Pd nel caos a tre giorni dall’assemblea

Cuperlo o Finocchiaro e le mosse di Renzi. Democratici sull'orlo di una crisi di nervi

«Il problema vero è che ancora non c’è una soluzione credibile». Martedì sera, primo giorno di sole dopo alcuni di pioggia. Fuori Montecitorio un drappello di neo parlamentari Pd parlotta sull’assemblea nazionale di sabato prossimo: «Siamo disperati. A quattro giorni dall’appuntamento clou non c’è una linea, non sappiamo nulla».

A Largo del Nazareno regna il caos. I big del Pd non hanno ancora trovato la sintesi. La disperazione cresce costantemente perché «se non dovessimo arrivare ad una soluzione unica entro sabato sarebbe la fine del Pd», spiegano a Linkiesta. Segretario o reggente fino al congresso, Beppe Fioroni, leader della corrente degli ex popolari, ritiene che «l’assemblea rischia di essere ingestibile, a meno che non ci si arrivi con un percorso già tracciato nel segno dell’unità». E sabato alla Nuova Fiera di Roma ci sarà anche il neo Presidente del Consiglio Enrico Letta,  un segnale «forse» per stemperare i toni, e per rassicurare gli ambienti democrat. 

Ma al momento «l’unità» sembra essere lontana. Ogni corrente sta giocando una partita differente. I renziani non si mostrano interessati, «anche perché siamo in 50 e non contiamo nulla in assemblea», però avrebbero posto due veti: «No ad Epifani e a Cuperlo». Ora il primo sarebbe da escludere perché ieri eletto Presidente della Commissione Attività Produttive di Montecitorio. Mentre nel pomeriggio il secondo avrebbe avuto un lungo colloquio con Pier Luigi Bersani. Cuperlo, ultimo segretario nazionale della Fgci, formatosi alla scuola di Massimo D’Alema, avrebbe lasciato intendere che sarebbe disponibile «a fare da traghettatore fino al congresso» ma ad una condizione: «Sul mio nome ci deve essere l’unità di tutto il Pd». In realtà, nonostante il veto dei renziani, in queste ultime ore le quotazioni di Cuperlo starebbe salendo. Del resto, come sottolinea a Linkiesta un ex Ds, «l’assemblea del Pd è il frutto del risultato del congresso del 2009, quando Pier Luigi ebbe la meglio su Franceschini». Ecco perché se dalemiani e bersaniani portassero il nome di Cuperlo in assemblea riuscirebbero comunque a eleggerlo.

Ma si vogliono evitare lacerazioni. I giovani turchi restano in silenzio. Del resto, come scherza un parlamentare di area cattolica, «due su tre sono stati sistemati in posti di governo». E uno come Matteo Orfini, rimasto fuori dal match sulla formazione del governo, non storcerebbe il naso qualora il reggente o segreterio fosse Gianni Cuperlo.

Di tutt’altro avviso gli ex margherita, i franceschiani e i veltroniani. I quali non gradirebbero affatto il nome di Cuperlo, e sarebbero orientati su Sergio Chiamparino o su una figura «più light» come l’ex Presidente della Regione Toscana, Claudio Martini. Un nome sul quale non potrebbero porre veti i renziani perché la maggior parte dei fedelissimi del sindaco di Firenze sono toscani, e, sopratutto, «Claudio – dicono – non ha aspirazioni per il congresso di ottobre». Del resto sul sindaco di Firenze incombe l’ombra dell’attuale Presidente del Consiglio Enrico Letta per la leadership del centrosinistra e «ci mancherebbe anche un segretario forte», mormorano. 

In realtà ci sarebbe in campo anche un altro toscano. Un toscano «più istituzionale». E il nome in questione è quello di Vannino Chiti, ex vice Presidente del Senato ed anche ex Presidente della Regione Toscana. Il «toscano istituzionale» sarebbe stato proposto qualche giorno fa anche dal veltronian-renziano Paolo Gentiloni: «Vannino Chiti, ad esempio». E secondo quanto riferiscono a Linkiesta, oltre ad essere stimato da tutta la nomenclatura degli ex Ds, Chiti avrebbe anche ottimi rapporti con “Matteo”. «Una garanzia», sbottano dal Nazareno. Anche perché «nonostante i numeri scarni in assemblea: nel bene o nel male il reggente passerà dalle mani di Renzi». Chiaro.

Tuttavia non è da escludere che alla fine possa essere l’ex segretario Pier Luigi Bersani a risolvere l’impasse democratico. Il modello al quale guarda con interesse lo stato maggiore dei democratici sarebbe quello “Napolitano”. Del resto, spiegano, il Capo dello Stato «non aveva alcuna intenzione di essere rieletto sia per l’età sia per la situazione del Paese». E allora il partito potrebbe chiedere un sacrificio al politico di Bettola. Ma il segretario è già stato esposto alla pubblica gogna, e vuole garanzie: «A Napolitano gli sono state date, e a me?», avrebbe domandato ai suoi.

In sostanza di tutto ciò si discuterà al «caminetto» democrat che si riunirà oggi alle 18 a Largo del Nazareno. Un «caminetto» al quale prenderanno parte anche Walter Veltroni, Massimo D’Alema e Franco Marini, e che sarà stato esteso a tutti i segretari regionali. Obiettivo dell’incontro sarà quello di uscire con un nome unitario che possa allontanare lo spettro dell’implosione del partito. Altrimenti «se andassimo al buio sarebbe la fine del Pd».

@GiuseppeFalci
 

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