L’Europa da Letta vuole conti a posto non più tasse

Le decisioni dell’esecutivo e i timori di Bruxelles

La prima settimana cruciale per Enrico Letta in ambito europeo è iniziata. Il suo culmine si avrà con il Consiglio europeo di giovedì e venerdì, al quale il governo italiano si presenterà con una spada di Damocle sulla testa, la procedura d’infrazione per deficit eccessivo, e con una misura, la sospensione dell’Imu, che rischia di avere pesanti ripercussioni. No a nuove tasse, maggiore controllo fra entrate e uscite dello Stato, via libera a una riduzione concreta della spesa pubblica, magari anche con tagli significativi che non vadano a impattare sulla vita dei cittadini. Le misure che l’Italia dovrebbe introdurre sono note da tempo. Ma complice la scarsa pressione dei mercati finanziari, diventa ancora più difficile fare leva sulla classe politica.

«È chiaro che l’Imu fosse iniqua, ma forse sospenderla ora forse non è stata la migliore delle mosse». Così un funzionario della Commissione europea a Linkiesta, che aggiunge, con un tono quasi piccato: «A titolo del tutto personale mi auguro che il governo italiano possa trovare una soluzione entro settembre». Il motivo è chiaro. I soldi che entrano nelle casse dello Stato servono. E non possono essere compensati con un aumento dell’Iva di un punto, dal 21% al 22 per cento. «Sarebbe assurdo, basta guardare gli ultimi dati sulla domanda interna per capire che l’economia italiana fatica a riprendersi», continua il funzionario. E dato che il rendimento dei titoli di Stato italiani, di qualsiasi maturity, non desta preoccupazione, vengono meno gli incentivi che c’erano invece nel novembre 2011. «Infatti nonostante diversi errori, la riforma delle pensioni introdotta dall’Italia è molto positiva», dice il funzionario. Ora non è più così.

Il clima di cauto ottimismo dei primi giorni sta lasciando spazio a un diffuso scetticismo. Colpa di quello che in molti osservatori europei hanno già ribattezzato «la prigione di Letta». Si tratta ovvero dello scenario più temuto nei giorni dopo il giuramento del nuovo governo. Nessuno lo dice apertamente, ma la strana alleanza fra Pd e Pdl potrebbe bloccare gran parte delle riforme strutturali di cui ha bisogno l’Italia per uscire dalla crisi. Dopo l’esperienza chiaroscurale del governo tecnico di Mario Monti in molti alla Commissione europea speravano che ci fosse una chiara presa di posizione sugli impegni assunti dall’Italia in sede comunitaria. Invece ora l’impressione è il governo Letta sia ostaggio dei voleri di Pd e Pdl che già starebbero pensando alla prossima campagna elettorale.

A tenere dritta la barra dei conti pubblici ci può pensare Fabrizio Saccomanni, ministro dell’Economia, ma non è abbastanza. Quello che serve è una serie di stimoli all’economia, come per esempio un taglio delle imposte sulle imprese, unita a una razionalizzazione completa della spesa pubblica. Uno quadro che è nelle corde dell’Italia. Secondo uno studio della banca nipponica Mitsubishi, l’Italia potrebbe risparmiare oltre 100 miliardi di euro da una spending review capace di toccare realmente tutto il pubblico settore italiano. Dalla sanità alla difesa, passando per le singole cancellerie, Mitsubishi ritiene che Roma possa essere snellita abbastanza da mettere in sicurezza i propri conti. Il problema principale sono gli interessi particolari. Gli stessi di cui si discute da decenni.

La paura della Commissione Ue riguarda non tanto il breve termine, quanto nel lungo. Gli economisti della DG Ecofin sono consci che è più pericolosa una stagnazione di 10 anni piuttosto che una recessione di 3. È per questo motivo che il Tesoro è in costante contatto con Marco Buti, numero uno della DG Ecofin. Bruxelles vuole vederci chiaro sulle misure per la crescita. Non vuole solo osservare

Il prossimo 29 maggio l’Ue si esprimerà sulla chiusura della procedura d’infrazione per deficit eccessivo aperta contro l’Italia nel 2009. Sul piatto ci sono 12 miliardi di euro in fondi che potrebbero essere sbloccati. Il margine è poco, l’Italia pensa di registrare un rapporto deficit/Pil del 2,9% per l’anno in corso, un decimale sotto i limiti del Fiscal Compact. Saccomanni è ottimista, mentre Bruxelles vuole prima analizzare tutti i dati prima di decidere.

Intanto però c’è già chi pensa male. Oggi Enrico Giovannini, ministro del Lavoro, ha parlato di un piano da 12 miliardi di euro per la lotta alla disoccupazione giovanile. E in sede europea qualcuno ha già mormorato che l’Italia vede già la possibilità di spendere altri soldi comunitari, in questo caso quelli derivanti dalla chiusura della procedura d’infrazione, senza adottare i tagli che invece dovrebbero essere necessari. «È sempre la stessa storia, l’Ue esborsa e i Paesi periferici spendono come se nulla fosse. Se non è azzardo morale questo…», dice a Linkiesta un diplomatico finlandese.

Nel breve termine occorre che l’Imu sia resa più progressiva ed equa e che non si facciano nuovi aumenti alle imposte. Il pensiero di Bruxelles è anche quello di Francoforte. Non è un caso che il presidente della Banca centrale europea (Bce), Mario Draghi, stia continuando a ripetere che non è alzando le tasse che si effettua un sano consolidamento fiscale. Occorrono sforzi ben più significativi. Quelli che sia Ue sia Bce attendevano da Monti. Gli stessi che ora si attendono da Letta.

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