Il governo Letta ha già dimenticato la questione gay

Anche la tv tace. A parte poche eccezioni, non ci sono persone emancipate

«Vorrei che questo governo inaugurasse una fase nuova nella vita della Repubblica». Con queste parole Enrico Letta ha chiesto la fiducia alla Camera. Il primo ministro è il naturale prolungamento della politica basata sulle percentuali. Letta ha proposto, malgrado i buoni propositi, una soluzione per il 90% della popolazione. Al restante 10%, composto statisticamente da persone non eteroaffettive, non resta che aspettare la prossima campagna elettorale. In Italia solo prima e dopo un governo si può provare a vivere in un presente globale sempre più inclusivo. Solo ad aprile tre Paesi (Francia, Nuova Zelanda e Uruguay) hanno aperto il matrimonio alle persone omoafettive. In altrettante nazioni (Cile, Irlanda e Slovenia) è stato avviato un dibattito che dovrebbe dare l’emancipazione a gay e lesbiche entro la fine del 2014.

Il passato proposto da Letta è condiviso dalla politica che rivendica un progetto per tutti quando non è responsabile dell’attuale realtà restrittiva. Ivan Scalfarotto, vicepresidente del Pd, ha preferito non porre al collega di partito i problemi con i quali si confronta a causa del suo orientamento sessuale. Il live twitting di Scalfarotto sull’esordio di Letta non ha previsto un contraddittorio sviluppato poi da altri. Cristiana Alicata, sul suo blog, sostiene che i diritti civili non sono pervenuti. 

«È accaduto di nuovo – scrive l’ex esponente del Partito democratico – . Il governo con il 30% di donne, e il più giovane (anagraficamente parlando), non ha menzionato nei suoi intenti gay e lesbiche italiane. Siamo tornati di nuovo anni luce indietro malgrado la recente campagna elettorale che prevedeva, per il Pd e il M5s, una presa di coscienza seria sulle coppie dello stesso sesso».

La politica, però, non è l’unica personalità che permette uno sconto sociale al primo ministro. Anche la tv, protesi del Parlamento, tace. Il silenzio è un simbolo. Il piccolo schermo non prevede, per il momento, persone emancipate. All’estero esiste il corrispettivo gay di Lilli Gruber, si chiama Anderson Cooper. Il giornalista, prima di avere un programma tutto suo, ha condotto per quattro anni 60 Minutes, un approfondimento simile al Report di Milena Gabanelli.

«Prendere posizione – sostiene Cooper – è un valore. Amo e sono amato». Una certa credibilità, in Italia, è stata tradotta con la comicità. Gay, per la tv tricolore, è la giacca rosa shocking di Fabio Canino (vista nel promo di #aggratis, il nuovo programma che conduce su Rai2) o la scorrettezza di Costantino Della Gherardesca (promosso a Pechino Express dove prenderà il posto di Emanuele Filiberto di Savoia).

A entrambi gli intrattenitori la televisione chiede di elargire camp e concetti all’individuo. Questa confusione sulla presunta causa GLBT impedisce ai creativi di lavorare sui contenitori innovativi. Il 29 aprile, su Itv (il canale inglese che è stato la prima culla di X Factor), ha debuttato Vicious. Secondo il Guardian, la sit-com è destinata a diventare la prima serie gay mainstream del Regno Unito. Vicious, scritta da Gary Janetti, sceneggiatore di Will & Grace, racconta, tra una risata e l’altra, le vite di Freddie (Ian McKellen) e Stuart (Derek Jacobi), due gay anziani a cui la storia ha regalato una stagione in più, negata alle generazioni precedenti. Loro possono lasciare questa Terra da gay. In Italia, invece, moriremo democristiani.  

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