro Signore, quindi non si capisce davvero perché si dovrebbe proibirle». E poi, tanto per non lasciare dubbi in proposito, si era fatto multare nel 2006 a Genova, fumando in pubblica piazza uno spinello. 

Solo lui poteva raccontare che un giorno aveva detto a Monsignor Tettamanzi: «Monsignore, in quella stanza si sono ritirati due ragazzi omosessuali, ma non si metta a giudicare o a guardare dal buco della serratura! La Chiesa è amore, e deve rispettare ogni tipo di amore». (sarebbe ancora più curioso capire cosa aveva risposto Tettamanzi!).

Solo lui poteva dire di Papa Bergoglio: «Oh, ma lo sai che questo papa, quando parla, le azzecca tutte?». 

Don Andrea Gallo era questo e di più. Nel giorno della sua morte il problema, come spesso accade, quando si commemora una personalità complessa, è che le sole parole di Don Gallo, non bastano a raccontare Don Gallo.

Il problema, quando si ricorda un personaggio così, e che la sua umanità era talmente debordante, da travolgere ogni cosa, da spiazzare anche i parametri di giudizio più solidi di chi gli si trovava di fronte. Don Gallo era da anni il più estremo e radicale dei sacerdoti italiani, era carismatico ma dolce, compiaciuto ma mai vanitoso: non era mai diventato un prete estremista o folcloristico, non era mai diventato un fenomeno da baraccone, una curiosità, uno scherzo mediatico. Don Gallo dissacrava, ma era sempre rimasto con i piedi nel suo Vangelo, non aveva mai abbandonato i ragazzi della sua comunità. Stupiva, certo, ma il suo obiettivo non era mai stupire in modo gratuito, quanto piuttosto testimoniare a modo suo, una sua precisa idea della fede.

Don Gallo, teneva sermoni che si concludevano cantando “Bella ciao” con Gino Paoli, e si spingeva fino a lanciare invettive contro la Chiesa «Perché non diffonde la cultura del preservativo, quella che salva le vite». Ma lo faceva perché gli veniva naturale, non certo per cercare visibilità o dare scandalo. Era rimasto un sacerdote convinto di non allontanarsi mai dalla lettera del suo mandato e del suo voto. Ed infatti lista insieme tutte le sue piccole dissacrazioni non si stancava mai di ripetere: «Sono sacerdote da mezzo secolo, non sono mai stato allontanato o punito!».

Che poi, come sempre nel suo caso, era una mezza verità, perché lui aveva già dato scandalo prima ancora di diventare sacerdote, al punto che, prima di approdare nella parrocchia di San Benedetto del Porto, lo volevano spedire in esilio a Capraia. Eppure, il confine tra eresia e blasfemia, un sentiero che nella Chiesa cattolica ha una importanza cruciale, non lo aveva mai superato. Ecco perché per ricordare Don Gallo, oggi non bastano le parole, nemmeno le sue, perché bisogna anche ricordare come le diceva.

I suoi sermoni, per esempio, sentiti dal vivo, erano sempre diversi da come potevano essere raccontati. I discorsi di Don Gallo erano come la musica rap, erano ritmati, cadenzati, a volte persino ballati: Don Gallo aveva un senso dello spettacolo da concerto rock, usava il corpo, le mani, persino il sigaro, soprattutto il cappello, sempre a falda larga, che nel culmine della sua orazione, diventava un gesto inclusivo per racchiudere al suo interno tutte le miserie e le speranze. Fino a ieri divideva, adesso non si può santificarlo. Basterebbe imparare da lui una sola lezione: qualsiasi cosa abbia detto o fatto don Gallo, era nell segno dell’amore evangelico, in un luogo metafisico e santissimo, a metà strada fra Mick Jagger e San Francesco.