Il 13 maggio del 1997 moriva Marta Russo

Era stata colpita alla testa da un proiettile il 9 maggio

Marta muore – Il 9 maggio del 1997, Marta Russo ha 22 anni. È una giovane studentessa iscritta al terzo anno della facoltà di Giurisprudenza e quella mattina passeggia lungo i viali dell’Università La Sapienza con l’amica Jolanda Ricci, sua collega e amica. Alle 11 e 35, un colpo sordo nell’aria. Marta si accascia a terra, forse svenuta. Jolanda grida, si dispera, sorregge l’amica e capisce. La ragazza è stata colpita alla testa da un proiettile, che, perforandole il cranio,  ha lasciato un piccolo foro d’entrata sotto l’orecchio. È l’Ansa a dare per prima la notizia del ferimento mortale.

Marta entra in coma pochi istanti dopo essere caduta. Invano tentano di rianimarla. Non si sveglierà mai più. Il proiettile è rimasto nell’encefalo. È inoperabile, diranno i medici. Morirà 5 giorni dopo al Policlinico Umberto I, alle 22 del 13 Maggio.

Un delitto senza senso – Chi può mai aver sparato nei cortili di un’università? Per quale motivo? Voleva colpire o solo sparare? C’è un movente o fu solo una fatalità a provocare la morte della studentessa? Il pubblico ministero cui vengono affidate le prime indagini, Carlo Lasperanza, è il primo a parlare di un «delitto senza senso, apparentemente senza alcun movente». Le difficoltà e la complessità dell’inchiesta appaiono subito agli inquirenti dietro le pieghe di un delitto inspiegabile. Surreale. Marta si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato. Lasperanza raduna un pool di 80 investigatori, reclutati tra i reparti della mobile, della Digos e della polizia scientifica. Da Parma arrivano i Ris. Ancora non sanno di dover scartare più di una dozzina di piste fasulle, tra depistaggi ed errori, prima di arrivare alla verità. O, almeno, alla ricostruzione che più ad essa si avvicina.

La vita di Marta – Gli inquirenti cercano il movente e per prima cosa tentano di ricostruire la vita della giovane ragazza. Nulla di rilevante, a parte la normalità di una vita spezzata all’improvviso.
«Di quel giorno ricordo due cose: la Digos che suonava a casa per dirmi che Marta era in coma. I vestiti che mia sorella indossava quando le hanno sparato erano miei: una camicetta, un paio di jeans e degli occhiali da sole di gran moda. Le piacevano, glieli avevo prestati» (Tiziana Russo, sorella di Marta, al Corriere della Sera).

L’arma non si trova – Dopo tre giorni e centinaia di ispezioni, accertamenti e rilievi, solo il 12 maggio gli investigatori trovano in un magazzino dell’Università, gestito da una ditta incaricata delle pulizie dell’edificio, due proiettili inesplosi. Scoprono che, nascosti tra scatoloni e vecchi armadi inutilizzati, si celano un armamentario amatoriale e un rudimentale poligono di tiro. C’erano P38, silenziatori, munizioni, armi giocattolo e ad aria compressa. Tanta polvere da sparo. Segno che lì si è sparato. Sono 11 i dipendenti della ditta di pulizie che confessarono di utilizzare i magazzini e i sotterranei dell’Università per sparare. Mezzogiorno di fuoco, tra stracci e detersivi. Una volta, disse uno, spararono anche dal bagno riservato agli handicappati. Gli inquirenti vi trovarono tracce di polvere da sparo, ma la pista muore presto: lì vi può essere entrato chiunque e la traiettoria non coincide.

È nell’edificio di Scienze politiche che si deve cercare – I Ris di Parma, con un puntatore laser, ricostruiscono la dinamica e la traiettoria dello sparo. Tutto porta a un davanzale. Il davanzale dell’Aula 6 dell’istituto di Filosofia del Diritto della facoltà di Scienze Politiche.

Chi c’era in quell’aula? – Scatta il primo arresto. Si tratta del Professor Bruno Romano, direttore dell’istituto di filosofia del diritto. Ad accusarlo due personaggi che nel processo a seguire avranno un ruolo chiave: Maria Chiara Lipari, all’epoca assistente di Romano, e Gabriella Alletto, 45 anni, segretaria dell’istituto. Verrà arrestato per favoreggiamento. Sarà prosciolto per non aver commesso il fatto. Al 20 maggio sono 15 gli indagati; quattro giorni dopo, 40, tra docenti, assistenti e amministrativi che lavoravano nell’istituto.

La testimone chiave che accusa e poi ritratta – L’indagine preliminare si avvita intorno alla figura di Gabriella Alletto, segretaria, testimone oculare, che nel processo avrà un ruolo chiave. Afferma che nell’aula 6, quella mattina, c’erano due assistenti universitari, Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro. La teste è sicura: «Scattone aveva una pistola in mano. Ferraro era scostato dalla finestra. Non poteva vedere quello che succedeva sotto». Vengono arrestati entrambi 14 giugno, insieme a Francesco Liparota, usciere dell’Istituto, che prima aveva confermato la tesi dell’Alletto e poi aveva ritrattato. 

Il video – Il 19 luglio del 1997 la televisione trasmette la video registrazione dell’interrogatorio della Alletto in cui giurava di non aver visto nulla.

Il processo – All’inesperto Carlo Lasperanza viene affiancato il procuratore aggiunto Italo Ormanni. In secondo grado, la Corte d’Assise d’Appello di Roma condanna Giovanni Scattone a otto anni di reclusione, per omicidio colposo; Salvatore Ferraro a sei anni per favoreggiamento e porto abusivo d’arma; Francesco Liparota a quattro anni ancora per favoreggiamento. La Cassazione annulla e rinvia. Alla fine i due “professorini”, come vengono ribattezzati dai media dell’epoca, verranno condannati a 5 anni e 4 mesi (Scattone) e a 4 anni e mesi (Ferraro).

I dubbi di un Avvocato – Oreste Flamminii Minuto è l’avvocato di parte civile del padre di Marta, Donato Russo. In un battibecco con il presidente del Tribunale, Plotino, cominciò a svelare i primi segni di una crepa che incrinava la verità processuale, fino a confonderla o manipolarla: «Questa corte – accusò Flamminii Minuto – ha una verità precostituita». «Inaccettabile – ricordò qualche anno dopo – quando prima il presidente aveva dichiarato testualmente: questo processo è sfuggito di mano a tutti, forse non avremo mai la verità». Decisiva fu l’Alletto che denunciò, ritrattò e poi riprese la denuncia. Furono adombrati sospetti sulla genuinità della sua deposizione, raccolta dopo un’ interrogatorio fiume diurno e notturno durato 3 giorni. 

Perché non confessarono? – Ma Flamminii Minuto è lucido nel ricostruire i punti oscuri: «Fu tutto dovuto ad un incidente, uno stupido cazzeggio, come si disse all’epoca. Che Marta Russo pagò con la vita. Loro si giustificarono: fosse stato così, avremmo confessato. Certo, la pena sarebbe stata contenuta. Perchè non confessarono? Si possono fare delle ipotesi: se avessero confessato avrebbero dovuto dire di chi era la pistola, da chi l’avevano ricevuta. Per pura ipotesi si potrebbe supporre che la pistola avesse una provenienza sporca, magari era stata usata per qualche cosa di orrendo, magari da qualcuno importante. Nessuno è riuscito ad accertare la provenienza della pistola… Perchè Liparota era terrorizzato e, terrorizzato, aveva ritratto tutto? Per le minacce che aveva subito lui stesso o per le minacce che avevano subito Scattone e Ferraro? Per pura ipotesi naturalmente ce lo chiediamo… Due poveri ragazzi: dietro c’è qualcosa d’altro?».

Twitter: @enricoferrara1