Portineria MilanoNelle città Pdl mai sopra il 20%: Berlusconi non basta

Dimezzati i voti dei berlusconiani. Liste civiche flop

A dispetto dei sondaggi nazionali – che continuano a darlo come primo partito – le elezioni amministrative del 2013 sono un bagno di sangue per il  Popolo della Libertà di Silvio Berlusconi. Se la Lega Nord di Roberto Maroni non riesce a superare il 10% in quasi nessuna città, per i berlusconiani è ancora più difficile arrivare sopra il 20, anzi nella maggior parte dei casi persino sopra il 15%. Non è un caso che il Cavaliere abbia dato mandato ai suoi di «minimizzare» di minimizzare la portata del voto locale, «depotenziarne gli effetti, tenere ben distinti il piano comunale da quello nazionale. «Le amministrative non hanno nulla a che vedere con il governo» avrebbe sentenziato il Cav.

Ma il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo, pur non conquistando ballottaggi, è in diversi comuni il secondo partito, dietro al Partito Democratico. A Vicenza, per esempio, dove nel 2008 il partito di via dell’Umiltà aveva il 24%, oggi è al 10,5%. E Manuela Dal Lago candidata leghista, allargando le braccia e guardando i risultati ammette: «Non so perché dovrebbero votarci».  

È una debacle «senza se e senza ma», che parte dalle lande del Nord Italia e arriva fino al Molise. Due esempi su tutti. A Venegono Superiore in provincia di Varese, sede della Aermacchi, 5500 elettori, i pidiellini nel 2008 avevano preso più di 2500 voti portando alla vittoria con il 56,62% Francesca Brianza. Oggi a vincere è sempre il centrodestra con Ambrogio Crespi, ma con appena 860 voti, appena il 25,30%. A Avellino, invece, nel 2008 Berlusconi riuscì almeno ad arrivare al 13%, con la coalizione al 42: oggi il Pdl in Irpinia è fermo al 7%.

Persino a Brescia e Roma, unici due comizi che il Cavaliere ha scelto (o potuto secondo lui) fare, l’armata del segretario Angelino Alfano non sfonda. Anzi affonda. Il Popolo della Libertà nella città della Leonessa dimezza i voti, passando dal 28,31 % al 14,40: da quasi 30mila voti a 11mila. A Roma siamo sotto il 20%. Altro esempio della disfatta è Brugherio, paesone alle porte di Milano con 32mila elettori. Qui nel 2008 Maurizio Ronchi vinse al primo turno con il 50,7%. Il Pdl era al 31,6%. Quest’anno non è bastata neppure la Lista Civica di Ronchi per attutire il colpo. Il candidato di centrodestra è fermo all’ 11,67%, passando da 11mila voti a 1600.

I dati di Cinisello Balsamo sono ancora più inquietanti per il segretario regionale del Pdl Mario Mantovani. In questa città con più di 55mila elettori il Pdl nel 2008 valeva quasi il 40%. Oggi è al 12,11. Ha perso quasi 9mila voti. A Ivrea altro bagno di sangue. Nel 2008 Pio Coda contò su un apporto di 2638 voti, quasi il 18%. Nel 2013 Gilardini Tommaso prende dal Pdl 750 consensi, il 7%. 

A Orbassano, altro comune in provincia di Torino, il Popolo della Libertà è sotto al 20%, al 17%, cinque anni fa era al 21,5 %. Che dire poi di Imola, in Emilia Romagna, nel 2008 Adriano Gini perse con il 21%, ma il Pdl era al 19%: oggi Simone Carapia è al 9,8%. A Salsomaggiore, altro paese emiliano-romagolo, Berlusconi riuscì alle scorse elezioni a insediare il Partito Democratico, arrivando a un punto di distanza dal primato: a questa tornata elettorale è al 18,88%.

E c’è chi inizia a fare mea culpa. «Noi del Pdl abbiamo un problema grande quanto una casa e abbiamo un confronto interno: c’è chi sostiene che basta solo Berlusconi a risolvere tutti i problemi e c’è chi, invece, sostiene che il Pdl deve avere un leader ma deve anche costruire un partito con degli assetti democratici interni, a maggior ragione adesso che si va verso l’abolizione del finanziamento pubblico», spiega Fabrizio Cicchitto.  

Il punto, al solito, è il tema della selezione della classe dirigente, a partire dal livello locale: «I coordinatori regionali sono ancora nominati dall’alto e questo va superato – dice l’ex capogruppo alla Camera – ma da un lato ci vuole un Pdl con una leadership di Berlusconi che è trainante, dall’altro serve la ricostruzione di un partito democratico degno di questo nome, che stabilisca e mantenga un rapporto con la gente».

Che dire poi di Imperia, il regno incontrastato di Claudio Scajola, l’ex ministro dell’Interno e dello Sviluppo Economico. Questo comune ligure è forse l’unico dove il Pdl riesce ad arrivare al 20%. Pensare che nel 2008 aveva il 47,7. «Fuoco amico contro di me» ha detto sciaboletta, ma ormai di amici e votanti non ce ne sono proprio più.