L’Italia colpita dalla più lunga recessione dal 1970

La recessione colpisce anche Parigi, ma sfiora soltanto Berlino

La più lunga recessione dal 1970. Ecco quello che sta vivendo l’Italia. La luce in fondo al tunnel si allontana sempre più e per il settimo trimestre consecutivo, quello appena trascorso, il Pil italiano si contrae spostando la possibile ripresa più avanti. Analizzando i dati diramati da Eurostat sembrano lontanissimi i tempi in cui il Tesoro diceva che la ripresa sarebbe arrivata già nel 2013. Se è vero che un solo trimestre non basta a fare un anno, è altrettanto vero che i segnali di vivacità delle attività economiche sono sempre meno.

Le prospettive non sono buone, specie considerando le aspettative. Il 31 luglio scorso l’allora presidente del Consiglio Mario Monti disse che si poteva già vedere la luce in fondo al tunnel della crisi. Sia per l’Italia sia per l’eurozona. Chiaro il riferimento alla crisi economica che sta devastando l’area euro. Lo stesso mantra è stato ripetuto fino allo sfinimento ancora nei mesi scorsi, ma tutti gli indicatori sembrano affermare il contrario. Dal tasso di disoccupazione al deficit, passando per il debito pubblico, il trend della produzione industriale e l’andamento del Pil, l’impressione è che il fondo non sia ancora stato toccato. Nonostante questo, l’ottimismo di governo e Tesoro non diminuisce.

La realtà è ben differente. Nel primo trimestre dell’anno l’economia italiana è declinata dello 0,5% su base congiunturale e del 2,3% su base tendenziale. Dati che sono migliori del trimestre precedente, in cui l’economia si era contratta dello 0,9% su base trimestrale e del 2,8% su base annuale, ma che testimoniano quanto sia ancora lunga la strada per arrivare a una piena ripresa. Come ha riportato Istat, «Il calo congiunturale è la sintesi di una diminuzione del valore aggiunto nei comparti dell’industria e dei servizi e di un aumento nel settore dell’agricoltura». In altre parole, è il settore industriale quello che sta soffrendo maggiormente, come testimoniato ieri dall’ultimo dato sulla produzione industriale, che nello scorso marzo si è contratto dello 0,8% su base congiunturale e del 5,2% su base tendenziale. A soffrire, nell’ordine, sono tre segmenti: beni strumentali, beni intermedi e beni di consumo.

Se l’Italia soffre, il resto della zona euro non ride di certo. L’economia dell’eurozona si è contratta dello 0,2% su base congiunturale e dell’1% su base tendenziale. Nel caso dell’area euro, l’ultimo dato trimestrale è il peggiore degli ultimi 12 mesi, se si prende la base annuale. Come preventivato da Citi già nello scorso settembre, è facile che l’eurozona sia in recessione, seppur moderata, per tutto il 2013.

Chi sembra reagire alla recessione è invece la Germania. Dopo una significativa contrazione patita nel corso dell’ultimo trimestre del 2012, meno 0,7%, nei primi tre mesi dell’anno c’è stato un lieve sussulto, che ha portato il Pil tedesco a crescere dello 0,1 per cento. Poco, pochissimo, ma tanto basta per fare della Germania l’unico Paese della zona euro in positivo. Nessuna pietà, invece, per la Francia di François Hollande. Calo dello 0,2% su base congiunturale e dello 0,4% su base tendenziale. Nonostante questo, l’Eliseo ha detto che non ci sarà nessuna revisione delle stime, né per l’anno in corso né per il prossimo.

La sfida più grande, all’interno della zona euro, rimane però quella dell’Italia. Sono due i versanti di guerra. Il primo, che ha la priorità, è quello del deficit. Mancano pochi giorni alla decisione sulla procedura d’infrazione per deficit eccessivo aperta nel 2009. L’attuale valore – il deficit è al 2,9% del Pil – lascia pochi margini di tranquillità per il ministero dell’Economia. Ma Fabrizio Saccomanni, numero uno del Tesoro, ha già detto che non ci saranno deragliamenti dall’attuale politica fiscale. Tutti i target presi con la Commissione europea sono confermati. L’asticella del deficit rimane quindi fissata ai parametri del Fiscal compact, ovvero il 3% del Pil. Non un decimale di più.

Il secondo fronte è quello della crescita economica. Il predecessore di Saccomanni, Vittorio Grilli, lo scorso gennaio disse che i primi segnali positivi sarebbero arrivati già alla fine del primo trimestre dell’anno. In particolare, discutendo di fronte alla commissione Affari economici e Finanziari del Parlamento europeo a Bruxelles, Grilli si disse ottimista. «La recessione dovrebbe concludersi nel primo trimestre», spiegò. Non solo. «Da aprile la crescita sarà di poco superiore all’1%, pur restando insoddisfacente», aggiunse il ministro dell’Economia. Eppure, tutte le analisi delle banche d’investimento, ma anche delle istituzioni economico-monetarie, vedono spostarsi sempre oltre le prospettive per un rimbalzo dell’attività economica. Sono infatti negative anche le stime della Commissione Ue, che vedono un Pil 2013 in calo di 1,3 punti percentuali e un Pil 2014 in crescita dello 0,7 per cento. Troppo poco per pensare che la ripresa possa essere rigogliosa come nelle stime del Tesoro italiano e del governo.

La situazione italiana vista con una prospettiva diversa da quella governativa parla di una rimbalzo che, forse, arriverà solo nel primo trimestre del prossimo anno. È questo il pensiero comune di Fondo monetario internazionale (Fmi) e Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), ma anche di Goldman Sachs, Barclays, J.P. Morgan, UBS, Nomura e gran parte dei principali attori finanziari. Carico fiscale, scarsità di liquidità, difficoltà nell’accesso al credito, basso morale degli operatori economici, troppa lentezza amministrativa, incertezza politica: agli occhi degli imprenditori il quadro dei prossimi mesi si complica giorno dopo giorno. Con esso, l’arrivo di una ripresa degna di questo nome.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

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