La Roma di Alemanno, capitale dello spreco per legge

Per ogni euro di tasse versate, i romani ne hanno 14 di debiti

A Gianni Alemanno il coraggio non manca. Il colpo di coda nella strategia elettorale del sindaco uscente si basa su due gambe: passare per il gran risanatore dei conti pubblici, come emerge dal libro “Cittadino di Roma”, fresco di stampa, e abbandonare Equitalia, dal primo luglio prossimo. L’ex ministro dell’Agricoltura, nell’arco del suo mandato, rivendica il taglio di 2mila dipendenti, con un risparmio  di 40 milioni di euro, l’abbassamento delle spese di rappresentanza da 7,2 milioni a 500mila euro, di quelle per le consulenze – da 1,6 milioni a 150mila euro – e delle missioni a 230mila euro, rispetto ai 1,1 milioni del 2008. Il tutto certificato dalla Corte dei Conti.

Eppure, nonostante l’impegno profuso, il sindaco uscente lascia buchi per strada e in bilancio. Curiosamente, per quanto il suo partito, il Pdl, si ostini a chiederne l’abolizione, l’odiata Imu di Mario Monti – che il Comune ha leggermente innalzato rispetto al livello base (da 0,4% a 0,5% per le abitazioni principali e dallo 0,76% all’1,06% per tutti gli altri immobili) – ha rimpinguato le casse per circa 1,5 miliardi, stando alla Relazione di fine mandato presentata lo scorso febbraio. Andando a mitigare gli 1,2 miliardi di minori trasferimenti derivanti dal combinato disposto della spending review della scorsa estate e delle ultime finanziarie (per dettagli clicca qui e vai a pag 36).

Anche l’addio a Equitalia, al di là degli slogan, non è un’operazione banale. Le entrate tributarie previste per il 2012 e 2013 ammontano a 1,2 miliardi di euro. Cifra corrispondente alle uscite per pagare i 26mila dipendenti pubblici della città. Se si riesce a riscuoterle: i residui attivi (tasse non ancora riscosse, ndr) riaccertati nel 2012 sono stati 756 milioni di euro, con un tasso di recupero del 51 per cento. Percentuale che scende al 29% per le entrate da trasferimenti pubblici – leggi Regione Lazio – ed extratributari, cioè «la posta creditoria di 907,6 ml. di euro che rappresenta la quota ancora da riscuotere, a chiusura 2012, del credito della gestione ordinaria nei confronti di quella commissariale».

Il bilancio della Capitale è uno e trino. C’è per l’appunto la gestione commissariale, affidata al potente manager tremontiano Massimo Varazzani, c’è la gestione corrente e la pletora delle partecipate, che non vengono consolidate. Tutte e tre sono in profondo rosso. I debiti della prima sono 12,3 miliardi di euro, a servizio della quale sono andati trasferimenti statali, dal 2009 a oggi, per 1,5 miliardi di euro. Il buco relativo al 2012 è sconosciuto, in quanto la ricognizione delle passività è ancora in corso. Il bilancio 2011 è stato approvato soltanto lo scorso novembre, in estremo ritardo rispetto alla scadenza di giugno e soltanto dopo la diffida del prefetto Giuseppe Pecoraro, che ha minacciato il commissariamento in caso di superamento del termine ultimo, fissato al 25 novembre.

Per capire le dimensioni della voragine delle municipalizzate basta un dato: per il 2012 (dato non consuntivo, ndr) al settore viabilità e trasporti sono andati 1,4 – quasi quanto il gettito l’Imu – dei 2,3 miliardi di stanziamenti complessivi, ovvero il 61 per cento. L’Atac, che gestisce il trasporto locale, è sull’orlo della bancarotta dopo che l’Antitrust ha bocciato l’affidamento in house assegnatole dal Comune fino al 2019. Il debito al dicembre 2011, ultimo bilancio disponibile, è di 1,5 miliardi, la perdita d’esercizio 180 milioni (ma in miglioramento del 44% sul 2010). L’Ama, che raccoglie i rifiuti, ha invece chiuso il 2012 con 2 milioni di utili. Anche grazie all’incremento del contratto di servizio del 28% in tre anni: stando all’ultimo bilancio depositato in Camera di commercio, a dicembre 2011 l’esposizione verso Roma Capitale era di mezzo miliardo di euro. Nel corso dell’amministrazione Alemanno sono però aumentati anche i costi del personale – del 40% in tre anni – e i debiti, 1,3 miliardi, di cui 663 milioni nei confronti degli istituti di credito.

Infine, la mancata vendita del 21% dell’ex municipalizzata Acea. Un progetto destinato a rimanere nel cassetto. Ignazio Marino, che i sondaggi danno in leggero vantaggio nonostante lo scarso appoggio dell’apparato del Pd, è per l’acqua pubblica così come l’outsider grillino Marcello De Vito. Il problema è che i circa 200 milioni derivanti dalla vendita erano già stati iscritti al Titolo VI delle entrate. Problema risolto con dismissioni immobiliari di pari ammontare, un percorso che spetterà al nuovo primo cittadino intraprendere. C’è di più: il Dl Liberalizzazioni impone al Campidoglio di scendere sotto il 40% della società entro giugno, scadenza impossibile da rispettare poiché i tempi tecnici per riaprire il dossier sono troppo stretti. La multiutility, che di recente ha rinnovato i vertici, ha distribuito un dividendo di 30 centesimi per azione, 32,6 milioni di ossigeno per le casse comunali. Per la cronaca, nel bilancio pluriennale sono 52 i milioni complessivi che il Comune prevede di incassare sotto forma di dividendi dalle partecipate. Come le altre controllate, anche Acea ha un debito ingente. Salito al primo trimestre di quest’anno a 2,4 miliardi, di cui una sessantina per trasferimenti da parte di Roma Capitale. A preoccupante è il calo della liquidità disponibile, pari a soli 181 milioni (-57% su marzo 2012).

Volendo semplificare, per ogni euro di tasse pagate dai romani ci sono tre euro e mezzo di debiti che gravano sulle loro spalle. Ciò escludendo la gestione commissariale, perché includendola la cifra si alza a 14 euro. Tutti gli sfidanti hanno la ricetta vincente per risolvere la voragine delle municipalizzate. Ignazio Marino propone di riunirle sotto l’ombrello di una holding. Facile a dirsi, impossibile a farsi. Meglio comunque dirlo sottovoce: tagliare i dipendenti pubblici di Roma significa rinunciare a un esercito di potenziali voti. Sul tema, De Vito ha detto a Linkiesta: «Bisogna andare a guardare dove sono stati perpetrati gli sprechi e tagliare, dunque rivedere anche i contratti dei dirigenti e dei cda. La nostra missione è quella di portare trasparenza totale in società che hanno ospitato assunzioni facili: mille in Atac e altrettante in Ama». Nel confronto televisivo a Piazza Pulita (clicca qui e vai al minuto 1.18.31), Alfio Marchini ha invece sottolineato che «l’Ama ha un assenteismo del 14% se noi lo parametriamo al costo del lavoro abbiamo un danno per 50 milioni di euro». Per Marchini, soltanto riducendo lo scialo della municipalizzata si possono recuperare 200 milioni di euro l’anno.

Si vedrà. Intanto Alemanno, a fine aprile, ha incassato il via libera del Consiglio dei ministri al terzo decreto sull’ordinamento di Roma Capitale, chiudendo un percorso iniziato con il decreto legislativo 156 del 2010. Provvedimento che semplifica l’iter per finanziare il trasporto pubblico locale e fronteggiare l’emergenza traffico, ampliando i poteri del primo cittadino. Oltre alla leva dell’addizionale di un euro sui diritti d’imbarco dei passeggeri per finanziare gli investimenti, il decreto prevede l’esclusione dai vincoli del patto di stabilità delle «risorse trasferite dal bilancio dello Stato e le spese, nei limiti delle predette risorse, relative alle funzioni amministrative conferite a Roma capitale». Escludendole quindi dal computo del deficit. Già oggi i conti di Roma fanno storia a sé: gli obiettivi di finanza pubblica cittadina sono infatti negoziati direttamente con il ministro dell’Economia. E nel novero delle funzioni amministrative (art. 24 della legge 42 del 5 maggio 2009) rientra non solo la valorizzazione dei beni artistici e lo sviluppo del turismo, ma anche l’edilizia, e ovviamente il trasporto pubblico e la mobilità. Una boccata d’ossigeno per il prossimo sindaco, un peso ulteriore per le tasche dei cittadini del resto d’Italia.

Twitter: @antoniovanuzzo

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