Il tetto del deficit è vicino, e se sfora l’Italia paga

La lunga lotta per uscire dalla procedura d’infrazione

L’Italia sta combattendo contro se stessa. L’obiettivo è uno: mantenere il deficit al 3% del Pil nell’anno in corso. Secondo le ultime previsioni della Commissione europea, pubblicate oggi, l’Italia arriverà al 2,9% nel 2013. Se così fosse si potrebbe chiudere la procedura d’infrazione per deficit eccessivo aperta nei mesi scorsi. Ma la strada è in salita. Complici gli esborsi finanziari per lo European stability mechanism (Esm) e del mancato riversamento di risorse finanziarie degli enti soggetti alla tesoreria unica, quella che sembrava una formalità potrebbe essere più difficile del previsto.

Le rassicurazioni di Fabrizio Saccomanni, nuovo ministro dell’Economia, sono state nette. L’ex direttore generale della Banca d’Italia si è detto fiducioso che l’Italia possa uscire dalla procedura d’infrazione nei prossimi mesi. «Siamo nella fase di conclusione della procedura che si sta per chiudere in senso positivo per l’Italia e che è a nostra portata, entro la prima metà di giugno», ha spiegato. Nello specifico, Saccomanni ha detto che «entro la fine maggio dovrebbe esserci la proposta formale da parte della Commissione che andrà ratificata dall’Ecofin di giugno e benedetta dal Consiglio europeo».

Con l’uscita dell’Italia dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo potranno essere sbloccati nuovi investimenti per circa 12 miliardi di euro. È per questo che Saccomanni ha ribadito ieri che è vitale per l’economia del Paese uscire quanto prima da questa situazione. Parlando durante la conferenza stampa dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), il ministro delle Finanze ha cercato di tranquillizzare gli investitori. Eppure il monito dell’Ocse è stato netto. Nel 2013 il deficit sarà al 3,3% del Pil, secondo l’organizzazione guidata da Angel Gurria. Se confermate queste previsioni, l’Italia dovrà dimenticare l’uscita dalla procedura d’infrazione. Pesante la replica di Saccomanni: «Le stime Ocse non hanno molta rilevanza, contano quelle della Commissione europea». E oggi la Commissione Ue ha calcolato che l’Italia registrerà un deficit del 2,9% a fine 2013. Sotto la soglia massima, seppure di poco. Forse troppo poco per poter dormire sonni tranquilli.

Una delle ragioni per cui l’Italia potrebbe sforare i parametri del Fiscal compact è data dallo Esm. Il fondo salva-Stati con una potenza di fuoco di 500 miliardi di euro ha bisogno di soldi per essere attivo. Nello specifico, di 80 miliardi di euro, la quota di capitale pagato a fronte di capitale sottoscritto per 700 miliardi. L’Italia ha versato in aprile, come spiegato dal Tesoro, 2,80 miliardi di euro. A questi faranno seguito altri 2,80 miliardi di euro nella seconda parte dell’anno. La ragione di questo esborso finanziario è da ricercare nella quota di partecipazione dell’Italia nello Esm, che secondo l’ultima presentazione per gli investitori di due giorni fa risulta essere del 17,9137%, per un totale di capitale richiamabile di 125,39 miliardi di euro e 14,29 miliardi di capitale versato. Dopo la tranche di aprile e quella del prossimo autunno, ci sarà l’ultima. Prevista per la prima parte del 2014, potrà essere fondamentale nella definizione della prossima legge finanziaria, la prima del governo guidato da Enrico Letta. Come ha fatto notare HSBC «il deficit italiano supererà facilmente il 3% del Pil nel 2013 a causa delle incombenze in ambito europeo, come lo Esm». Ma non c’è solo il meccanismo salva-Stati a mettere in discussione le stime di finanza pubblica diramate del governo italiano.

C’è poi l’Imu. La tassa più impopolare degli ultimi anni sarà probabilmente sospesa a giugno, come ha specificato Enrico Letta durante i primi giorni del suo mandato. Eppure, questa operazione costerà all’Italia circa 2 miliardi di euro, secondo le prime stime governative non ufficiali. Cancellare l’Imu in toto non si può, fanno sapere fonti del ministero dell’Economia, dato che mancherebbero all’appello circa 8 miliardi di euro. Senza un’adeguata copertura finanziaria, ovvero altri tagli alla spesa pubblica, sarà quasi impossibile mantenere questa promessa.

Di contro, non dovrebbe influenzare l’andamento del deficit italiano il pagamento dei debiti arretrati della Pubblica amministrazione per 2013 e 2014. Lo ha ripetuto il Tesoro sia durante il governo Monti sia durante i primi giorni dell’esecutivo di Letta. La conferma arriva anche dalla Commissione europea, che non vede nello sblocco dei pagamenti arretrati una voce capace di impattare sui conti pubblici italiani. Eppure, i 40 miliardi di euro che saranno versati alle imprese nell’arco dei prossimi 12 mesi dovranno in qualche modo essere contabilizzati. E secondo l’opinione di Deutsche Bank questo esborso avrà un peso significativo sul deficit italiano sia nell’anno in corso sia nel prossimo.

L’elemento positivo può essere dato dalla riduzione del costo di rifinanziamento dell’Italia. Sul mercato obbligazionario l’effetto della Bce si sta facendo sentire. Dallo scorso luglio a oggi i rendimenti dei titoli di Stato italiani, su qualunque maturity, sono calati in modo significativo. Il risultato è che l’Italia ha potuto risparmiare diversi miliardi di euro rispetto alle previsioni dello scorso anno. Secondo l’ultimo aggiornamento del Documento di economia e finanza (Def) l’Italia spenderà 83,9 miliardi di euro nel 2013 in interessi passivi sul debito pubblico. Assai meno rispetto alle stime precedenti, che vedevano una spesa di 89,2 miliardi di euro. Leggermente maggiore, ma pur sempre sotto le prime stime, la spesa per interessi nel prossimo anno: 90,3 miliardi di euro.

Il commissario agli Affari economici e monetari Olli Rehn si dice tranquillo. Durante la presentazione delle previsioni macroeconomiche di primavera a cura della Commissione Ue, Rehn ha detto che l’Italia non avrà problemi di sforamento del deficit per l’anno in corso. «Sono fiducioso che il prossimo governo continuerà il consolidamento fiscale iniziato», ha spiegato. Rehn però è sembrato molto più cauto rispetto a Saccomanni. Non è infatti un caso che abbia subordinato a «una approfondita verifica» dei conti pubblici la decisione di abrogazione della procedura per deficit eccessivo aperta nei confronti dell’Italia. Il percorso è appena iniziato.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

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