Al di là del buonsenso, no ai soldi alle scuole private

Scegliere di finanziare solo gli istituti pubblici non è ideologia

Se serviva un esempio plastico del disastro della scuola italiana ce lo sta regalando il referendum che si celebrerà domenica a Bologna sull’istruzione dell’infanzia e le scuole paritarie.

Se serviva una fotografia di una nuova, piccola e caricaturale guerra di religione italiana, basta leggere o ascoltare cosa sta accadendo all’ombra delle due torri, nella campagna elettorale su un quesito che ha ridotto, anche simbolicamente, la disputa tradizionale tra Si e No, a una querelle alfabetica: chi vuole finanziare le scuole private infatti vota B, chi è contrario vota A. Sembra dunque, in queste ore, che persino la democrazia sia regredita al grado zero dell’alfabetizzazione primaria.

Su questo tema, quasi un anno fa, ho avuto modo di discutere a lungo, anche in pubblico, con il sindaco Virginio Merola, un uomo di buonsenso, che stimo. Merola sostiene la posizione B, e non è sospettabile di nessuna simpatia clericale: ha una formazione laica, è sinceramente appassionato all’idea del servizio pubblico e orgoglioso del sistema scolastico bolognese. Parla di questa scelta come di una dura necessità. Non dubito della sua buona fede, e conosco bene la passione di molte persone che lavorano nelle scuole private cattoliche: non vedo differenze ideologiche tra lo spirito che anima il loro lavoro e quello dei colleghi della scuola pubblica.

Ho letto anche appassionate interviste dei rappresentanti dei genitori delle scuole private che provano a spiegare quanto sia conveniente per le amministrazioni locali erogare alle cosiddette scuole private 600 euro a bambino per un totale di un milione di euro. So che, a sostegno di questa tesi, è stato prodotto un accattivante teorema, apparentemente molto pragmatico, che recita più o meno così: siccome il Comune fatica a coprire il fabbisogno di posti di asilo della città, e siccome il privato surroga le carenze del servizio pubblico, se non ci fosse il sistema privato, il Comune spenderebbe molto di più (per l’esattezza 6.900 euro anno a bambino) per garantire lo stesso numero di posti: per questi motivi il finanziamento alle scuole paritarie conviene anche ai cittadini. Ho ascoltato anche l’appassionata perorazione della senatrice Francesca Puglisi, responsabile nazionale istruzione del Pd, che dice: «È compito di un’amministrazione comunale occuparsi di tutti i bambini della propria comunità; in questo caso, permettendo loro, senza esclusione alcuna, di frequentare una scuola, comunale, statale oppure privata paritaria». Dati i toni da crociata, nella disputa sul sostegno del sì o del no al finanziamento, si invoca l’articolo 33 della Costituzione, e si recita, come se fosse un versetto evangelico, la celebre frase secondo cui il diritto all’istruzione “va garantito senza onere per lo stato”.

Confesso che della disputa ideologica, a me importa poco o nulla. Mentre invece mi pare che malgrado tutte le loro buone ragioni, né gli amministratori cittadini, né i dirigenti del Pd, e nemmeno i sostenitori del sì al finanziamento si siano resi conto dello stato d’animo dei genitori bolognesi (e soprattutto italiani). La prima cosa che fa arrabbiare chiunque porti un figlio in una scuola, di questi tempi, è l’affermazione azzardata secondo cui questo servizio sarebbe conveniente. Ma conveniente per chi? Negli ultimi due anni le rette degli asili pubblici comunali e statali (parlo solo delle mense, ovviamente) si sono mediamente raddoppiate. E mi capita sempre più spesso di trovare genitori, non certo “poveri” che (magari avendo più figli) fanno salti mortali anche per pagare questo contributo. In questo scenario l’idea che una scuola in cui oltre alla refezione si paga anche una retta possa essere conveniente per le famiglie, mi pare quindi demenziale.

Anche perché – e qui consiglierei alla senatrice Puglisi di farsi un giro nel mondo reale – le scuole statali, malgrado l’eroismo dei loro insegnanti, sono fatiscenti: edifici che cascano a pezzi, zero fondi ai comuni per la manutenzione, Imu cancellata, servizio di accompagnamento scolastico confuso nei tagli orizzontali con quello delle auto blu, mancanza dei più indispensabili finanziamenti, continue collette dei genitori per sostenere qualsiasi spesa: dalla celeberrima carta igienica ai colori e ai pastelli, alla gita. Negli istituti dove maestri (e professori) fanno i missionari, e i genitori sostengono le spese di tasca loro, il sistema tiene. Altrove invece collassa, con la vergogna inaccettabile dei tagli che si abbattono sui servizi più elementari: sto pensando agli insegnanti di sostegno falcidiati, e ai bambini colpiti dal disagio o dalla disabilità che vengono lasciati soli. In questo scenario, l’idea della senatrice Puglisi secondo cui poter garantire ai genitori la possibilità di scegliere fra “scuole di diverse confessioni” fa quasi sorridere, per la sua puerilità. La Puglisi, insomma, ricorda la celebre frase di Maria Antonietta secondo cui al popolo affamato si dovevano dare le brioches.

Non siamo più ricchi, anzi siamo poveri: non possiamo più scegliere tra tre ristoranti, ne è rimasto uno solo, e per giunta ha la dispensa vuota. Chi vuole una scuola privata é libero di farlo, ma – visto che può – se la deve anche pagare. Per questo l’incazzatura di genitori sarà pure esagerata e irrazionale, ma deciderà il voto. E siccome come padre di un bimbo di sei anni sono molto razionale, ma anche molto di più incazzato, ve lo dico: io voterei A. 

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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