Grillo e i grillini, autobiografia di una nazione

L'espulsione dal moVimento del senatore Mastrangeli e la politica di sempre

E hanno ragione Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio che non li vogliono nei salotti televisivi. Ogni qual volta sgusciano fuori dall’ombra di silenzio e mistero dove vengono a stento trattenuti, i parlamentari del Movimento 5 Stelle si rivelano uguali agli altri abitanti dello strapaese, che siano deputati o no. Divertenti come quel tale Marino Mastrangeli, il senatore espulso perché andava a Canale 5 da Barbara d’Urso, il nodo della cravatta troppo grosso, la camicia a rigoni o a quadrettoni, l’italiano stentato, l’aria arruffata degli omaccioni che nei paesi di mare dopo una giornata passata sul molo si ripuliscono per la festa del battesimo. Guai a bandire il pittoresco, ma il pittoresco non può mai davvero farsi Stato, nemmeno nell’Italia sguaiata che ha conosciuto il dito medio di Umberto Bossi e quella candidatura di Cicciolina in Parlamento alla quale non credeva neppure Pannella, se non – appunto – come sberleffo al Parlamento stesso e al regime di allora. «Ma siamo nel mondo o nell’anti mondo?», si chiede Mastrangeli l’espulso, «sono sempre stato qui a lavorare mica sono andato a zonzo in Mesopotamia». E chissà cosa crede che sia la Mesopotamia.

Questa è l’antropologia nuova che può rivoltare l’Italia come un calzino e restituirla a migliori costumi, o piuttosto i Mastrangeli di Grillo non sono che lo specchio dell’Italia moderna, come lo sono i gemelli Berlusconi e Santoro, o come fa parte del paesaggio degradato anche lo yacht di Bossi Jr attraccato ad Hammamet, orribile nemesi, laddove morì Craxi mentre Bossi padre sventolava il cappio a Montecitorio? Li abbiamo sentiti parlare in Aula, i Cinque stelle, alla Camera e a Palazzo Madama hanno votato contro la fiducia al governo di Enrico Letta. E finalmente li abbiamo visti, ci si sono rivelati con la stessa mediocrità oratoria della politica di sempre, una cantilena monocorde, nessuno che parla a braccio, tutti leggono rapidissimi (ma sull’Ipad) e nessuno capisce, proprio come succede agli altri deputati e senatori, quelli che non sono a Cinque Stelle, i parlamentari semplici, quelli del Pdl, quelli dell’Udc o del Pd: discorsi spesso tremendi, senza sfumature, triti, “scongelatevi”, “siete ammuffiti”, con pause e accenti sbagliati. E se c’è una parola in una lingua straniera, questa cadrà certamente vittima di efferata violenza. Chi parla male, pensa male e dunque governa male. Come quel Cavalier Ferrini di Catania che da muratore si fece imprenditore e con coerenza divenne uomo di potere politico e di grandi clientele: al comizio gridava “concittadini! Se io ‘sarei’ eletto…” e al segretario che gli mormorava “fossi, cavaliere, fossi”, rispondeva urlando: “Ma quali fossi, sicuru è!”. E dunque Mastrangeli, che non ha una brutta faccia ed è certamente un uomo per bene, è la nostra rappresentanza parlamentare classica, il moderno sottoproletariato culturale di massa elevato al rango di senatore e deputato. Niente di nuovo, solo tutto un po’ più evoluto nell’epoca del pasticcio democratico via streaming. Ecco, quasi nessuno dei grillini è riuscito a completarlo il suo discorso in Parlamento, a restare dentro i tre minuti di tempo previsti dalle regole, ma quasi tutti, come molti uomini e donne del Pdl e del Pd, sono stati interrotti, nel massimo disordine intellettuale, con il discorso troncato a metà, tra inciampi sulla sintassi, sulle regole della logica e della grammatica minima. Senza codice come i Domenico Scilipoti e gli Antonio Razzi, ruspanti come i “Giggino a’ Purpetta”, come quel senatore Gramazio che mangiò la mortadella in Aula per dileggiare Prodi, o furbi del contado come Antonio Di Pietro, il Calandrino che per vent’anni, assieme al Cavaliere, ha costretto l’Italia a saltare nei suoi cerchi di fuoco giudiziario. “Uno vale uno”, dicono dalle parti di Grillo. E così anche se ci fosse (e sicuramente c’è), nell’indistinto l’eccellenza muore. Uno vale mille.

La nuova specie d’italiani che tutto vuole cambiare, non si distingue dal resto dei signor qualunque dell’Italia contemporanea, dentro e fuori del Parlamento. Il sottoproletariato di massa è cosa diversa dal popolo inteso in senso classico, non ci sono infatti braccia forti e belle mani callose, ma un’umanità qualsiasi, modernizzata, internettizzata, vittima di un blog totemico, ma che pure per lo più si esprime ancora annaspando nella sua stessa lingua, alla meglio, agitando le mani e infilando un “cioè” dietro l’altro. Ascoltateli, se potete. Mastrangeli, per dire, ha scritto una lettera indirizzata a Grillo, una missiva a suo modo drammatica, accorata, un appello al perdono come le lettere che le vittime del terrore staliniano scrivevano al loro boia. Si conclude così: «Io rimarrò per sempre nel gruppo parlamentare del Movimento cinque stelle di cui faccio orgogliosamente parte! Firmato Mastrangeli Marino». E sembra Totò con Peppino De Filippo che scrivono alla malafemmena, «salutandovi indistintamente i fratelli Caponi (che siamo noi i Fratelli Caponi)». Ora si capisce perché Grillo e Casaleggio hanno scelto Vito Crimi e Roberta Lombardi. A confronto sembrano Lord Brummel e Isidora Duncan.