Bpm rimane una società cooperativa. Per ora

Via Nazionale non può permettersi altre difficoltà dopo il caso Mps

Un’accelerata troppo spavalda per una strada stretta, ripida e piena di curve. Con ogni probabilità, al termine del consiglio di gestione odierno Andrea Bonomi annuncerà l’arrivederci – ma non l’addio – al progetto di trasformazione in Spa ibrida della Popolare di Milano. Una brusca frenata non gradita al mercato: ieri in mattinata il titolo è stato più volte sospeso per eccesso di ribasso per poi chiudere a -8,93 per cento a 46 centesimi (-0,96 il Ftse Mib). Non è chiaro chi abbia venduto, ma è ovvio che agli investitori istituzionali non piaccia che, come è accaduto nel corso dell’ultima assemblea, lo 0,7% del capitale sia dirimente nelle scelte sul futuro del gruppo.

Sono diverse le variabili che influiscono sull’abbandono pro tempore di una governance «moderna», come l’ha definita più volte lo stesso Bonomi. In primis la posizione della Banca d’Italia. A livello reputazionale, la Banca d’Italia non può permettersi che un altro istituto “market mover” del listino possa finire nei guai dopo lo scoppio del bubbone Monte dei Paschi. Gli ispettori di Ignazio Visco sono ancora in Piazza Meda, e sebbene non si siano mai espressi sulla forma societaria, non hanno mai fatto mancare il loro appoggio alla gestione Bonomi. Tuttavia, la priorità ora è il buon esito dell’aumento di capitale da 500 milioni finalizzato ai Tremonti bond. Anche perché le banche del consorzio di garanzia – Mediobanca, Barclays, JP Morgan e Deutsche Bank – hanno cominciato a puntare i piedi all’indomani della bocciatura del voto a distanza in assemblea, visto di fatto come un rifiuto alla Spa, nonostante Bonomi spesso abbia continuato a ribadire che i due aspetti non siano legati. 

Va poi ricordato che al posto di Saccomanni alla direzione generale di Bankitalia è da poco arrivato Salvatore Rossi. Il quale, a margine di un convegno promosso dall’Istituto centrale delle banche popolari, lo scorso febbraio ha ricordato che le popolari «possono giocare una partita utile, per loro stesse e per il Paese, nel rilancio della capacità innovativa e competitiva dell’economia», osservando però che «devono risolvere taluni problemi di transizione e di equilibrio fra diversi modelli organizzativi. In esse emergono a volte tensioni fra l’originario spirito di mutuo servizio posto alla base di una società cooperativa e l’esigenza di stare sul mercato in un contesto concorrenziale, soprattutto se l’azienda ha raggiunto dimensioni cospicue». Un ovvio riferimento alla Bpm. Insomma, per via Nazionale la priorità numero uno è la ricapitalizzazione. 

Uniti nella lotta, invece, i sindacati. Massimo Masi, segretario generale Uilca, ieri l’altro ha chiesto «che venissero sospese le procedure neiconfronti dei colleghi rei solo di aver esposto tramite mail aziendale il loro pensiero. Nello stesso tempo ho chiesto di far cessare questa assurda pressione sui soci attraverso una società di call center che invitava ad andare a votare il 22 giugno per la trasformazione della Bpm in Spa», minacciando esposti. Lando Sileoni e Giuseppe Gallo, segretari generali di Fabi e Fiba Cisl, hanno sollevato dubbi, chiamando in causa la vigilanza della Banca d’Italia, sulla scelta «di affidare ad una società leader mondiale nella stakeholder communication il compito di contattare i soci in vista dell’assemblea straordinaria del prossimo 22 giugno, con lo scopo dichiarato di consentire loro un voto informato e consapevole».

Quel che è certo è che entro il 21 maggio Bonomi dovrà sciogliere ogni dubbio sui punti all’ordine del giorno in assemblea. O meglio sull’unico punto dove il via libera è sicuro: l’aumento di capitale. Troppo incerti i margini sull’altro punto di cui si è discusso nei mesi scorsi: il cambiamento dello statuto per abbassare il numero dei membri del consiglio di sorveglianza. Il tempo è tiranno e gli errori commessi nella gestione frettolosa, anche nei confronti delle comunicazioni obbligatorie a Consob e via Nazionale, e qualche frizione con l’amministratore delegato, Pietro Montani, hanno pesato sul fallimento del progetto da portare in assemblea. E già i rumor danno per probabile un clamoroso ritorno dell’ex presidente, Roberto Mazzotta. Alla tenera età di 73 anni. 

D’altro canto, l’ombra del Monte dei Paschi non ha aiutato gli ispettori di Palazzo Koch, che hanno iniziato il loro lavoro quando a capo della vigilanza c’era ancora Maria Tarantola, oggi presidente Rai. E oggi nessuno si aspetta un improvviso cambio di passo da parte di Salvatore Rossi, tantomeno sulla vexata quaestio delle cinque deleghe ai soci non dipendenti, per alcuni il vero cavallo di Troia per spostare gli equilibri all’interno dei soci-pensionati. Nella ridda di interrogazioni parlamentari, lotte intestine, dimissioni e verifiche Consob (ancora in corso) sui soci forti – nella fattispecie Raffaele Mincione, secondo azionista sceso al 7% – c’è un’unica certezza: Bonomi ha affrontato i dipendenti e i soci a viso aperto, e ha perso. Per ora.

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