L’arma di Letta in Europa? Agitare lo spettro di Grillo

Soddisfatto per il tour europeo, Letta prepara le prossime mosse

A Palazzo Chigi sono soddisfatti delle 36 ore di Enrico Letta neopremier in giro per l’Europa. Il presidente del Consiglio, in effetti, soprattutto a Parigi e a Bruxelles, ha avuto un’accoglienza calorosa. Lo stesso Letta, atterrato a Roma, ha sottolineato di aver «trovato un terreno ben arato e ho colto quanto sia importante il ruolo 
dell’Italia e quanto noi vogliamo giocarlo». Complice, naturalmente, il sollievo per vedere finalmente un governo a Roma. «La stabilità politica è tornata in Italia, dal nuovo Parlamento, alla rielezione del presidente della Repubblica, al governo sostenuto da un’ampia maggioranza», ha detto stamane il presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso al termine di un incontro con Letta iniziato alle 7 e 30 della mattino. Parole simili aveva trovato ieri anche il presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy, incontrando a cena il capo del governo italiano.

Sospiro di sollievo e anche voglia di dare una mano al “giovane” Letta. Il quale ha raccolto a Bruxelles ampi riferimenti alla “flessibilità”, ma nel perimetro preciso dei trattati vigenti. «Ho ribadito – scrive Van Rompuy in una nota – che l’Ue continuerà ad assistere l’Italia nel comune impegno a superare la crisi economica e promuovere crescita e occupazione, facendo pieno uso dell’esistente flessibilità, mantenendo al tempo stesso finanze pubbliche sane come obiettivo chiave». Ecco: comprensione sì, voglia di dare una mano, ma senza novità e soprattutto senza sconti di sorta.

Letta, del resto, nega di averli mai auspicati, probabilmente perché sapeva che non ci sarebbe stato margine. E infatti Barroso ha fatto eco molto più ad Angela Merkel che a François Hollande. «Siamo entrambi (lui e Letta, ndr) convinti che si
 può costruire lavoro e occupazione solo con finanze pubbliche 
sane. Ogni euro speso sui debiti è un euro che non viene 
investito in occupazione, in gioventù, in imprese, in
educazione o ricerca», ha ammonito il portoghese. «Rigore e crescita non sono in contraddizione – ha sottolineato ancora – devono andare mano nella mano».

Citazione diretta di Merkel. Questo vuol dire che se Bruxelles ha la volontà politica di chiudere la procedura per deficit eccessivo, vuole anche essere convinta. «Sono molto fiducioso – ha detto Barroso – che sarà possibile per l’Italia possa uscire dalla procedura. Ma certo questo dipende dalla presentazione in termini concreti dei piani del nuovo governo italiano».

Letta è stato al gioco. Sapeva bene che presentandosi chiedendo sconti e indulgenza sarebbe partito malissimo a Bruxelles. E così ha rassicurato gli interlocutori europei. «Il programma del governo presentato in Parlamento è concentrato sul mantenimento degli impegni e sulla necessità di far crescere il nostro Paese» ha sottolineato, le misure per la crescita in Italia saranno «entro i confini» di questi impegni. E ha voluto seccamente smentire le voci di un suo presunto desiderio di allungare i tempi per i target di bilancio. «Rispetto ad altri noi abbiamo un grande debito pubblico sulle spalle e dobbiamo sempre ricordarci che questa è la differenza che il passato carica sull’Italia di oggi», ha risposto che gli chiedeva se volesse un trattamento come quello già concesso alla Spagna solo pochi giorni fa e che a breve sarà elargito alla Francia.

Nell’incontro, raccontano, Letta non si è inoltrato in dettagli su come fare a trovare le risorse. Come noto, toccherà a Fabrizio Saccomanni scervellarsi per quadrare il cerchio. Certo è che Letta – a Palazzo Chigi sono assolutamente netti nell’affermarlo – vuole raggiungere l’agognato obiettivo della chiusura della procedura il 29 maggio prossimo.

Il presidente del Consiglio ci tiene moltissimo non solo per i 12 miliardi di euro che secondo Saccomanni si libererebbero (per chi è fuori procedura il patto di Stabilità riformato consente molti più margini per gli investimenti produttivi). Ma anche perché, garantendo all’Italia l’immagine di paese in regola, spera di avere abbastanza forza per la grande battaglia del momento, quella della crescita. «L’Europa non deve essere associata dai cittadini a lacrime e sangue, a qualcosa di negativo, ma invece deve essere vista come strumento positivo».

Ecco perché «dobbiamo mostrare per la crescita lo stesso impegno avuto per la disciplina di bilancio». Obiettivo, il summit Ue di giugno. «Vogliamo vedere misure molto concrete» dicono fonti di governo. Insomma, niente chiacchiere generiche sull’esigenza di rilanciare la crescita del Vecchio Continente, ma un piano specifico e dettagliato. Che attui, anzitutto, il famoso Patto per la crescita varato nel giugno 2012 e rimasto in sostanza lettera morta. E che incrementi le misure già previste per aiutare l’occupazione giovanile.

Letta può contare sul sostegno di François Hollande, del collega spagnolo Mariano Rajoy, di quello belga Elio Di Rupo («se non facciamo qualcosa l’anno prossimo alle elezioni europee sarà la catastrofe – ha avvertito quest’ultimo – con il trionfo di partiti populistici e antieuro»).

Certo, l’operazione era stata già tentata l’anno scorso dal duo Hollande-Monti che aveva portato al Patto per la crescita. Ora, però, c’è stata la vittoria in Italia del Movimento Cinque Stelle, l’avanzata del partito antieuro tedesco Alternative für Deutschland, i Veri Finlandesi a Helsinki, e altri in arrivo in vari altri paesi europei. Lo spettro agitato l’anno scorso si sta materializzando. E questo dà un’arma in più a Enrico Letta. Sempre che il suo governo duri abbastanza.  

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