Italia, il naufragio del Paese che cambia sempre rotta

Luca Telese da oggi su Linkiesta

In Italia abbiamo dei leader, talvolta, ma sono sempre più in crisi i comandanti. Mettere insieme tre eventi incommensurabili come la catastrofe del porto di Genova, la condanna di Silvio Berlusconi e il voto improvviso del Partito democratico su Nitto Palma è un esercizio difficile, ma voglio provare a misurarmici, perché c’è un filo conduttore che salta all’occhio nelle tre più importanti notizie di ieri: il testa-coda, lo stravolgimento della rotta, l’azzeramento delle coordinate che sono il presupposto della navigazione. La nave che deve uscire dal porto di poppa e che invece esce di prua o viceversa, è simile al partito che prima sottoscrive l’accordo, poi si imbizzarrisce e lo nega, e infine lo ratifica di nuovo, anche se con il trucco protettivo del voto bianco. È come il Cavaliere che dopo aver scatenato i suoi avvocati-corsari per cannoneggiare contro i magistrati, adesso si affida al principe del foro Franco Coppi per accettare il processo che aveva sempre negato e provare a vincerlo, accettandolo. Il capitano, se condannato, diventa anti-Stato e perde la possibilità di fare politica. 

Viviamo nel tempo e nel Paese in cui i leader non riescono a diventare fino in fondo capitani: nel tempo delle rotte che saltano e si ribaltano, in quello dei transatlantici che affondano facendo l’inchino sullo scoglio, come la Costa Concordia. E non a caso nella lingua inglese la parola leadership contiene l’idea della nave, il leader è solo colui che è in grado di guidare la ship, ovvero la barca. La barca è il fondamento della sovranità, il simbolo dello stato. Invece il Pd, al Senato, sembra una barca senza capitano che ogni giorno imbocca una rotta opposta a quella del giorno precedente. E persino il presidente della repubblica Napolitano – il capitano dei capitani – ha accettato il secondo incarico dopo aver ripetuto per mesi che non avrebbe mai accettato una riconferma: ha cambiato bruscamente rotta da una direzione al suo contrario, dopo gli affondamenti tragici di Marini e di Prodi. Ha fatto testa-coda anche il capitano Bersani, che in queste ore qualcuno voleva precipitosamente richiamare sul ponte di comando del Pd dopo aver applaudito solo pochi giorni prima le sue dimissioni. E dire che Bersani era affondato dopo aver fatto testa-coda pure lui: per i due mesi prima del voto, e per i due mesi successivi, aveva ripetuto che c’erano solo due rotte possibili: governo del cambiamento o elezioni. Ha fatto esattamente il contrario, ha portato il suo partito nel porto avvelenato delle larghe intese.

Adesso nel caos della nave senza guida qualcuno vorrebbe persino richiamare al comando Fassino, che però è il sindaco di Torino, ed avrebbe un’altra barca da condurre. Era uno scontro tra leader che non sembravano più capitani persino il famoso dialogo tra Schettino e De Falco, «Vada a bordo cazzo!». Esattamente 35 anni fa si celebrava il martirio di Aldo Moro che, sequestrato dai brigatisti, sceglieva di diventare uomo ma smetteva di essere capo, feroce con i suoi ammiragli democristiani. Un capitano non potrebbe mai dire: «Il mio sangue ricadrà su di voi». Lui lo scrisse. Il capitano dello Stato all’epoca era un anti-capitano per eccellenza come Giulio Andreotti, il leader era un anticristo come Belzebù, che oggi consideriamo statista. Gli unici capitani indiscussi – in Italia – sembrano quelli della mafia. Per quarant’anni latitanti come Matteo Messina Denaro, sembrano potenti e carismatici, solo perché sono invisibili. Quando poi li catturano, questi capimafia, con le loro barbe lunghe, i loro pizzini e le loro stufette miserabili, perdono subito ogni aura. Siamo il Paese del mare ma non abbiamo i porti, perché per costruire le infrastrutture servono le grandi capacità di progetto, servono gli statisti o gli ammiragli, o magari tutti e due. Forse non abbiamo capitani, in Italia perché manca la barca, cioè il senso dello Stato. Manca proprio lo Stato, e il capitano che a Genova demolisce la torre di controllo è la metafora più bella di tutte le autorità di garanzia che saltano distruggendosi tra di loro. Non a caso siamo il Paese del particolare, dei Comuni, delle piccole grandi bande. I due capitani del pop italiano sono quello che affonda di De Gregori e quello pirata di Bennato. I due ultimi capitani del calcio, Di Natale e Totti, sono antichi. L’Italia ha inventato l’impero e il papato, le grandi istituzioni sovranazionali. Ma forse non abbiamo capitani proprio perché ci manca una nazione. La nave va, diceva Fellini. Adesso nel mare tempestoso dell’Europa, nemmeno quello.

Twitter: @lucatelese

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