Portineria Milano«È il mandante morale della morte di mio padre»

Parla Dalla Chiesa: «Ha ammorbato Ia politica italiana. Ne paghiamo ancora le conseguenze»

«L’ho incontrato una volta al Senato, tutti i politici erano lì in fila a riverirlo, facevano a gara a salutarlo, ma io non ce l’ho fatta. Lui ha provato anche a dirmi due parole, mi sono voltato dall’altra parte». Nando Dalla Chiesa, figlio del generale Carlo Alberto, ucciso dalla mafia a Palermo nel 1982, tra una lezione e l’altra all’Università degli Studi di Milano, riesce a commentare la morte di Giulio Andreotti, l’ex presidente del Consiglio democristiano che ha fatto la storia d’Italia. («Mi scusi avevo lezione e il ricevimento studenti», spiega con molta gentilezza»). La storia di Andreotti ha attraversato la vita dell’ex senatore del Partito Democratico, perché Andreotti seppe distinguersi anche in occasione della morte del generale. «Preferisco andare ai battesimi piuttosto che ai funerali» disse. «Ma quella è una storia mia» spiega Dalla Chiesa «incominciai a tracciare per primo la sua storia e quella della mafia. Forse ne pago ancora la conseguenze…».

Come definirebbe Giulio Andreotti?
Il cuore dei misteri italiani.

Se c’è un politico in Italia che in queste ore non si è accodato ai lanci di agenzia di Andreotti questo è lei… 
Ho visto che sono già partiti gli elogi di turno. I ricordi. Non credo sia un comportamento ipocrita da parte della politica. Anzi credo sia atteggiamento molto vero. Vero, perché la politica di Andreotti è quella che vive ancora adesso in Italia, ne paghiamo le conseguenze ancora adesso.

Tanti misteri, tante ombre, ma forse si potrebbe dire che Andreotti ha vinto, se la politica è ancora questa.
Non direi che ha vinto. Ha perso, ha perso l’Italia. Direi che Andreotti ha ammorbato la politica di un morbo di cui difficilmente ci libereremo nei prossimi anni.

Che politica?
È la politica dell’interesse particolare che si sostituisce a quello generale. Non potrò mai dimenticare quello che disse di Giorgio Ambrosoli: «uno che se l’era andata a cercare».

Perché questi complimenti e questi ricordi così accorati ancora adesso, allora?
Perché la politica italiana è questa. Andreotti ha fatto la storia d’Italia. Si parla del suo ruolo di statista a livello internazionale, ma io non ne vedo proprio i fondamenti.

Non venne al funerale di suo padre?
Lo so, ma questa è una storia mia. Da lì sono partito per raccontare la mafia.

Sua sorella Rita ricordò dopo gli attentati a Falcone e Borsellino che il mandante dell’omicidio di suo padre era proprio Andreotti.
Non vedo politicamente e moralmente altri che hanno avuto una responsabilità così centrale come quella di Andreotti nella vicenda di mio padre.

Lei in un post sul suo blog dello scorso ha scritto che sarà Dio a giudicare il senatore a vita.
Lo confermo.

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, invece, sostiene che sarà la storia a giudicarlo…
La storia l’ha già giudicato.

Le è mai capitato di parlare con lui in questi anni?
L’ho visto in Senato, ma non ci sono riuscito. Tutti lo salutavano, lo riverivano, ma io ho preferito di no. Non ce l’ho fatta.