La tv di Zoro con Gazebo, “fra satira e giornalismo”

Intervista a Diego Bianchi

Diego “Zoro” Bianchi conduce una delle novità televisive più interessanti del 2013, Gazebo. La trasmissione di Rai Tre, in terza serata la domenica alle 23 e 40, è un ibrido unico nel suo genere, con il videoblogger romano – definizione a questo punto un po’ limitante – impegnato a commentare le proprie riprese video settimanali, legate all’attualità politica, di fronte al pubblico e con il contributo tra gli altri del giornalista Marco Damilano. Di contorno, le vignette e le strisce di Makkox e il commento sonoro di Roberto Angelini. Una miscela di videocronaca, commento politico e satira di costume che ha un radicatissimo seguito sui social network (c’è anche una popolarissima top ten che si diverte a vivisezionare impietosa i tweet dei politici), che parla in prima battuta al cosiddetto “popolo della sinistra” ma non ha preclusioni né abbraccia schemi precostituiti e che, soprattutto, sembra rappresentare una ventata di freschezza nell’attuale panorama televisivo, appiattito su più tradizionali talk show politici e talent.

Gazebo nasce come naturale evoluzione delle tue esperienze precedenti, prima in Rete con Tolleranza Zoro e poi in televisione…
Il mio passaggio da un mezzo all’altro è avvenuto quando ho incontrato Serena Dandini e gli autori di Parla con me, sono stati loro a traghettarmi in tv. Ho preso parte ad alcune edizioni della trasmissione, e a The Show Must Go Off su La7 dopo che eravamo andati via da Rai Tre per vicende che poco avevano a che fare con il merito e molto con scelte diciamo più politiche. Concluse quelle esperienze il direttore di Rai Tre, Di Bella, mi aveva proposto di fare qualcosa. Poi la cosa si è concretizzata con l’arrivo del suo successore, Vianello: con lui c’è da anni una stima reciproca, ci siamo incontrati al Premio Ilaria Alpi al quale ero stato invitato ed era contento che la prima trasmissione della sua gestione fosse la mia. Né lui né Di Bella sapevano comunque quello che avremmo fatto e pure noi, all’inizio, non ne sapevamo molto di più.

Questo smentisce l’idea di una tv che ancora mantiene dei pregiudizi nei confronti dei cosiddetti nuovi linguaggi.
Devo dire che ormai non so più bene che cosa si intenda per nuovi linguaggi, e comunque nel provare a utilizzarli non mi pare che ci sia più quella chiusura che magari esisteva fino a poco tempo fa. Usare Twitter, Facebook, YouTube non è più una novità, a vario titolo lo fanno ormai un po’ tutti. Ovvio, bisogna poi vedere quanto ci si crede, quanto lo si fa perché lo si deve fare, quanto si è radicati effettivamente nella Rete, quanto si vive realmente all’interno di determinati meccanismi e si riesce quindi a usarli al meglio. Noi ci scherziamo pure un po’ su. Ad esempio gli hashtag che compaiono in diretta in sovraimpressione sono un’idea presa da X Factor, e in quel caso non aggiungevano granché a quanto accadeva sullo schermo. Noi invece, mettiamola così, abbiamo la pretesa di far sì che ogni singolo aspetto, anche il cazzeggio tra amici, sia alla fine parte integrante del contenuto proposto. Poi ovviamente alcune cose possono piacere e altre meno, ma l’idea è che ogni singola parte dia senso al tutto. Cerchiamo di dare vita al singolo tweet o al singolo hashtag, mentre spesso negli altri programmi non se ne fa un uso molto diverso, lo dico da spettatore, da quello degli sms che scorrono sovraimpressi.

Gazebo è un prodotto ibrido, non ci sono confini netti tra la cronaca, il commento di costume, non prevede una unica chiave di lettura…
Diciamo che le vicende di queste settimane sono state e continuano a essere caotiche, e a loro modo storiche. Prima le elezioni, poi l’elezione di un Papa e le dimissioni di un altro Papa, l’elezione del Presidente della Repubblica, l’assenza di governo e ora questo strano governo, la sparatoria durante il giuramento dei ministri… Sono eventi clamorosi, che è raro capitino tutte insieme, nello spazio di così poco tempo, e quindi hanno preso il sopravvento. Cerchiamo anche di allargare il campo d’azione ad altro, ad esempio la musica, ed è una cosa che potremmo fare senz’altro di più. Diciamo però che l’attualità ci ha un po’ tenuti per le briglie, e forse è pure meglio così, se no magari tracimavamo e la facevamo fuori della tazza.

Riuscivate a immaginare, a marzo quando avete iniziato, che avreste avuto così tanto lavoro?
Con il girato raccolto nelle ultime due settimane c’era materiale per dieci puntate, basta pensare alle vicende legate all’elezione del Presidente e alla autodevastazione del Pd, il tutto è avvenuto in tre giorni netti. Dal nostro punto di vista è stata pure un po’ una fortuna, è raro che ci siano dei fine settimana così densi di avvenimenti, si arrivava a documentare anche il sabato e la domenica e così il racconto della settimana era completo.

In un momento in cui si continua a parlare di antipolitica, in riferimento al Movimento Cinque Stelle ma non solo, l’attenzione intorno alla politica, paradossalmente, non sembra essere affatto diminuita. Gazebo ne è la dimostrazione, non credi?
Non credo che la gente non si interessi di politica, forse non vota ma questo non significa che non sia più interessata, magari s’è interessata troppo e alla fine ha deciso di non votare. Il Movimento Cinque Stelle è stato definito antipolitico un po’ a ragione ma parecchio anche a torto, di proposte più o meno condivisibili in campagna elettorale ne ha fatte, ha preso un sacco di voti ed è presente con forze sufficienti per fare molto più di quanto non abbia fatto finora, e mi riferisco in particolare ai primi momenti delle trattative con il Pd, quando quanto da una parte tanto dall’altra si sarebbe potuto fare di più. I Cinque stelle sono una novità assoluta, vanno raccontati come si racconta qualsiasi altra forza politica, con rispetto ma senza risparmiare nulla, trattando Grillo come si trattano gli altri leader politici. Occorre capire questo nuovo fenomeno, come funziona, da chi è fatto, chi lo segue, perché poi di fatto anch’esso si trova a tutti gli effetti all’interno della “scatola di tonno”. Va trattato e analizzato come le altre forze, e credo siano loro stessi a volerlo.

C’è chi è tentato dal considerarvi satira, ma la vostra è una formula molto particolare, che parte dalla cronaca e approda altrove. È vero, si ride spesso, ma poi capita il momento surreale e un po’ inquietante in cui vi ritrovate a documentare il giuramento dei ministri mentre arrivano le prime notizie sulla sparatoria a Montecitorio.
È difficile tenere il giusto registro per tutta la puntata. Era appena accaduto e siamo rimasti sulla cronaca stretta senza partire con analisi dell’evento che hanno poi fatto altri e che non avrebbero tardato ad arrivare. Anche la fredda cronaca è stata comunque molto pesante, molto toccante emotivamente e coinvolgente da vivere. Per qualche minuto c’è stata massima allerta anche al Quirinale, si riprendeva giusto per fare qualcosa ma sostanzialmente tutti si chiedevano che cosa stesse succedendo. Siamo riusciti, credo, a rendere quel senso di stordimento collettivo, anche se la situazione era tutto sommato tranquilla, si è visto subito che si trattava di un gesto isolato. Per quanto riguarda il discorso della satira, non sarò certo io a dirti se è una trasmissione di satira o è una trasmissione di giornalismo. Mi fa sempre molta impressione la gente che dice “io faccio satira”, perché si tratta di qualcosa di molto soggettivo, se uno la percepisce come tale mi va bene ma non è che lo si debba annunciare in anticipo, perché poi si rischia di aprire un lungo dibattito sulla natura stessa della satira. Per qualcuno lo è, per qualcuno è giornalismo, per qualcuno né l’uno né l’altro, per altri è una roba leggera e banale, ma va bene così. Noi sappiamo raccontare le cose in questo modo.

Come stanno andando gli ascolti?
Personalmente non avevo alcuna aspettativa particolare, anche perché ne capisco poco. So che comunque sono tutti contenti, i risultati sono buoni, anche in rapporto alla concorrenza che è notevole, con noi ci sono Le Iene e lo Speciale Tg1. Sembra che si sia guadagnato uno zoccolo duro se non consistente quantomeno in crescita. A volte si fa il 7% di share, a volte l’8%, ma mediamente va bene, chi ci capisce è contento e tendo a crederci, perché se così non fosse credo che me ne sarei accorto.

So che venerdì sei stato in Piemonte, a Dogliani, per il Festival della tv e dei nuovi media, a seguire l’incontro con Renzi. Com’è andata?
Ho assistito all’incontro con Renzi, intervistato da Giovanni Minoli, e poi la sera a Torino sono stato alla riunione della segreteria provinciale del Pd, una riunione molto contestata e anche parecchio litigiosa. Renzi è un buon intrattenitore, lo segui volentieri anche se magari ti sta antipatico. Forse quella di ieri non è stata la sua performance più convincente, a mio modesto parere è stato molto più convincente Minoli, magari perché l’attuale situazione lo congela un pochino. Diciamo che Letta sta recitando in maniera silenziosa il ruolo che Renzi avrebbe voluto recitare in maniera più clamorosa. Il presidente del consiglio è a tutti gli effetti giovane, per quanto più vecchio di Renzi, lo è per l’anagrafe della nostra politica, e ha fatto un governo di giovani, a prescindere da ciò che si pensa dei singoli ministri. Soprattutto le domande su Letta l’hanno messo in difficoltà. È stato meno aggressivo del solito ma perché non aveva motivo di esserlo, mentre sugli errori di Bersani è stato spietato come era giusto essere, obbiettivamente secondo me.

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