Austerity & crescita, Letta e la sindrome Hollande

Il presidente francese ha provato invano a piegare l’ortodossia tedesca

Si legge Letta, ma potrebbe pronunciarsi Hollande. L’arrivo di Enrico Letta a Palazzo Chigi dovrebbe essere il punto di svolta della crisi europea. Un nuovo vento capace di portare un pizzico di rinnovamento nella dialettica dell’eurozona, divisa solamente nella dicotomia fra austerity e crescita. E invece rischia di fare la fine di François Hollande, che doveva essere il deus ex machina capace di mutare il corso delle politiche comunitarie.

«La crisi durerà ancora per molto». Pochi giorni fa il cancelliere tedesco Angela Merkel ha così spiegato cosa sta accadendo nella zona euro. Gli squilibri macroeconomici sono ancora presenti e solo tramite il proseguimento delle attuali politiche si potrà pensare di raggiungere la sostenibilità del debito nel lungo periodo. Specie per quei Paesi come l’Italia che sono caratterizzati da bassa crescita, alto debito, mercati inefficienti e scarsa competitività. E sono infatti questi i problemi che deve fronteggiare Letta.

Siamo ancora ai primi tornanti, ma i proclami contro l’austerity fatti da Letta rischiano di essere ricordati come quelli di Hollande. Quando il presidente francese vinse la corsa all’Eliseo il suo obiettivo era chiaro, almeno a parole: bilanciare le politiche di consolidamento fiscale richieste da Commissione europea e Germania. Hollande nel suo primo Consiglio Ue da presidente spinse con forza la nascita di un programma di investimenti e stimoli fiscali al fine di far ripartire l’economia della zona euro. Tante belle parole, numerosi encomi (come quello del presidente del Consiglio Ue, Herman Van Rompuy), quasi assenti i risultati.

L’approccio di Letta è stato simile. Il mandato di Napolitano accettato con slancio, il giuramento, i voli a Bruxelles, Parigi e Berlino, le promesse per un nuovo corso europeo fatto di crescita e sviluppo. Un film già visto con Hollande. Poi, nemmeno il tempo di fermarsi a pensare all’emergenza dell’Italia, e via con i rifiuti. Il più secco, e forse significativo, è arrivato dalla Commissione Ue. L’Italia sta combattendo contro il tempo per uscire dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo aperta nel 2009. Mancano 20 giorni per definire il bene o il male delle finanze pubbliche italiane dopo l’anno di Mario Monti a Palazzo Chigi. E non ci saranno sconti.

Stefano Fassina, viceministro del Tesoro, ha già lanciato il cuore oltre l’ostacolo. Secondo lui Roma dovrebbe fare come altri Paesi e richiedere più tempo per raggiungere gli obiettivi di bilancio concordati con l’Ue. Anche in questo caso, il rifiuto di Bruxelles è stato netto. «Non ci sono i margini per fare questa operazione», dice un funzionario della Commissione Ue. Secondo lui, «i conti pubblici italiani sono migliorati sensibilmente nell’ultimo anno, ma questo non significa che il processo di consolidamento fiscale sia terminato». La linea di Bruxelles è chiara. Il pilota automatico è inserito e la Banca centrale europea monitora, pronta a intervenire nel caso ci fosse bisogno.

La ricerca di finanze pubbliche più sane continua a essere la priorità. «Nessuno può pensare di andare avanti con le politiche del passato, basate esclusivamente sulla crescita sul debito», afferma il funzionario. Non è una questione solo tedesca, bensì di raziocinio. E non è un caso che lunedì il presidente del Consiglio abbia proprio rimarcato che l’Italia può essere capace di crescere senza creare nuovo debito. Un concetto, quest’ultimo, che porterà a Bruxelles durante il prossimo Consiglio Ue, il prossimo 22 maggio. Sarà quella la sede per presentare le prime bozze di un programma per combattere la recessione dell’area euro e la disoccupazione, soprattutto giovanile, che sta flagellando i Paesi periferici. Letta si è messo d’accordo con Mariano Rajoy, premier spagnolo, al fine di andare compatti, magari anche con l’appoggio di Hollande. Le speranze di vittoria sono poche già fin d’ora.

Quando Mario Monti arrivò a Palazzo Chigi sembrava che fosse arrivato il messia. Il tempo ci ha restituito un Monti troppo dogmatico e troppo timido nello scontro con le forze politiche. Dalla sua aveva due grandi vantaggi: la drammatica situazione del Paese sui mercati obbligazionari, con il differenziale di rendimento fra Btp decennali e Bund di pari entità ai massimi storici, e l’impotenza dei partiti politici di fronte all’eccezionalità del momento. Monti non ha saputo sfruttarli e l’impressione è che, a parte una politica fiscale basata sugli obiettivi Ue, si sia sprecato un anno.

Ora Letta è alla guida un esecutivo di compromessi, buono sulla carta, ma con troppi interessi politici particolari. Questa caratteristica causa una fragilità di fondo che potrebbe essere letale sul piano interno. Su quello europeo, il timore è che Letta non comprenda in fretta che uscire dall’attuale percorso invocando nuove misure di crescita, sempre e comunque basate sul debito e non coadiuvate da severe riforme strutturali, corre il pericolo di essere estromesso dalla discussione proprio come fu per Hollande. Una situazione dannosa sia per l’Italia sia per l’eurozona.

Twitter: @FGoria

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