Pensionare i baroni, storie istruttive di atenei Usa

Il paragone calzante con la rielezione di Napolitano e la lotta nel Pd e Pdl

Storie vere di vita vissuta. Con una premessa e con la loro bella morale. Anzi due.

Premessa: Negli Stati Uniti i professori universitari con tenure (cioè a tempo indeterminato) non possono essere costretti alla pensione da parte dell’università in cui lavorano. Nessuno può essere mandato in pensione negli Stati Uniti, ma ovviamente la combinazione di tenure con questa legge (per non parlare dello status che gli accademici credono di avere nella società e del fatto che lavorare in università non è esattamente faticoso come lavorare in miniera o ai cantieri navali) rende la legge particolarmente stringente nel mondo accademico.

Prima storia: Il professor P. (non faccio nomi e tengo tutto il più anonimo possibile; economisti lettori, non provateci nemmeno a scoprire a chi mi riferisco, non ci riuscirete mai; né tantomeno a chiedermelo; lo chiameremo professor P. e basta) è un economista famoso; cioè adesso i giovani lo conoscono poco, ha più di 90 anni, ma ad un certo momento è arrivato vicino al premio Nobel. Poi le mode cambiano, i temi ritenuti importanti cambiano, lui è invecchiato e ha smesso di scrivere cose rilevanti, i nomi si dimenticano, e ora lo conoscono solo i vecchi come me.

A un certo punto ha cominciato a fare consulenze – è diventato anche molto ricco. Si è comprato una casa in un Bel Posto al Sole dei Caraibi, mi dicono bellissima, e passa lì un bel po’ del suo tempo. Ma non è andato in pensione, no. È rimasto, si è tenuto il suo bell’appartamento ad affitto generosamente sussidiato dall’università, il suo bell’ufficio, la sua brutta segretaria, con il suo ufficio (la segretaria), il fax, etc.

È diventato borioso (mi dicono ne avesse la tendenza anche da giovane), non capisce più l’economia moderna, è un peso per i colleghi e per gli studenti,….insegna un pessimo corso, senza studenti…insomma, basta. Il rettore (cioè, queste cose le fanno i dean ma lui credo parli direttamente col rettore della sua università) gli ha fatto varie offerte perché andasse in pensione, anche redditizie. Ma a lui che gli frega? I soldi li ha, è il potere (che crede di avere ma non ha), il rispetto di colleghi e studenti (che crede di avere ma non ha), il titolo (che ha ma potrebbe tenerselo comunque). Insomma, non si schioda. Il direttore di dipartimento più cattivo del mondo (cattivo dentro, proprio) gli ha tolto la segretaria e poi anche il fax.

La mancanza del fax lo ha fatto ragionare e soprattutto soffrire (troppo vecchio per email e scanner, naturalmente). Si è adattato allora a un bel Centro per gli Studi di Qualcosa di Irrilevante col Nome Importante alla business school della sua università (le business school tradizionalmente sono più attente ai nomi grossi e al fund-raising che questi nomi permettono; lo dico perché sono cattivo dentro pure io), e via se ne è andato (al Bel Posto al Sole dei Caraibi, la maggior parte del tempo, ma felice di avere il Centro per gli Studi di Qualcosa di Irrilevante col Nome Importante).

Seconda storia: Il professor C., è a me caro come un nonno. Oltre gli 80 pure lui. Un economista davvero tra i più grandi del secolo (nessun confronto con P., secondo me, ma un po’ di questo giudizio è senz’altro soggettivo). Però ha fatto anche lui la fine del professor P., relativamente dimenticato. Lui il Nobel lo potrebbe ancora vincere, ma non lo vincerà. Il professor C. un po’ borioso lo è sempre stato, anche se ne aveva ben donde.

Come dicevo, per me è un nonno petulante con cui esco a cena quando vado nella sua università e da cui mi faccio raccontare storie dei tempi andati e pettegolezzi sui grandi nomi dell’economia che non sono più tra noi (e anche su qualcuno che ancora c’è quando il professor C. è in vena particolare di cattiverie). Ma all’apice del suo potere, intellettuale e reale, sono certo che non lasciasse dubbi ad un eventuale interlocutore riguardo chi fosse in controllo delle conversazione e di tutto il resto.

Deve essersi fatto un bel po’ di nemici (una delle ragioni per cui temo che il Nobel sia andato, ormai). Lui è già in una business school, perché anni fa il dipartimento dove stava decise di non ostacolare e forse di incentivare il massaggio al suo Ego cui la business school si era dedicata da tempo (così rischiando, il dipartimento, di perdere un premio Nobel, che allora era più che probabile) per evitare di dover trattare con lui ogni possibile decisione, anche la più irrilevante.

Oggi insegna un corso di economia dei beni pubblici perché con l’età ha deciso di voler essere utile al mondo, ma non ha studenti (non solo i professori sono crudeli, anche gli studenti). Naturalmente non è compresa nelle categorie della sua mente la possibilità che il problema del corso sia lui, e quindi si è convinto che alla business school gli studenti sono arrivisti senza capacità intellettuali né coscienza sociale e vuole cambiare università (impossibile alla sua età, ma nemmeno questa categoria sta nella sua mente). 

Come nel caso del professor P. la soluzione è trovare un modo di metterlo in condizioni di non insegnare ma di lasciargli una qualche vestigia di potere (intellettuale nel caso del professor C., che solo questo a lui importa) in cui il suo Ego possa riflettersi. Non è facile ma ci riusciranno, prima o poi. Nel frattempo il professor C. soffre.

Perché racconto queste cose? Dopotutto sono panni sporchi dell’accademia. Sono storie tristi.  Sono tristi perché queste sono tipicamente persone di grande valore che per le loro capacità intellettuali hanno ricevuto grande rispetto – in alcuni casi devozione – da parte di molti, inclusi moltissimi che non hanno avuto il piacere o la fortuna di conoscerli personalmente. 

Ce ne sono dappertutto nell’università amerikana di storie così (io ho vissuto quella di Franco Modigliani a MIT – tristissima, così triste che evito di raccontarla). Racconto queste cose perché mi pare che abbiano una doppia morale e magari a qualcuno interessa. 

Prima morale: La legge che impedisce la pensione obbligatoria nell’accademia americana introduce incentivi perversi. Sia il professor P. che il professor C. sono stati utilissimi all’università e all’accademia tutta ben oltre i 65/70 anni. Ma anche con pensione obbligatoria, essendo nell’interesse di entrambi, un bel contratto privato avrebbe garantito che essi sarebbero stati impiegati in modo utile con mutua soddisfazione (loro e dell’università).  Altri professori, sarebbero stati invece pensionati prima.

In principio questi perderebbero da una legislazione che li costringesse alla pensione, ma anche in questo caso limitare le perdite richiede semplicemente di contrattare le condizioni sulla pensione al momento dell’assunzione invece che non al termine del contratto di lavoro, come essenzialmente tutte le altre classi di lavoratori (io sono sempre a favore di condizioni di privilegio per gli insegnanti universitari….ma insomma).

Molti di questi hanno poco da dare a ricerca e studenti ed è efficiente che si occupino dei nipotini. Per i nostri professor P. e C., e simili, si eviterebbe di costringere l’università a trucchi e minacce per ottenere soluzioni di facciata ragionevoli. Si tratta di garantire la dignità di queste persone nel corso della contrattazione. Togliere il fax al professor P. e il corso al professor C. sono crudeltà cui non si può fare a meno per il bene comune dell’università (gli studenti, gli altri professori,…) ma sarebbero evitabilissime in un diverso ambiente contrattuale: quello in atto oggi sembra favorire la faculty, ma a costi elevati proprio per i migliori tra di essi (gli altri, quelli un po’ scarsi, fanno un accordo, prendono soldi, e se ne vanno al volo).

Seconda morale: Nonostante questi incentivi distorti, l’accademia amerikana, nella sua parte migliore almeno, ha saputo mantenere le giuste priorità. La politica (parlo di politica intellettuale, ad esempio politica di assunzioni, non di politica spicciola) della maggior parte dei buoni dipartimenti (e di tutti quelli ottimi) è fatta da faculty che sta tra i 40 e i 60 anni.

Quelli più anziani, qualora siano attivi, hanno influenza e rispetto enorme. Quelli ormai fuori, come il professor P. e il professor C., si prova ad utilizzarli a fini, diciamo così, di marketing. Gli altri, come dicevo, prendono i soldi e se ne vanno coi nipotini. E i giovani hanno una posizione importantissima nella struttura di potere. Giovani scontenti portano a difficoltà di assunzione in futuro – le voci corrono, le reputazioni si formano e sono difficili da ribaltare.

La direzione intellettuale che un dipartimento prende dipende moltissimo dai suoi assistant professor (la prima qualifica all’entrata, subito dopo il dottorato): sono i più aperti a quello che succede nella ricerca, lavorano di più, prendono rischi (intellettuali); i colleghi più senior è ben da loro che meglio apprendono quel che succede in modo più semplice, rapido ed efficace.

Naturalmente, perché questo succeda è necessario che la carriera di un singolo assistant professor non dipenda da un suo “padrino intellettuale” e nemmeno dal dipartimento tutto, è necessario che vi sia un mercato in cui il successo paghi, che sia conveniente prendere rischi. In caso contrario il “padrino” tenderà spesso a costruire il suo potere crescendo amebe intellettuali che lo sostengano fino alla morte (letteralmente in un sistema contrattuale come quello amerikano in cui la pensione obbligatoria non è possibile).

Insomma, esiste un ciclo di vita ottimale nelle organizzazioni complesse, come un dipartimento accademico, ed è importantissimo che l’organizzazione vi aderisca il più possibile, anche girando intorno alle distorsioni come la legge che impedisce la pensione obbligatoria. Quando questo non succede – vi sono vari esempi di dipartimenti che per varie ragioni finiscono per essere controllati dai “vecchi” – il declino è inevitabile. Ed invertirlo diventa sempre più difficile.

Pensavo a queste cose osservando la rielezione di Napolitano, la lotta nel Pd e nel Pdl…
 

tratto da: noiseFromAmerika, pubblicato il 1 maggio 2013