Ius soli, il dibattito deprimente sui “nuovi italiani”

Impariamo dagli errori (altrui) del passato: il precedente dell’Irlanda

Per quanto possa risultare inaudito all’orecchio di molti politici nostrani, l’Italia non è il primo Paese che affronta la questione dello ius soli e della cittadinanza. Già altri hanno dovuto trovare soluzione ai problemi sollevati, ad esempio, dal presidente del Senato Pietro Grasso, quando pochi giorni fa metteva in guardia contro «il rischio di vedere una gran quantità di donne venire in Italia a partorire solo per dare la cittadinanza ai propri figli». Molti degli altri Stati europei hanno trovato un punto di equilibrio già una decina di anni fa.

Nel 1999 la Germania adottò una nuova legge che introduceva lo ius soli, dando la cittadinanza per nascita a qualsiasi bambino venuto alla luce in territorio tedesco da un genitore che avesse otto anni di residenza legale. Negli anni successivi anche Belgio, Lussemburgo, Svezia, Finlandia e Portogallo modificarono le proprie leggi sulla cittadinanza compenetrandole con lo ius soli. Particolare attenzione merita il caso dell’Irlanda. Partendo da un ordinamento di ius soli puro, l’isola britannica ha compiuto il percorso inverso rispetto agli altri Stati, temperando cioè con requisiti “di sangue” o di residenza quello puramente territoriale.

Fino al 2005 chiunque nasceva sul territorio irlandese diventava automaticamente cittadino dell’Eire. La legge sulla cittadinanza irlandese aveva radici storiche e sociali, risentendo da un lato dall’influenza del modello inglese, dall’altro dall’esigenza di non porre ostacoli al rientro degli emigrati che avessero nel frattempo acquisito una cittadinanza straniera. Con l’ingresso nell’Unione europea e il conseguente boom economico, l’Irlanda cominciò a diventare meta di immigrazione e nei primi anni del 2000 si posero i primi problemi evidenti.

Grazie al criterio dello ius soli puro, i figli di immigrati – anche irregolari – nati sul suolo irlandese ottenevano, come detto, la cittadinanza. In base poi alle norme europee sul “ricongiungimento familiare” veniva garantito il diritto di soggiorno a tempo indeterminato negli Stati europei per i genitori di un cittadino dell’Unione. La sentenza della Corte di giustizia della Ue (sul caso Chen nel 2004) che sanciva tale diritto suscitò molto scalpore. Diversi Stati membri – e vasti settori dell’opinione pubblica nazionale – espressero la preoccupazione che Dublino diventasse la porta di ingresso in Europa per un flusso incontrollato di immigrati.

Nel 2004 fu allora indetto un referendum per modificare la Costituzione e introdurre dei criteri aggiuntivi allo ius soli. In particolare venne stabilito che non basta nascere sul territorio irlandese, ma almeno uno dei genitori deve essere cittadino irlandese, oppure avere i requisiti per diventarlo o ancora aver risieduto legalmente in Irlanda almeno per 3 anni nel corso dei 4 anni antecedenti alla nascita del figlio. Dal primo gennaio 2005 la legge, promossa con un 79% di voti favorevoli, è in vigore.

Tornando all’Italia si vede come molte delle posizioni espresse negli ultimi giorni siano pretestuose. Impuntarsi sulla questione di principio, per cui «l’Italia non adotterà mai il criterio dello ius soli», come dichiarato da diversi esponenti del centrodestra, non tiene conto della realtà europea. Sarebbe quasi impossibile per l’Italia, visto anche il precedente irlandese, adottare un criterio di ius soli senza correttivi. Specularmente le critiche piovute da sinistra addosso a Pietro Grasso per le sue affermazioni sopra ricordate sono ingiustificate. Come chiarito dal ministro per l’Integrazione Cecile Kyenge, «non ho mai auspicato uno ius soli puro, applicato solo negli Usa. Il nostro continente va verso uno ius soli temperato».

Da ultimo Beppe Grillo dal suo blog ha espresso dubbi e critiche alla proposta di modificare la legge sulla cittadinanza. «In Europa non è presente, se non con alcune eccezioni estremamente regolamentate, lo ius soli. Dalle dichiarazioni della sinistra che la trionferà (ma sempre a spese degli italiani) non è chiaro quali siano le condizioni che permetterebbero a chi nasce in Italia di diventare ipso facto cittadino italiano», scrive Grillo. L’ex comico auspica, se una modifica ci deve essere, che questa avvenga tramite un referendum «nel quale si spiegano gli effetti di uno ius soli dalla nascita». Il precedente irlandese potrebbe confortare circa la saggezza degli elettori, ma se in Italia il dibattito pubblico dovesse seguire il canovaccio visto in questi giorni, il rischio sarebbe quello di riversare nell’urna due opposte demagogie.

Twitter: @TommasoCanetta

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